Sergio Flamigni.
.
La tela del ragno. Il delitto Moro.
Parte 1.
.
2003 Kaos edizioni Milano.
Prima edizione maggio 1988.
Quinta edizione aggiornata aprile 2003.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
.
Libertaria.
La ricostruzione della strage di via Fani (Roma, 16 marzo 1978), dei successivi 55 giorni del sequestro Moro, e di tutti i misteri intorno al delitto che ha segnato - mutandola - la storia della Repubblica.
Gli affiliati alla Loggia segreta P2 insediati ai vertici dei Servizi e delle forze di sicurezza.
Le indagini approssimative e omissorie, e i depistaggi delle ricerche della prigione brigatista.
I reperti scomparsi e le ambiguit della magistratura romana.
Le manovre occulte e le implicazioni internazionali.
Gli infiltrati nelle BR, e l'enigmatico capo brigatista Mario Moretti.
Le responsabilit e le reticenze del ministro dell'interno Francesco Cossiga.
Le lettere di Moro e i comunicati delle Brigate rosse.
Dai servizi segreti alla tipografia romana delle BR.
Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa e i documenti del covo BR di via Monte Nevoso.
Il presidente del Consiglio Giulio Andreotti, e il conflitto del clan andreottiano con Carmine Pecorelli.
I silenzi e le bugie dei brigatisti dissociati.

L'AUTORE.
SERGIO FLAMIGNI (Forl, 1925), parlamentare del PCI dal 1968 al 1987, ha fatto parte delle Commissioni parlamentari d'inchiesta sul caso Moro, sulla Loggia P2 e Antimafia. Ha scritto: Trame atlantiche. Storia della Loggia P2 (1996); Il mio sangue ricadr su di loro.
Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle BR (1997); Convergenze parallele (1998); Il covo di Stato (1999); I fantasmi del passato (2001); La sfinge delle Brigate rosse (2004); Le Idi di marzo (2007); La prigione fantasma (2009).
...
.
...
Sergio Flamigni
LA TELA DEL RAGNO

La giustizia  come una tela di ragno: trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi.
Solone
 
Avvertenza - Il termine piduista  qui inteso sempre e soltanto nell'accezione di persona il cui nominativo era presente negli elenchi della Loggia P2 trovati a Castiglion Fibocchi dalla magistratura milanese nel maggio 1981 e resi pubblici dalla Commissione parlamentare d'inchiesta. 
Idem  per iscritto e affiliato alla P2. Tali termini, dunque, non sottintendono la  effettiva affiliazione n la concreta partecipazione alle attivit della Loggia segreta.
 
PREMESSA.

Per comprendere pienamente la portata e le implicazioni del delitto Moro,  necessario considerare il divenire del Dopoguerra italiano, interno e internazionale.
Dopo il ventennio fascista culminato nell'occupazione nazista, la lotta di Liberazione e la fine della guerra, il 2 giugno 1946 gli italiani scelsero la Repubblica, e per l'Assemblea costituente votarono in prevalenza i partiti antifascisti di massa coalizzati in un governo di unit nazionale: DC, PCI, PSI.
Sul versante internazionale, l'alleanza antinazista che aveva vinto la guerra si frantum: l'antagonismo ideologico e gli opposti interessi strategici di angloamericani e URSS portarono alla guerra fredda.
Le ripercussioni politiche in Italia furono immediate: nel 1947 la DC guidata da Alcide De Gasperi si schier con gli USA, estromise le sinistre filo-URSS dal governo rompendo di fatto l'unit nazionale, e avvi una politica liberista e atlantica. Ci favor l'afflusso in Italia di forti aiuti economici americani per la ricostruzione, ma provoc forti tensioni nel Paese.
Il 1 gennaio 1948 entr in vigore la Costituzione repubblicana, elaborata e approvata dai partiti antifascisti. Il 18 aprile gli italiani votarono per il primo Parlamento repubblicano: trionf la DC col 48 per cento dei voti, mentre le sinistre, unite nel Fronte popolare, ottennero il 31 per cento. Il 14 luglio un estremista di destra fer gravemente con due colpi di pistola il segretario comunista Palmiro Togliatti; l'attentato provoc tensioni e disordini nel Paese, ma grazie alla fedelt repubblicana del PCI rest senza conseguenze.
La contrapposizione determinata dalla guerra fredda ferm in Italia la prevista democratizzazione degli apparati dello Stato e la piena attuazione dei principi costituzionali. La riorganizzazione dei servizi di sicurezza, in particolare, fu dettata dagli Stati Uniti e affidata a personaggi legati al passato regime fascista; la CIA prepar piani finalizzati a contrastare l'eventuale ritorno del PCI al governo del Paese. Quella italiana era una sovranit sempre pi limitata dalle esigenze atlantiche della guerra fredda.
Il progressivo acuirsi della tensione internazionale fra l'Occidente liberista e l'Est comunista accentu in Italia la contrapposizione fra la DC e le sinistre, coinvolgendo il mondo del lavoro: il peso della ricostruzione e della crisi economica postbellica veniva fatto gravare soprattutto sulla classe operaia e su quella contadina. Tra il 1948 e il1950 la Confederazione generale del lavoro, fino ad allora sindacato unitario dei lavoratori, si divise in tre organizzazioni: la CGIL socialcomunista, la CISL di orientamento cattolico, e la UIL socialdemocratica e repubblicana. La divisione sindacale non ferm le lotte operaie, e al Sud i contadini diedero vita a un movimento di occupazione delle terre; una dura repressione poliziesca provoc morti e feriti.
Nel marzo del 1949, contrastato dalla durissima opposizione delle sinistre, il governo De Gasperi approv l'adesione dell'Italia alla NATO (North Atlantic Treaty Organization), l'alleanza atlantica militare in funzione anticomunista: un'organizzazione militare integrata che coordinava addestramento, produzione e dotazione di armi. (Il blocco orientale risponder istituendo il patto di Varsavia.) Veniva cos sancita la piena subordinazione italiana agli Stati Uniti: economica, politica e militare.
Mentre negli USA l'anticomunismo raggiungeva il parossismo con la nomina del senatore Joseph McCarthy alla presidenza del Comitato per le attivit antiamericane (maccartismo), in Italia la DC degasperiana, alla vigilia delle elezioni politiche del giugno 1953, tent di contrastare PCI e PSI modificando la legge elettorale in senso maggioritario (legge truffa): l'operazione fall per pochi voti, poich la coalizione governativa apparentata (DC, PSDI, PLI, PRI) manc l'obiettivo del 50,1 per cento (arriv al 49,8 per cento, con le sinistre al 35 per cento) e il premio di maggioranza non scatt. Lo schieramento centrista cominci una lenta crisi irreversibile; De Gasperi, dopo pi di sette anni, lasci la guida del governo.
Nel 1956 il rapporto segreto sui crimini di Stalin letto da Chruscev al XX Congresso del PCUS (Mosca, 25 febbraio), seguito a ottobre dall'invasione sovietica dell'Ungheria, provoc ripercussioni anche in Italia: il PCI ne fu scosso da contrasti e defezioni, e il PSI decise la rottura del patto di unit d'azione con i comunisti.
Sul finire degli anni Cinquanta cominci in Italia il boom economico, un'industrializzazione impetuosa caratterizzata da gravi squilibri che necessitava di essere governata con un'adeguata politica di riforme socioeconomiche. Nella DC prese a farsi strada la controversa prospettiva di una intesa col PSI in chiave riformatrice (centro-sinistra), e alla guida del partito cattolico, nel marzo 1959, venne eletto Aldo Moro(1); per reazione all'ipotesi di un'apertura ai socialisti, nel febbraio 1960 il PLI provoc la crisi di governo. Le fortissime resistenze antisocialiste della destra DC, condivise dalla Chiesa e alimentate dall'Amministrazione USA, portarono al varo del governo Tambroni, un monocolore DC sostenuto dai voti decisivi dei neofascisti del MSI. Durante l'estate, scioperi e manifestazioni popolari antifasciste vennero represse dalla Polizia e dai Carabinieri provocando morti e feriti. La gravissima tensione sociopolitica port alla caduta del governo Tambroni, e al prevalere nella DC degli orientamenti favorevoli al centro-sinistra; entr in carica il III governo Fanfani - un monocolore DC sostenuto da PSDI, PLI, PRI e dall'astensione del PSI - in attesa che maturassero le condizioni per una partecipazione governativa diretta dei socialisti.
Nel gennaio 1962, durante il VII Congresso della DC, Aldo Moro riusc ad affermare nel partito la linea di centro-sinistra, cio la necessit di una intesa governativa con il PSI (politica definita delle
convergenze parallele). La linea morotea riusc a prevalere anche grazie alla distensione internazionale perseguita dalla nuova Amministrazione americana guidata da John Fitzgerald Kennedy. Per evitare una spaccatura nella DC, Moro accord alla destra del partito ampie concessioni, prima fra tutte l'elezione al Quirinale del suo esponente Antonio Segni (maggio 1962).
Le perduranti resistenze antisocialiste e antiriformatrici della destra DC trovarono nuovo alimento alle elezioni politiche del 29
aprile 1963: la DC morotea arretr al 38 per cento dei voti, il PLI antisocialista raddoppi i voti (dal 3,5 al 7 per cento); il PSI si conferm al 13,8 per cento, mentre il PCI pass dal 22 al 25 per cento.
Tuttavia, nel dicembre del 1963 Moro riusc a varare il primo governo di centro-sinistra organico (un quadripartito DC, PSI, PSDI, PRI), con il segretario socialista Pietro Nenni alla vicepresidenza del Consiglio. La destra democristiana e le forze reazionarie si attivarono affinch il primo governo DC-PSI fallisse, tantopi che sul versante internazionale la distensione Est-Ovest era gi finita: in Urss, il riformatore Chruscev era stato defenestrato dal conservatore Leonid Breznev, e in USA il presidente Kennedy era stato assassinato (a Dallas, il 22 novembre 1963).
Nel giugno del 1964 il governo Moro di centro-sinistra, finito in minoranza alla Camera, si dimise. Cominci una crisi lunga e torbida, comprensiva di minacce di un colpo di Stato (piano Solo)
capeggiato dal generale Giovanni De Lorenzo, comandante dell'Arma dei carabinieri. Alla fine il PSI, temendo un'involuzione autoritaria, accett un nuovo governo di centro-sinistra guidato da Moro, ma programmaticamente privo di ogni intento riformatore. Intanto, sul versante internazionale, la guerra fredda si arroventava con l'intervento bellico americano in Vietnam.
Nella seconda met degli anni Sessanta al perdurante sviluppo economico italiano si accompagn un crescente fermento sociale: sia della classe operaia, sia del mondo giovanile e studentesco. I due fenomeni culminarono nel biennio 1968-69, con i movimenti della contestazione studentesca e le rivendicazioni operaie dell'autunno caldo. Alle elezioni politiche del 20 maggio 1968 la DC si conferm primo partito con il 39 per cento dei voti, ma l'unificazione fra PSI e PSDI nel PSU non and oltre un deludente 15 per cento, e le destre liberale e missina arretrarono; per contro, il PCI alla Camera aument al 27 per cento, e al Senato, alleato col PSIUP, arriv al 30 per cento dei voti - un chiaro spostamento a sinistra dell'elettorato.
I fermenti studenteschi, le lotte operaie, le crescenti istanze sociali progressiste, lo spostamento a sinistra del quadro politico suscitarono forti preoccupazioni interne e atlantiche. Si poneva il problema di fermare l'avanzata elettorale del PCI insieme a quella sociale della sinistra, e la soluzione fu trovata nella strategia della tensione: destabilizzare con il terrorismo per provocare allarme sociale e una stabilizzazione moderata. La strategia del terrore cominci il 12
dicembre 1969 a Milano (una bomba collocata in piazza Fontana provoc 17 morti e un centinaio di feriti), e prosegu per il
biennio successivo con attentati, provocazioni dell'estrema
destra eversiva, disordini di piazza, morti e feriti.
L'efficacia politica della strategia della tensione trov una prima verifica alle elezioni politiche anticipate dell'8 maggio 1972 (determinate dalla richiesta socialista di equilibri pi avanzati), che la DC affront con lo slogan Contro gli opposti estremismi (di destra e di sinistra) proponendo un ritorno al centrismo. Il partito democristiano si conferm al 38 per cento, con il PCI ancora al 28 per cento; il PSI arretr per la prima volta sotto il 10 per cento, e i partiti centristi (PSDI, PRI, PLI) segnarono il passo. Il ritorno al centrismo ottenne una debolissima maggioranza numerica, ma politicamente era contrastato dalla sinistra DC. Cos, dopo un transitorio governo centrista guidato da Andreotti, nel luglio del 1973 si riform un governo di centrosinistra organico guidato da Mariano Rumor.
La fine del boom economico cominciato nei primi anni Sessanta provoc una forte crisi economica e monetaria, che insieme alla strategia della tensione, al terrorismo neofascista e a quello di estrema sinistra, ai ricorrenti scandali, alle continue crisi di governo dell'agonizzante centro-sinistra rendevano la situazione italiana pericolosa per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche. Un monito arriv nel settembre del 1973 dal colpo di Stato militare in Cile favorito dalla CIA, drammatico approdo di una situazione che per qualche aspetto richiamava quella italiana; se ne fece interprete il segretario del PCI Enrico Berlinguer, il quale rilanci la prospettiva togliattiana di un'alleanza politica tra le masse cattoliche e comuniste (compromesso storico) per prevenire tentazioni autoritarie delle destre.
Nella primavera del 1974, alla vigilia del referendum voluto dalla DC e dalle destre per abrogare la legge divorzista, contrasti di natura economica portarono alla crisi di governo e a un nuovo esecutivo di centro-sinistra ancora guidato da Rumor ma senza il PRI; intanto, le Brigate rosse il 18 aprile sequestrarono a Genova il magistrato Mario Sossi. Il referendum sul divorzio, il 13 maggio, vide prevalere le sinistre e i laici col 59,3 per cento di voti favorevoli al mantenimento della legge divorzista, a conferma che le istanze progressiste incominciavano a essere prevalenti nella societ italiana. La strategia della tensione riprese subito vigore con la strage di piazza della Loggia a Brescia il 28 maggio (una bomba, durante una manifestazione sindacale, provoc 9 morti e 88 feriti), e con la strage del treno Italicus a San Benedetto Val di Sambro il 4 agosto (un ordigno sull'espresso Roma-Monaco provoc 12 morti e 48 feriti).
Il 16 giugno 1975 le elezioni regionali provocarono un terremoto politico: la DC arretr al 35 per cento, il PCI avanz fino al 33,4 per cento, il PSI arriv al 12 per cento, mentre i partiti laici centristi arretrarono. Nelle principali citt e province, e in cinque regioni, si formarono giunte di sinistra PCI-PSI inaugurando una nuova fase politica.
Nel corso dell'estate i leader dei partiti comunisti italiano, francese e spagnolo si pronunciarono in favore di quello che verr ribattezzato eurocomunismo: la costruzione del socialismo nel rispetto del pluralismo politico e della democrazia occidentale - un nuovo strappo dall'ortodossia sovietica.
All'inizio del 1976 il PSI revoc la fiducia al governo Moro, chiedendo la formazione di un esecutivo di emergenza sostenuto anche dal PCI. Il 27 febbraio, intervenendo al 25 Congresso del PCUS a Mosca, il segretario del PCI Berlinguer sostenne la necessit che in Italia la classe operaia si affermasse in un sistema pluralistico e democratico. Il 18 marzo si celebr a Roma il tredicesimo Congresso della DC, che vide duramente contrapposta la sinistra (guidata da Moro e Zaccagnini) alla destra (guidata da Andreotti, Fanfani e Forlani);
prevalse di misura la linea morotea (51 per cento), con Zaccagnini confermato segretario del partito. Il 21 giugno, in un clima di forte tensione sociale, si svolsero elezioni politiche, con una chiamata a raccolta dell'elettorato moderato per impedire il sorpasso comunista: la DC si conferm primo partito con il 38,7 per cento, ma a spese dei partiti centristi; il PCI ottenne il 35 per cento dei voti, mentre il PSI arretr di nuovo sotto il 10 per cento. Data l'indisponibilit socialista a un nuovo centro-sinistra (che in Parlamento avrebbe comunque avuto una maggioranza numerica risicata), non era possibile alcuna maggioranza politica senza il concorso del PCI. Il 31 luglio Andreotti var il suo III governo, un monocolore DC detto della non sfiducia in quanto si reggeva sull'astensione di PCI, PSI, PSDI, PRI e PLI. Il 14 ottobre la DC elesse Moro alla presidenza del partito.
L'approssimarsi del PCI all'area governativa provoc allarme nei settori atlantici, una radicalizzazione dell'estremismo neofascista e dell'ultrasinistra, e una recrudescenza della strategia della tensione.
Nel corso del 1977 in Italia si contarono oltre duemila attentati terroristici, con 11 morti e decine di feriti. Il 2 novembre, a Mosca, in occasione delle celebrazioni per il sessantesimo anniversario della Rivoluzione d'ottobre, il segretario comunista Berlinguer rivendic la piena autonomia del PCI, impegnato a perseguire l'obiettivo di una societ socialista basata su democrazia e pluralismo e sul carattere non ideologico dello Stato. Le parole di Berlinguer suscitarono un radicale dissenso nella nomenklatura sovietica, ma in Italia accelerarono l'evoluzione politica: anche il PRI di Ugo La Malfa, chiese che il PCI entrasse nel governo. Consapevole che il coinvolgimento del Partito comunista nella maggioranza governativa era numericamente inevitabile e politicamente necessario, data la situazione emergenziale del Paese, Moro si impegn a fondo per vincere le resistenze della destra democristiana.
All'inizio di gennaio 1978 l'Amministrazione USA richiam a Washington per consultazioni l'ambasciatore in Italia Richard Gardner. E il giorno 12 gennaio il Dipartimento di Stato, in un comunicato, ammon che l'atteggiamento del governo statunitense nei confronti dei partiti comunisti dell'Europa occidentale, compreso quello italiano, non  in alcun modo mutato, concludendo: I leader democratici devono dimostrare fermezza nel resistere alla tentazione di trovare soluzioni tra le forze non democratiche. Il 16 gennaio il governo andreottiano della non sfiducia si dimise, e il 19 gennaio Andreotti - leader della destra DC - ricevette l'incarico di formare un nuovo esecutivo sostenuto dal voto favorevole del PCI. Il 28 febbraio Moro riun i gruppi parlamentari della DC per preparare la costituzione della maggioranza programmatica comprendente il PCI; il presidente democristiano fece ricorso a tutto il suo prestigio, esperienza e capacit per portare la DC unita allo storico appuntamento. L'8 marzo un vertice fra DC, PCI, PSI, PSDI e PRI approv il programma e i criteri di composizione del nuovo governo. L'11 marzo Andreotti var il suo IV governo, un monocolore DC, la cui composizione tuttavia non piacque al PCI, che minacci di non votare la fiducia. Moro - vero architetto e collante della nuova maggioranza - si prodig di nuovo per appianare i contrasti; la situazione rest incerta fino al 16 marzo, quando il governo si sarebbe presentato alla Camera per ottenere il voto di fiducia; quella mattina le BR attuarono la strage di via Fani e sequestrarono Moro.

 Note.
1. Nato a Maglie (Lecce) il 23 settembre 1916, laureato in Giurisprudenza (poi docente universitario di Diritto e procedura penale), dal 1939 al 1942 presidente della FUCI e quindi del Movimento dei laureati cattolici. Moro era stato eletto deputato DC all'Assemblea costituente nel 1946, e rieletto deputato nel 1948, nel 1953 e nel 1958. Nel quinto governo De Gasperi (1948-50) era stato sottosegretario agli Esteri; nel primo governo Segni (1955-57) era stato ministro della Giustizia; nel governo Zoli (1957-58) e nel secondo governo Fanfani (1958-59) aveva ricoperto la carica di ministro della Pubblica istruzione.
Durante la seconda legislatura (1953-58) era stato presidente del gruppo parlamentare della DC.
Moro diventer presidente del Consiglio dal 4 dicembre 1963 al 22 luglio 1964 (primo governo); dal 22 luglio 1964 al 23 febbraio 1966 (secondo governo); dal 23 febbraio 1966 al24 giugno 1968 (terzo governo). Sar ministro degli Esteri nel secondo e terzo governo Rumor
(1969-70), nel governo Colombo (1970-72), nel primo governo Andreotti (1972), nel quarto e quinto governo Rumor (1973-74). Di nuovo presidente del Consiglio dal 23 novembre 1974 al 12 febbraio 1976 (quarto governo), e dal 12 febbraio 1976 al 29 luglio 1976 (quinto 
governo). Verr eletto presidente della DC il 14 ottobre 1976.
 
CRONOLOGIA DEL DELITTO MORO.

Roma, gioved 16 marzo 1978.
Alle ore 9 un commando di terroristi, appostato in via Fani all'incrocio con via Stresa, apre il fuoco sulla scorta del presidente della DC, on. Aldo Moro, uccidendo Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera; Francesco Zizzi, gravemente ferito, morir poche ore dopo. Il commando, sterminata la scorta e prelevato Moro illeso dalla sua auto (una Fiat 130), carica l'ostaggio su una Fiat 132 blu e si dilegua.
Alle ore 9,23 una volante della polizia comunica alla sala operativa della Questura: L'auto 132 targata Roma P79560  stata abbandonata in via Licinio Calvo... Da via Licinio Calvo si sono allontanati dei giovani a piedi, una donna e un uomo, armati.
Alle ore 10,20, a Palazzo Chigi, un vertice di emergenza dei partiti
(DC, PCI, PSI, PSDI, PRI) concorda di ridurre i tempi del dibattito parlamentare per la fiducia al nuovo governo, cos da mettere in grado l'esecutivo di essere rapidamente nel pieno delle sue funzioni operative.
Alle ore 10,30 la federazione sindacale unitaria CGIL-CISL-UIL proclama uno sciopero generale nazionale di tutte le categorie (dalle ore
11 alle ore 24) in difesa della Costituzione e delle istituzioni. Dal Viminale, sede del ministero dell'interno, il capo dell'UCIGOS Antonio Fanello dirama un telex alle Questure ordinando la attuazione immediata del Piano zero.
Alle ore 11 si riunisce il Consiglio dei ministri. Tra le proposte emergono quelle del presidente del Consiglio Giulio
Andreotti: massimo coordinamento delle forze di polizia,
impiego massiccio dell'esercito per passare al setaccio la capitale, riunione del Comitato interministeriale per la sicurezza.
Alle ore 11,30 il ministro dell'interno Francesco Cossiga insedia e presiede al Viminale il Comitato politico-tecnico-operativo, formato dal ministro (che lo presiede), dai due sottosegretari dell'interno e della Difesa, dai vertici delle forze di polizia, dei servizi di sicurezza e delle forze armate, con il compito di coordinare l'azione per la ricerca e la liberazione di Moro.
Alle ore 12,45, al policlinico Gemelli dove  stato subito ricoverato in gravissime condizioni, muore il quinto componente della scorta di Moro, il vicebrigadiere di polizia Francesco Zizzi.
Alle ore 19 il ministro dell'Interno Cossiga distribuisce alla stampa venti fotografie relative a brigatisti latitanti e ricercati: Giuseppe Aloisi, Corrado Alunni, Lauro Azzolini, Enrico Bianco, Antonio Bellavita, Franco Bonisoli, Pietro Del Giudice, Giustino De Vuono, Antonio Favale, Marco Pisetta, Antonio Savasta, Prospero Gallinari, Domenico Lombardo, Rocco Micaletto, Mario Moretti, Patrizio Peci, Brunhilde Pertramer, Susanna Ronconi, Innocente Salvoni e Paolo Sicca. Cinque dei latitanti indicati - Azzolini, Bonisoli, Gallinari, Micaletto e Moretti - sono tra i responsabili materiali della strage di via Fani e del sequestro di Moro; ma l'elenco diffuso dal Viminale include anche ricercati estranei alle BR, delinquenti comuni, e perfino il nome di due detenuti: Giuseppe Aloisi (detenuto a Sciacca, Agrigento), e Antonio Favale (detenuto a Parma), entrambi in carcere per reati comuni; altre due foto, infine, ritraggono la stessa persona, indicata con due nomi diversi.
Alle ore 20,35, con 545 voti a favore, 30 contrari e 3 astenuti, la Camera accorda la fiducia al IV governo Andreotti; la maggioranza conta sul consenso di democristiani, comunisti, socialisti, repubblicani, socialdemocratici, demonazionali e indipendenti di sinistra;
hanno votato contro i liberali, i missini, i demoproletari e i radicali.
Al Viminale, alle ore 21, si conclude la seconda seduta del Comitato tecnico-operativo: il ministro Cossiga ha posto l'accento sulla necessit di cercare il consenso e la fiducia della pubblica opinione sulla reazione dello Stato.
Con un provvedimento firmato dal sostituto procuratore Luciano Infelisi, alle ore 23,30 viene fermato Gianfranco Moreno, un dipendente del Banco di Roma.
Venerd 17 marzo Nella notte, alle ore 1,45, il Senato accorda la fiducia al nuovo governo con 267 voti favorevoli su 272 votanti.
Poco prima dell'alba, in via Licinio Calvo 2 (a qualche minuto di macchina dal luogo della strage), le forze dell'ordine trovano la seconda delle tre auto utilizzate dai terroristi per la fuga da via Fani: la Fiat
128 bianca.
I quotidiani pubblicano con risalto le fotografie dei brigatisti latitanti diffuse dall'UCIGOS, ma alcuni non sono terroristi, e le smentite si susseguono. I mezzi di comunicazione amplificano la proposta del procuratore capo di Roma Giovanni De Matteo affinch l'esecutivo proclami lo stato di pericolo pubblico; si delinea cos quella confusione di ruoli fra potere politico e giudiziario che proseguir per tutti i 55 giorni del sequestro.
A Palazzo Chigi si riunisce il Comitato interministeriale per la sicurezza (CIS), come deciso dal Consiglio dei ministri; lo presiede Giulio Andreotti.
Il sostituto procuratore Luciano Infelisi firma sessanta ordini di perquisizione e affida al Nucleo investigativo dei carabinieri e alla DIGOS il compito di controllare un ampio settore della capitale comprendente il quartiere Trionfale, la zona Balduina e il Belsito.
Il presidente del Consiglio Andreotti e i segretari dei partiti della maggioranza, riuniti a Palazzo Chigi, concordano sulla linea della massima fermezza contro i brigatisti, e sulla necessit di intensificare le indagini per liberare Moro.
Al Viminale si riunisce, presieduto dal ministro Cossiga, il Comitato politico-tecnico-operativo.
Sabato 18 marzo Gli agenti del commissariato Flaminio Nuovo, guidati dal brigadiere Domenico Merola, si recano al numero 96 di via Gradoli per perquisire l'edificio; vengono perquisiti tutti gli appartamenti, salvo quello abitato dal capo delle BR Mario Moretti (sotto la falsa identit di ingegner Borghi) perch l'inquilino non risponde al campanello e gli agenti presumono sia assente.
A mezzogiorno una telefonata anonima permette a un redattore del quotidiano romano Il Messaggero di trovare il Comunicato
n 1 delle Brigate rosse con una foto di Aldo Moro prigioniero.
Intorno alle ore 18 entrano in funzione 32 posti di blocco istituiti a Roma dall'Esercito, dai Carabinieri, dalla Guardia di finanza e dalla Polizia. Verranno impiegati mediamente ogni giorno 30-40 ufficiali,
70-80 sottufficiali e 620-640 militari dei Carabinieri, 40 ufficiali, 80
sottufficiali e oltre mille soldati dell'Esercito, un numero imprecisato di uomini della Guardia di finanza e 157 agenti di Polizia.
Nei saloni dell'Hotel Hilton di Roma i maestri venerabili delle
496 logge della massoneria di Palazzo Giustiniani sono riuniti
per l'assemblea della Gran loggia del Grande Oriente d'Italia:  presente Licio Gelli, capo della Loggia segreta P2, particolarmente riverito.
Mentre al Viminale si riunisce il Comitato politico-tecnico-operativo, a Milano vengono brutalmente assassinati da ignoti killer i giovani di sinistra Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci.
Domenica 19 marzo A Palazzo Chigi si svolge una nuova riunione del CIS: vi partecipano, oltre a Andreotti, i ministri dell'interno Cossiga e della Difesa Attilio Ruffini, il segretario del Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza (CESIS) Gaetano Napoletano, e i direttori del SISDE generale Giulio Grassini e del SISMI generale Giuseppe Santovito.
Papa Paolo VI, a mezzogiorno, esorta i fedeli raccolti in piazza San Pietro: Preghiamo per l'onorevole Aldo Moro, a noi caro, sequestrato in un vile agguato, con un accorato appello affinch sia restituito ai suoi cari.
Viene trovata la terza auto utilizzata dai brigatisti per la fuga da via Fani: la Fiat 128 blu targata Roma L55850 rubata.  stata abbandonata nottetempo in via Licinio Calvo, nonostante i continui sopralluoghi delle forze dell'ordine nella zona.
Luned 20 marzo L'appuntato dei carabinieri Otello Riccioni, nel garage della Questura, prende in consegna le due borse di Moro che i terroristi non hanno prelevato durante il sequestro, e il restante materiale presente nella Fiat 130 a bordo della quale viaggiava il presidente DC.
Nella zona della Camilluccia, mentre schiere di agenti perlustrano tutte le abitazioni e le strade circostanti via Fani, l'intero quartiere risulta paralizzato, con un forte disagio per gli abitanti.
Alla Corte di assise di Torino, dove  in corso il processo ai capi storici delle BR, gli imputati consegnano ai giudici un comunicato, l'undicesimo, nel quale affermano che Moro, catturato dalle BR,  rinchiuso in un carcere del popolo e verr processato.
Il CESIS si riunisce a Palazzo Chigi sotto la presidenza di Andreotti.
Il sostituto procuratore Luciano Infelisi interroga per la prima volta e per circa un'ora il dipendente del Banco di Roma Gianfranco Moreno, sorpreso il precedente febbraio nei pressi dello studio privato di Moro in via Savoia; al termine dell'interrogatorio, Moreno viene scarcerato.
Marted 21 marzo L'appuntato dei carabinieri Otello Riccioni,
nel garage della Questura, durante un ultimo controllo della Fiat 130 sulla quale viaggiava Moro, trova una terza borsa non elencata nel verbale della prima perquisizione di cinque giorni prima.
Vasta azione di rastrellamento, da parte dei carabinieri, nelle frazioni di Furbara e Sasso del comune di Cerveteri. Il ministro dell'Interno Cossiga ordina l'operazione Smeraldo.
Il Consiglio dei ministri approva il decreto legge numero 59, contenente norme di emergenza per fronteggiare il fenomeno terroristico: prevedono l'obbligo, per i proprietari di appartamenti, di comunicare i nomi di inquilini e acquirenti.
Al Viminale si riunisce il Comitato tecnico-operativo; in assenza del ministro Cossiga, lo presiede il sottosegretario all'interno Nicola Lettieri.
Il quindicenne Roberto Lauricella segnala al 113 di Viterbo di aver visto un pulmino bianco e giallo con targa tedesca (Pan Y521) e due persone a bordo, seguito da una Mercedes berlina color caffelatte con targa tedesca e cinque passeggeri; su questa seconda vettura il ragazzo ha intravisto una machine-pistol.
Mercoled 22 marzo Al SISDE, il servizio segreto del ministero dell'Interno, viene segnalato che la signora Maria Cristina Rossi (redattrice dell'agenzia di stampa Asca) avrebbe ricevuto anonime minacce dopo aver consegnato al sostituto procuratore Infelisi, il 18 marzo, un rullino di fotografie scattate qualche minuto dopo la strage da suo marito, Gherardo Nucci, dal balcone della loro abitazione in via Fani 109.
Rullino che verr poi smarrito dal magistrato.
Al Viminale, il Comitato tecnico-operativo, disertato dal ministro Cossiga e da molti dei suoi componenti,  ormai stabilmente presieduto dal sottosegretario Lettieri.
Gioved 23 marzo Il Corriere della Sera denuncia la mancanza di una memoria dati sul terrorismo: Lavoriamo come artigiani con foglietti per gli appunti, mentre abbiamo bisogno di competenze dichiara un magistrato romano.
Al Viminale, il Comitato tecnico-operativo si riunisce senza la partecipazione dei capi dei servizi di informazione, i quali si riuniscono in un apposito Gruppo informativo (o Comitato I).
Venerd 24 marzo Sul quotidiano della sinistra extraparlamentare Lotta continua, Marco Boato lancia lo slogan N con lo Stato, n con le BR.
A Torino le BR rivendicano la gambizzazione (ferimento con colpi di pistola alle gambe) dell'ex sindaco Giovanni Picco.
In mattinata il dirigente della DIGOS Domenico Spinella, su disposizione del capo della Polizia Giuseppe Parlato, perlustra un casolare nei pressi di Viterbo: in quel luogo, secondo una suora-veggente, potrebbe esserci la prigione di Moro.
Sabato 25 marzo Attraverso la solita serie di telefonate anonime ai giornali, le BR diffondono il loro Comunicato n 2.
Per valutare il Comunicato BR n 2 il ministro Cossiga convoca al Viminale i suoi pi stretti collaboratori, il procuratore capo di Roma De Matteo, e il magistrato inquirente Luciano Infelisi (che per  irreperibile).
Dopo il vertice con il ministro Cossiga, al Viminale si svolge la consueta seduta del Comitato tecnico-operativo a ranghi sempre pi ridotti.
Domenica 26 marzo Continua l'assenza da Roma del magistrato inquirente Luciano Infelisi; il procuratore capo De Matteo dichiara che le indagini procedono sotto la sua personale direzione, e assicura che l'assenza di Infelisi non frena il lavoro inquirente.
Luned 27 marzo Dal carcere brigatista, Moro scrive una lettera alla moglie, che per i suoi carcerieri non recapiteranno.
Al Viminale si riunisce il Comitato tecnico-operativo, cui partecipano solo 10 persone (contro le 24 della prima riunione); una conferma della sua progressiva inutilit, ribadita dall'assenza del ministro dell'Interno e di tutta la componente politica.
Marted 28 marzo Esce il primo numero di OP, un settimanale di informazione diretto da Mino Pecorelli (giornalista-avvocato affiliato alla P2, con molte entrature nei servizi segreti e nel mondo politico). La rivista
OP (ex agenzia di stampa) si riveler informatissima e in grado di anticipare fatti e notizie inedite; il suo esordio nelle edicole pochi giorni dopo il sequestro di Moro non sembra essere casuale.
Al Viminale si riunisce di nuovo il Comitato tecnico-operativo.
Una telefonata anonima suggerisce all'UCIGOS di controllare Teodoro Spadaccini e altre persone certamente collegate con le BR. La
soffiata viene trascurata per settimane; le verr dato seguito solo
dopo la morte di Moro, e porter alla scoperta della tipografia romana delle BR e all'arresto di vari brigatisti.
Mercoled 29 marzo Il presidente del Consiglio Andreotti convoca a Palazzo Chigi il Comitato interministeriale per la sicurezza (CIS). Di quella riunione la Commissione parlamentare di inchiesta sul sequestro Moro non riuscir a ottenere alcun verbale.
Il sostituto procuratore Infelisi consegna agli esperti per una perizia tecnica la foto di Moro recapitata il 18 marzo al Messaggero; il ritardo - 11 giorni -  inspiegabile.
Le BR, con una telefonata al capo della segreteria politica di Moro, Nicola Rana, recapitano sette fogli manoscritti del prigioniero: il primo foglio  diretto allo stesso Rana, il secondo alla moglie Eleonora, e dal terzo foglio comincia una lettera di Moro indirizzata al ministro Cossiga. In serata le BR recapitano ai giornali il loro Comunicato n 3 con allegata copia della lettera del prigioniero al ministro dell'Interno.
Al Viminale, alle ore 19,30, si riunisce il Comitato tecnico-operativo.
I presenti apprendono la notizia della lettera di Moro al ministro Cossiga dal Comunicato BR n 3 -  ormai evidente che la gestione della crisi avviene altrove.
Si apre a Torino il 41 Congresso nazionale del PSI.
Gioved 30 marzo Data la scarsit di uomini e mezzi disponibili per le investigazioni, viene rinviato il sopralluogo in via Fani per ricostruire la dinamica dell'agguato e della strage. Il magistrato Infelisi e gli investigatori sono stati impegnati fino a tarda notte per esaminare il Comunicato n
3 delle BR. Il ministro Cossiga, appellandosi a una norma legislativa recentemente varata, chiede al procuratore capo di avere copia di tutti gli atti giudiziari.
In seguito a una informazione parapsicologica, ingenti forze di polizia vengono impiegate in una operazione di rastrellamento nella zona di Fiumicino e lungo il litorale; non  la prima volta, e non sar l'ultima, che il Viminale ordina operazioni in base a informazioni
paranormali.
Al Viminale, la seduta del Comitato tecnico-operativo si protrae pi a lungo del consueto. Ci sono evidenti difficolt nel rendere efficaci le indagini delle forze di sicurezza, tanto pi che una ragnatela occulta  impegnata a contrastarle, depistarle, vanificarle.
In serata i dirigenti della DC riuniti alla Camilluccia diramano una nota nella quale respingono il ricatto posto in essere dalle BR.
Venerd 31 marzo Nel corso di una lunga riunione (quattro ore) a Palazzo Chigi, il Comitato interministeriale per la sicurezza, presieduto da Andreotti, si occupa dello stato dei servizi segreti. Il verbale della riunione non verr mai reso noto.
Al Viminale si riunisce il Comitato tecnico-operativo, ma la gestione della crisi  sempre pi altrove, e i servizi investigativi sono lasciati senza guida politica, come abbandonati.
Sabato 1 aprile La Santa sede assicura che la propria azione si adeguer alla linea del governo italiano. Il presidente del Consiglio Andreotti annota nel suo diario: Cossiga mi dice che l'OLP ha assicurato la massima collaborazione.
Il ministro dell'Interno Cossiga scrive al procuratore della Repubblica di Roma: Trasmetto fotocopia di una lettera dell'on. Aldo Moro, pervenutami il 29 marzo 1978; con riserva di inviare l'originale sul quale sono in corso accertamenti tecnico-scientifici di polizia giudiziaria;
dunque  il ministro a disporre gli accertamenti, anzich il magistrato, il quale si deve accontentare di ricevere, con tre giorni di ritardo, una semplice fotocopia. Il ministro dell'Interno prevarica le prerogative della magistratura, e la magistratura si adegua ai soprusi del potere politico: un'illegale intesa che accompagner tutta l'inchiesta.
Domenica 2 aprile Si conclude a Torino il 41 Congresso del PSI. L'assise socialista ratifica la linea della fermezza, che il segretario Bettino Craxi riconferma nelle conclusioni tuttavia precisando che se dovesse affiorare un margine ragionevole di trattativa, questo non dovrebbe essere distrutto pregiudizialmente.
In un casolare di campagna a Zappolino, nel comune di Bologna, un gruppo di amici tiene per gioco una seduta spiritica durante la quale lo spirito ispirato evoca il nome Gradoli.
Luned 3 aprile A Roma, all'alba, la polizia si mobilita per tentare di individuare i
fiancheggiatori delle BR: vengono eseguite 237 perquisizioni domiciliari, con 12 persone arrestate e altre 129 fermate. L'operazione
- chiamata retata degli autonomi - crea preoccupazione nella sinistra extraparlamentare, ma non viene approfondita negli aspetti che possono portare ai terroristi.
Il capo della DIGOS, Domenico Spinella, invia alla Procura romana un rapporto sul terrorismo nella capitale.
A Palazzo Chigi si svolge il secondo vertice dei segretari di partito della maggioranza governativa. La riunione si conclude con l'approvazione di un comunicato ( stata riscontrata una concorde valutazione sulla situazione e sugli atteggiamenti da adottare) che ufficializza la linea della fermezza: no a qualunque trattativa con le BR.
Il settimanale OP di Mino Pecorelli pubblica un articolo dal titolo In nome del popolo, trattare, in aperta polemica con la segreteria DC.  il primo segnale della campagna favorevole a una trattativa fra lo Stato e le BR.
Marted 4 aprile Il presidente del Consiglio Andreotti, alla Camera, risponde alle decine di interrogazioni presentate dai deputati sul sequestro Moro:
Il governo manca di sicuri dati conoscitivi sui responsabili e sul tenebroso luogo del sequestro, n  in grado di fornire elementi di alcun tipo circa le eventuali connivenze estere ventilate dalla stampa.
Durante il dibattito, arriva la notizia che le BR hanno diffuso il loro Comunicato n 4 e una lettera di Moro indirizzata al segretario della DC Benigno Zaccagnini.
A Milano i brigatisti divulgano la Risoluzione della Direzione strategica febbraio 1978.
Contatti fra Craxi e emissari di Amintore Fanfani, il quale si dice disposto a proporsi, al momento opportuno, come portavoce della parte meno intransigente della DC: il fronte favorevole alla trattativa Stato-BR muove i primi passi.
Mercoled 5 aprile Intuendo i drammatici sviluppi della situazione, Aldo Moro nella prigione brigatista comincia a scrivere il proprio testamento. Intanto i familiari del sequestrato si incontrano con il segretario della DC Zaccagnini e gli intimano di abbandonare la linea della fermezza.
L'ingegner Francesco Aragona, funzionario della SIP, comunica alla DIGOS che non  stato possibile intercettare la telefonata al quotidiano romano Il Messaggero con la quale le BR hanno annunciato il Comunicato n 4.
Su ordine del capo della polizia, le forze dell'ordine si recano per un sopralluogo a Gradoli, un paesino del viterbese.
Gioved 6 aprile L'Avanti!, quotidiano del PSI, condivide il giudizio del quotidiano della DC Il Popolo, secondo il quale la lettera a Zaccagnini non  moralmente ascrivibile a Moro.
Gli avvocati difensori presentano istanza di scarcerazione per
29 dei fermati nella retata degli autonomi del 3 di aprile. La richiesta viene subito accolta: fra gli altri, tornano in libert Mario Ariata e Lanfranco Pace; 12 detenuti verranno processati per direttissima.
A Licola (Napoli) viene scoperto un covo dell'organizzazione eversiva
Prima linea. I carabinieri arrestano quattro persone: Ugo
Melchionda, Davide Sacco, Lanfranco Caminiti e Maria Fiore Pirri Ardizzone
(moglie di Franco Piperno, ex dirigente di Potere operaio).
Una fonte definita qualificata segnala al SISMI che Silvano
Maestrello, detto Kocis (un detenuto condannato per reati comuni ma molto speciale, e poi latitante), potrebbe fornire qualche notizia utile sul sequestro Moro.
Le BR telefonano al professor Franco Tritto e quindi a casa Moro per annunciare una lettera del prigioniero alla moglie.
Il segretario comunista Enrico Berlinguer incontra Giancarlo Quaranta, al quale ribadisce che il PCI  disposto a esplorare tutte le vie per salvare Moro, ma senza violare leggi dello Stato, e senza forme di riconoscimento politico o legittimazione delle BR.
Venerd 7 aprile Eleonora Moro risponde attraverso il quotidiano milanese Il Giorno
alla lettera del marito.
Il ministro dell'Interno rende noto che le forze dell'ordine procederanno a perquisizioni solo dopo che la segnalazione sia stata vagliata dagli esperti e risulti avere un certo margine di attendibilit.
La decisione  motivata dalle continue, inutili mobilitazioni di agenti originate da segnalazioni del tutto inverosimili.
A Genova un commando brigatista ferisce Felice Schiavetti, dirigente della locale Associazione degli industriali.
Sabato 8 aprile Le BR telefonano a Franco Tritto annunciandogli una nuova lettera di Moro; la telefonata viene intercettata dalla Polizia, e la lettera sequestrata.
Incontro fra Craxi, il DC Giovanni Galloni e Cossiga, nello studio privato del ministro: Craxi informa che l'avvocato Giannino Guiso  disposto a individuare un intermediario in grado di accertare le intenzioni dei rapitori. Galloni ritiene che ogni iniziativa debba avere il consenso di tutti i partiti dell'unit nazionale per preservare il quadro politico; Craxi ritiene invece opportuno individuare la strada per una possibile trattativa Stato-BR.
Domenica 9 aprile Il procuratore capo Giovanni De Matteo e il capo della DIGOS
Domenico Spinella si recano dalla signora Moro: oggetto del colloquio sono tre lettere del prigioniero trattenute dalla moglie per motivi affettivi. La lettera nella quale Moro sollecita l'intervento del cardinale Ugo Poletti (vicario di Roma) per modificare l'atteggiamento anti-trattativista del Vaticano (espresso da L'Osservatore Romano)  stata ritirata personalmente dal porporato in casa Moro.
Contro la caserma Talamo di Roma, sede dell'VIII Battaglione carabinieri, vengono sparate alcune raffiche di armi automatiche; nel corso dell'attentato il commando lancia anche ordigni esplosivi.
Luned 10 aprile Con la consueta tecnica delle telefonate alle redazioni dei quotidiani di Roma, Milano, Torino e Genova, le BR diffondono il loro Comunicato n 5 e il testo di un polemico scritto di Moro dedicato all'ex ministro DC Paolo Emilio Taviani.
A Torino il ginecologo Ruggero Grio viene gambizzato con sette colpi di pistola; gli attentatori sono tre uomini e due donne i quali nello studio del medico, prima di fuggire, si firmano Squadre proletarie di combattimento.
Marted 11 aprile In Liguria si svolge un incontro fra un emissario del ministero dell'Interno e il professor Filippo Peschiera (coordinatore della DC genovese, gi sequestrato e gambizzato), per sondare la disponibilit del professore a fungere da intermediario in un'eventuale trattativa con le BR.
A Torino le BR uccidono l'agente di custodia Lorenzo Cotugno;
durante l'attentato rimane ferito il brigatista Cristoforo Piancone.
Mercoled 12 aprile Il procuratore capo De Matteo parla con il presidente del Consiglio dei rapporti con i familiari di Moro, e si dice favorevole all'apposizione di una taglia sui sequestratori; Andreotti obietta con il timore che i brigatisti reagiscano uccidendo l'ostaggio per impedire possibili delazioni.
La polizia perquisisce tutte le abitazioni nell'edificio di via Bonucci 10: lo stabile  a poche decine di metri da quello di via Montalcini 8 (dove c' un covo BR che sei anni pi tardi verr indicato come la probabile prigione di Moro).  la quarta coincidenza: il 18 marzo non  stata fatta la perquisizione del covo BR in via Gradoli 96; il 28 marzo l'UCIGOS non ha trasmesso alla Questura la segnalazione che portava alla tipografia delle BR di via Fo; il 5 aprile il capo della polizia ha ordinato un sopralluogo a Gradoli paese
e non in via Gradoli; e il 12 aprile le forze dell'ordine arrivano a due passi dalla base brigatista di via Montalcini 8 ma l si fermano.
Gioved 13 aprile La direzione della DC approva all'unanimit la linea della fermezza, ma sottolinea la necessit di non lasciare inesplorata alcuna strada per restituire Moro alla famiglia, al Paese, al partito.
Il quotidiano barese La Gazzetta del Mezzogiorno pubblica la dichiarazione di un gruppo di esponenti del mondo culturale universitario, religioso e professionale del capoluogo pugliese: i firmatari chiedono allo Stato di trattare con le BR per salvare la vita di Moro.
Venerd 14 aprile Il ministro dell'Interno Cossiga riferisce al Consiglio dei ministri sull'incontro di cooperazione tra i membri del cosiddetto quadrilatero per la lotta al terrorismo, avvenuto in territorio elvetico con la partecipazione di Germania, Austria, Svizzera e Italia.
Sabato 15 aprile Prima a Genova, poi a Milano e Roma, le BR diffondono il Comunicato n 6, nel quale annunciano la fine degli interrogatori di Moro e la sentenza: il prigioniero  colpevole e perci condannato a morte.
Contrariamente a quanto hanno proclamato nei loro primi comunicati, i brigatisti terranno sempre secretati gli interrogatori di Moro.
Domenica 16 aprile Lungo colloquio al Quirinale tra il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il presidente del Consiglio Andreotti e il ministro dell'Interno Cossiga. Segue una riunione del vertice democristiano che conferma le precedenti decisioni di non trattare con le BR ma di cercare di salvare Moro su un piano umanitario e non su un piano politico; si pensa a un appello umanitario, e ci si interroga su chi potrebbe lanciarlo: Organizzazioni internazionali? Alte personalit?
La Santa sede?.
Durissima reazione dell'ex presidente della Repubblica Giuseppe Saragat alla sentenza pronunciata dai brigatisti: il leader socialdemocratico definisce il Comunicato BR n 6 documento di orrenda ferocia e di bestiale ignoranza, associa le BR alle SS naziste, e conclude che l'Italia nata dalla Resistenza schiaccer questi immondi rigurgiti di nazismo tinto di rosso.
Luned 17 aprile 1978
La signora Moro esterna al presidente del Consiglio Andreotti
i timori della famiglia per quanto potrebbe accadere al congiunto nella ricorrenza del 18 aprile (trentennale della vittoria elettorale della DC, che conquist la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento).
Amnesty International rivolge un appello umanitario per la vita di Moro, manifestando disponibilit a dialogare con i carcerieri. L'appello viene diffuso dopo un incontro a Londra tra il presidente Martin Ennals, altri due funzionari dell'organizzazione, l'ambasciatore Roberto Gaia e il rettore dell'Universit Bocconi Giuseppe Lazzati.
Marted 18 aprile Alle ore 7,30, in via Gradoli 96, l'inquilina dell'interno 7 scala A
sente frettolosi passi nell'appartamento sovrastante (interno 11), e poco dopo si avvede che sul soffitto del bagno si sta allargando una macchia d'acqua; alle ore 8,15 avverte l'amministratore dello stabile, il quale constatata l'infiltrazione d'acqua chiama l'idraulico della zona.
Alle 9,25 una telefonata anonima alla redazione del quotidiano Il Messaggero annuncia che in piazza Belli ci sono due messaggi BR;
il tecnico della SIP non riesce a stabilire la provenienza della telefonata.
Un redattore del giornale trova nel posto indicato una busta arancione contenente la fotocopia di un solo dattiloscritto (e non due come annunciato dalla telefonata) intestato Brigate rosse comunicato n 7; nel comunicato c' scritto che Moro  stato giustiziato
mediante suicidio, e che il suo corpo  stato affondato nel Lago della Duchessa, a Cartore di Rieti.
In via Gradoli 96, poco dopo le ore 9,30, l'amministratore dello stabile e l'idraulico, data l'impossibilit di accedere nell'appartamento n 11 per l'assenza dell'inquilino (l'ingegner Mario Borghi, falsa identit del capo brigatista Mario Moretti), chiamano i pompieri.
Alle ore 10,08, a sirene spiegate, arriva in via Gradoli 96 la Polizia: i pompieri hanno scoperto nell'appartamento 11 una base brigatista.
Le agenzie di stampa diffondono immediatamente la notizia:
Una perdita d'acqua ha portato alla fortunata scoperta - in base alle testimonianze del maresciallo dei vigili del fuoco e dell'idraulico, la perdita d'acqua non sembra affatto casuale, e la scoperta del covo BR sembra dunque pilotata. Nel covo BR ci sono armi, esplosivo, e una tale quantit di altro materiale che l'inventario del sequestro si articoler in 1.115 reperti.
Poco dopo le ore 12,00 anche il magistrato Infelisi - titolare delle indagini sulla strage di via Fani - arriva in via Gradoli 96 in compagnia dei colonnelli Antonio Varisco e Giovanni Campo; il magistrato  stato avvertito dai carabinieri che avevano appreso della scoperta del covo BR dalle autoradio della polizia in contatto col Viminale. Il
procuratore capo De Matteo non assiste al sopralluogo, poich si  recato al Lago della Duchessa.
L'agenzia Ansa smentisce che la base BR collocata nell'appartamento
11 di via Gradoli 96 (l'appartamento che la polizia non ha perquisito il 18 marzo) possa essere stata - se non forse per breve tempo - la prigione di Moro. La polizia estende le perquisizioni ad altri appartamenti e edifici di via Gradoli, e scopre altri covi abitati da latitanti, falsari e ricettatori (la strada  da tempo controllata dai servizi di sicurezza).
Alle ore 10, nella sala stampa di Montecitorio, arriva la notizia del comunicato BR n 7, che per viene ritenuto apocrifo; pi tardi, il ministro dell'interno lo accredita invece come autentico. Era stato il magistrato Claudio Vitalone a ventilare l'idea di diffondere un falso comunicato BR.
L'avvocato Guiso, dopo un colloquio col fondatore delle BR Renato Curcio detenuto nel carcere di Torino, definisce falso il comunicato brigatista n 7, e pi tardi, nel corso di un'intervista a un quotidiano romano, il legale definir il falso comunicato una provocazione del Viminale. Ma l'on. Giuseppe Pisanu, capo della segreteria di Zaccagnini, dichiara ai giornalisti che agli esperti il comunicato BR n 7 sembra autentico.
A bordo di un elicottero dell'Esercito, il procuratore De Matteo, il vicecapo della polizia Emilio Santillo e il direttore dell'UCIGOS Antonio Fariello si recano presso il Lago della Duchessa, completamente ghiacciato e innevato.
Nella zona sono stati fatti affluire vari reparti delle forze dell'ordine: per tutta la giornata, e per quella seguente, va in scena l'ambigua beffa del Lago.
Mercoled 19 aprile Il ministro dell'Interno Cossiga riferisce al Senato sugli sviluppi del sequestro Moro: dichiara che tutti gli esperti ritengono il comunicato BR n 7 autentico (battuto con la stessa macchina da scrivere dei precedenti 6 comunicati) ma contenente informazioni false.
Presso il Lago della Duchessa, fino alle ore 13, proseguono le inutili e grottesche ricerche del cadavere di Moro.
A Lucca, in una pizzeria, vengono arrestati Enrico Paghera, Pasquale Vogaturo, Renata Bruschi, il cileno Fernando Reyes Castro, e lo spagnolo Guillermo Palleja, tutti in possesso di armi, e tutti appartenenti al gruppo eversivo Azione rivoluzionaria.
A Roma, nella caserma dei carabinieri di via Ponte Salario, un attentato colpisce l'auto del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, responsabile dei servizi di vigilanza nelle carceri.
Gioved 20 aprile A Milano un commando della colonna BR Walter Alasia uccide a colpi di pistola il maresciallo Francesco De Cataldo, vicecomandante degli agenti di custodia del carcere milanese di San Vittore.
A Roma, alle ore 12,10, dopo la consueta telefonata anonima, il redattore del Messaggero Fabio Isman trova in un cestino dei rifiuti di via Maroniti una busta rossa contenente il vero Comunicato BR n
7 e una foto di Moro ritratto con una copia de la Repubblica del 19
aprile 1978:  la prova che il prigioniero  ancora vivo. Le BR attribuiscono la paternit del falso comunicato n 7 a Andreotti e ai suoi complici, e annunciano che prenderanno in considerazione l'eventualit di rilasciare Moro vivo solo a condizione che lo Stato scarceri i prigionieri comunisti: accordano 48 ore di tempo alla DC e al suo governo, dopodich procederanno all'esecuzione del prigioniero.
I periti convocati presso la segreteria del capo della polizia per esaminare l'autenticit del nuovo Comunicato BR n 7, lo ritengono autentico come tutti i precedenti.
Il segretario del PSI Craxi incarica il giurista socialista Giuliano Vassalli di individuare tra i detenuti militanti delle BR, dei NAP o di altre organizzazioni consimili, coloro cui potrebbero essere accordati provvedimenti di scarcerazione senza violare le leggi vigenti.
Eleonora Moro invia un messaggio alla segreteria della DC, invitandola a pronunciarsi per la trattativa; in caso contrario, la famiglia del prigioniero si dissocer dalla DC.
Le BR recapitano una busta con due lettere del prigioniero al viceparroco della chiesa di Santa Lucia a Roma, don Antonello Mennini, e questi la consegna a Eleonora Moro: una delle due lettere  per Zaccagnini, l'altra per la stampa ma indirizzata al Papa; i due manoscritti vengono recapitati ai rispettivi destinatari. In Vaticano il cardinale Ugo Poletti consegna la lettera nelle mani del pontefice.
In serata il telefono di don Mennini viene posto sotto controllo, e la prima telefonata intercettata  di un monsignore che lo chiama
Primula rossa; ma una terza voce ripete una frase del monsignore, cos i due prelati si accorgono di essere intercettati.
Nuova riunione del vertice democristiano per esaminare la lettera di Moro a Zaccagnini. Si rafforza lo schieramento favorevole alla trattativa con le BR: i dirigenti comunisti Umberto Terracini e Lucio Lombardo Radice firmano un appello in tal senso (ma il PCI sottolinea che l'adesione dei suoi due dirigenti  a titolo personale).
Venerd 21 aprile La Direzione del Partito socialista si pronuncia contro lo scambio di prigionieri chiesto dalle BR,
ma critica anche l'immobilismo pregiudiziale (cio la linea
della fermezza), e invita a esplorare altre strade per ottenere la liberazione di Moro.
Al Consiglio dei ministri Cossiga informa il governo sugli ultimi sviluppi del sequestro. Al termine, il Consiglio approva tre disegni di legge relativi alle forze dell'ordine: misure finanziarie straordinarie per il potenziamento e l'ammodernamento tecnologico dei servizi segreti, e per la tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica.
Sabato 22 aprile A Padova il docente universitario Ezio Riondato viene gambizzato
durante un attentato rivendicato da un sedicente Nucleo combattente per il comunismo.
Alle ore 12,30 il quotidiano vaticano L'Osservatore Romano
pubblica un appello di Sua santit Paolo VI alle Brigate rosse. Nella prigione brigatista Moro ha indirizzato altre lettere in Vaticano, ma sono state bloccate dai suoi carcerieri.
Alle ore 15,30 scade l'ultimatum delle BR alla DC e al governo prima di eseguire la sentenza di morte del prigioniero.
Domenica 23 aprile Durante la preghiera dell'Angelus in piazza San Pietro, il pontefice rivolge ai fedeli queste parole: Di Aldo Moro nessun'altra notizia.
Abbiamo trepidato, ieri, alla scadenza dell'ora fissata dagli anonimi autocostituitisi giudici unilaterali e carnefici, e trepidiamo ancora, sempre aspettando e pregando che sia risparmiata la consumazione del criminale annunciato misfatto.
Luned 24 aprile Il presidente di turno del Consiglio di sicurezza dell'ONU David Young, dai microfoni del GRL della RAI, rivolge un appello alle BR affinch consentano di riavere Aldo Moro vivo, come una visibile prova di considerazione per il genere umano.
Previa telefonata al quotidiano Vita Sera, nello stesso luogo in cui il 18 marzo  stato lasciato il Comunicato BR n 1 viene fatto trovare il Comunicato BR n 8, accompagnato da una nuova lettera di Moro a Zaccagnini. A Palazzo Chigi si riunisce il Comitato interministeriale per la sicurezza (CIS), presieduto dal presidente del Consiglio Andreotti.
Dal carcere Moro scrive pi volte a don Mennini, e il testo di alcune lettere suggerisce l'ipotesi che vi sia un canale di ritorno.
Marted 25 aprile Da New York il segretario generale delle
Nazioni Unite Kurt Waldheim rivolge un nuovo appello alle BR, trasmesso in diretta via satellite dalla RAI-TV.
Un gruppo di amici di Moro disconosce l'autenticit delle lettere del prigioniero, sostenendo che Moro non  presente nelle lettere dirette a Zaccagnini, pubblicate come sue.
Mercoled 26 aprile Il quotidiano milanese Il Giorno pubblica un messaggio della famiglia Moro rivolto al loro congiunto prigioniero delle BR.
L'ex presidente della Regione Lazio, Girolamo Mechelli, viene
gambizzato dai brigatisti mentre esce di casa.
Gioved 27 aprile A Torino le BR gambizzano Sergio Palmieri, addetto alle relazioni sindacali Fiat nel reparto carrozzeria di Mirafiori.
Durante l'udienza del processo torinese ai leader storici delle BR, Curcio rivela che alcuni brigatisti hanno avuto un colloquio senza vetri divisori, autorizzato dallo stesso ministro della Giustizia, con l'attrice Franca Rame. L'incontro della Rame con i leader BR detenuti, avvenuto su ufficiosa sollecitazione del ministro Bonifacio allo scopo di sondare eventuali nuove strade per arrivare alla liberazione di Moro, si rivela improduttivo.  tuttavia uno dei primi segnali, ancorch informale, che una qualche trattativa sta prendendo forma.
Venerd 28 aprile Secondo il New York Times, il governo statunitense e quello italiano stanno collaborando a una comune indagine per accertare il grado di coinvolgimento del Patto di Varsavia nell'attivit delle Brigate rosse.
Sabato 29 aprile Il quotidiano Il Messaggero pubblica il testo di una lunga lettera di Moro alla Democrazia cristiana.
Altre lettere del prigioniero, pervenute alla signora Moro, vengono distribuite ai rispettivi destinatari: Craxi, Flaminio Piccoli, Fanfani, Andreotti, Riccardo Misasi, al presidente della Repubblica Giovanni Leone, al presidente della Camera Pietro Ingrao, ai deputati Erminio Pennacchini e Renato Dell'Andro, e infine a Tullio Ancora.
Domenica 30 aprile Il capo delle BR Mario Moretti telefona a casa Moro, e dice fra l'altro: Il problema  politico, e a questo punto deve intervenire la DC. Abbiamo insistito moltissimo su questo,  l'unica maniera in cui
si pu arrivare a una trattativa. Se questo non avviene... solo un intervento diretto, immediato, chiarificatore, preciso di Zaccagnini pu modificare la situazione. Noi abbiamo gi preso una decisione, nelle prossime ore accadr l'inevitabile. Non possiamo fare altrimenti.
Zaccagnini riunisce il vertice della Democrazia cristiana. Intanto monsignor Pasquale Macchi, prelato della Curia romana, informa personalmente il presidente del Consiglio Andreotti di un contatto fra le BR e il Vaticano.
Luned 1 maggio Nella ricorrenza della Festa dei lavoratori milioni di cittadini riempiono le piazze italiane, manifestando il loro rifiuto della pratica terrorista.
Il segretario del PCI Enrico Berlinguer e il capogruppo comunista alla Camera Alessandro Natta esprimono al presidente del Consiglio Andreotti un giudizio critico sull'operato delle forze di polizia e di sicurezza.
Il procuratore generale Pietro Pascalino dispone l'avocazione dell'inchiesta sul sequestro Moro per ragioni d'opportunit.
Pascalino definir operazioni da parata la mobilitazione militare decisa da Andreotti e Cossiga.
Marted 2 maggio Il segretario socialista Craxi propone un atto di grazia per Paola Besuschio, detenuta dopo una condanna a 15 anni per tentato omicidio.
La proposta viene definita impraticabile dal ministro della Giustizia Bonifacio in quanto la Besuschio  imputata di altri reati.
Una delegazione socialista guidata da Craxi incontra le delegazioni del PCI e della DC. Il presidente del Consiglio Andreotti annota: Si  avuto l'incontro DC-PSI, con una certa tensione, senza conclusioni.
Cenni di volont di rottura con i comunisti e di attacchi a Leone.
Mercoled 3 maggio La DC chiede al governo di sondare l'effettiva praticabilit delle proposte del PSI per trovare una soluzione politico-umanitaria.
Andreotti risponde che la questione verr affrontata nel Comitato interministeriale per la sicurezza.
Impraticabile la proposta di scarcerare la detenuta Besuschio, il craxiano Giuliano Vassalli propone la grazia per il nappista Alberto Buonoconto.
Contro la proposta del capo Mario Moretti e del Comitato esecutivo BR di uccidere il prigioniero si pronunciano solo Adriana Faranda e Valerio Morucci.
Gioved 4 maggio La DC annuncia la convocazione della Direzione per il 9 maggio con all'ordine del giorno la convocazione del Consiglio nazionale come richiesto da Moro in una sua lettera.
A Milano un commando brigatista gambizza Umberto Degli Innocenti, medico della Sit-Siemens. A Genova i terroristi feriscono Alfredo Lamberti, dirigente dell'Italsider.
La Direzione del PCI, con un apposito comunicato, sollecita una maggiore efficacia delle indagini superando le incertezze e gli errori commessi dal giorno della strage di via Fani.
Il Comitato esecutivo brigatista approva il Comunicato n 9, quello che dichiara conclusa la campagna del sequestro Moro e avvia le procedure per l'esecuzione dell'ostaggio.
Venerd 5 maggio Da Beirut l'agenzia di stampa palestinese diffonde un appello alle BR del leader palestinese Yasser Arafat: A nome del popolo e dei rivoluzionari palestinesi, e a nome mio personale, chiedo insistentemente ai rapitori di Aldo Moro di liberarlo perch siano salvaguardate l'unit del popolo italiano, la democrazia in Italia, e perch la sua detenzione non possa essere utilizzata dai nemici della libert, della pace e della umanit.
Al Palazzo di giustizia di Roma si incontrano il sostituto procuratore Claudio Vitalone e il dirigente dell'Autonomia romana Daniele Pifano. Intanto a Genova, Milano, Roma e Torino viene diffuso il Comunicato BR n 9.
Il Comitato interministeriale per la sicurezza precisa che la concessione della grazia al di fuori delle norme in vigore offenderebbe
l'ordinamento giuridico e la coscienza pubblica.
Attraverso il sacerdote don Mennini, le BR fanno pervenire alla signora Moro le ultime lettere del prigioniero.
Sabato 6 maggio Giornata di incontri per verificare l'effettiva volont delle BR di accettare lo scambio uno contro uno, e per accertarne la praticabilit giuridica. Il magistrato Claudio Vitalone incontra di nuovo Daniele Pifano. Il vicesegretario socialista Claudio Signorile incontra prima Franco Piperno, poi il presidente del Senato Amintore Fanfani. All'Hotel Raphael, Craxi incontra Lanfranco Pace. Intanto a Novara il medico delle carceri Giorgio Rossanigo viene gambizzato dalle BR.
Ernesto Viglione, giornalista di Radio Montecarlo, informa Flaminio Piccoli di essersi incontrato con un emissario delle BR, il quale gli avrebbe proposto un'intervista con Moro nella prigione.
Domenica 7 maggio Il ministro della Giustizia Bonifacio dispone il trasferimento del nappista Alberto Buonoconto dal carcere di Trani a quello di Napoli, citt dove risiedono il medico e l'avvocato di fiducia del detenuto.
Il presidente libico Gheddafi, durante un incontro con l'ambasciatore italiano ripreso dalla TV, condanna il terrorismo delle BR, e si dice disponibile a fare quanto necessario per salvare la vita di Moro.
Luned 8 maggio Il SISMI (servizio segreto militare) informa che le BR hanno trasmesso due messaggi telefonici a un parroco della Val di Susa; uno di essi - Il mandarino  marcio - deve essere trasmesso a Eleonora Moro. Il settore competente
del Servizio decifra la frase anagrammandola in Il cane morir domani.
A Milano, le BR gambizzano il professor Diego Fava dell'INAM.
Viene ufficialmente inoltrata l'istanza di libert provvisoria in favore del detenuto nappista Alberto Buonoconto. Ma le BR hanno gi dichiarato la loro contrariet alla soluzione umanitaria.
In serata Craxi incontra Fanfani al quale esprime il timore che la situazione stia per precipitare; Fanfani si impegna a intervenire l'indomani, durante la Direzione della DC, per sollecitare un approfondimento sul terreno giuridico dello scambio.
Marted 9 maggio 1978
La Direzione democristiana non ha pi tempo per discutere la soluzione giuridica di un ipotetico scambio fra lo Stato e le BR: alle ore
13,50 il cadavere di Aldo Moro viene fatto trovare nel centro di Roma, in via Caetani, abbandonato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa.
* * *
17 maggio 1978
Otto giorni dopo l'uccisione di Moro, la Polizia perquisisce le abitazioni dei brigatisti segnalati al Viminale fin dal 28 marzo, e fa irruzione nella tipografia romana delle BR in via Fo: vengono fermati
(e poi arrestati) il tipografo Enrico Triaca, Teodoro Spadaccini, e altri quattro brigatisti. Nella tipografia ci sono una macchina stampatrice Ab-Dik 360 proveniente dagli uffici del SISMI, e una fotocopiatrice proveniente dal ministero dei Trasporti.
10 settembre 1978
Entra il vigore il decreto con il quale il governo Andreotti
attribuisce poteri speciali antiterrorismo al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, responsabile del coordinamento tra le forze di polizia e agenti dei servizi segreti.
1 ottobre 1978
Operazione dei Reparti antiterrorismo del generale Dalla Chiesa a Milano, con l'irruzione in tre covi delle BR (via Monte Nevoso, via Olivari e via Pallanza). Vengono arrestati Lauro Azzolini e Franco Bonisoli (del Comitato esecutivo BR), Nadia Mantovani e altri sei brigatisti. Nel covo di via Monte Nevoso ci sono documenti (lettere e memoriale) scritti da Moro durante la prigionia.
31 ottobre 1978
Il giornalista Mino Pecorelli, in alcuni articoli pubblicati dal settimanale
OP, adombra scabrosi retroscena sul blitz dei carabinieri in via Monte Nevoso, e insinua che gli scritti morotei trovati nel covo BR siano stati manipolati e censurati prima di essere resi pubblici.
Pecorelli gi durante i 55 giorni del sequestro Moro ha pubblicato scritti inediti del prigioniero e raccontato retroscena sugli sviluppi della vicenda. Il giornalista verr assassinato a Roma pochi mesi dopo, il 20 marzo 1979.
17 marzo 1979
Viene arrestato a Torino il brigatista Raffaele Fiore, uno dei terroristi del commando della strage di via Fani.
30 maggio 1979
La Polizia arresta a Roma, nell'appartamento di Giuliana Conforto in viale Giulio Cesare, gli ex brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda. I due terroristi, fra i protagonisti della strage di via Fani e del sequestro Moro, erano poi usciti dalle BR in dissenso con Moretti per l'uccisione dell'ostaggio, e avevano fondato il Movimento comunista rivoluzionario.
24 settembre 1979
La Polizia arresta a Roma i brigatisti Prospero Gallinari (uno dei carcerieri di Moro) e Mara Nanni; nel conflitto a fuoco Gallinari viene ferito alla testa.
23 novembre 1979
Il Parlamento vara la Commissione d'inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l'assassinio di Moro e sul terrorismo in Italia
(Commissione Moro).
21 febbraio 1980
I carabinieri arrestano a Torino i brigatisti Rocco Micaletto (del Comitato esecutivo BR) e Patrizio Peci (capo della colonna torinese BR). Un mese dopo la cattura, Peci decide di collaborare e si incontra con il generale Dalla Chiesa.
28 marzo 1980
Cruento blitz dei carabinieri di Dalla Chiesa a Genova, in via
Fracchia: nello scontro a fuoco rimangono uccisi i quattro brigatisti che abitano il covo. Secondo voci, nel covo sarebbero stati trovati altri documenti relativi agli interrogatori di Moro durante la prigionia.
19 maggio 1980
A Napoli viene catturato Bruno Seghetti con tre brigatisti del commando in fuga dopo l'uccisione di Pino Amato (assessore regionale della DC a Napoli). Seghetti, in via Fani, aveva guidato la 132 a bordo della quale i terroristi avevano catturato Moro subito dopo la strage.
27 maggio 1980
Arrestata a Roma la brigatista Anna Laura Braghetti, gi intestataria dell'appartamento-covo delle BR in via Montalcini 8.
4 aprile 1981
Il capo delle BR Mario Moretti, dopo quasi dieci anni di latitanza, viene arrestato a Milano. Il mandato di cattura imputa a Moretti la strage di via Fani, il rapimento e l'uccisione di Moro, pi una serie di altri sanguinosi delitti delle BR.
3 settembre 1982
Il generale Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, viene assassinato da due killer in via Carini (Palermo); nell'attentato rimangono uccisi anche la moglie del generale, Emanuela Setti Carrara, e l'agente di scorta Domenico Russo.
24 gennaio 1983
Al termine dei processi Moro I e II, la Corte d'assise di Roma condanna all'ergastolo 32 brigatisti: fra loro, oltre al capo delle BR Mario Moretti, Lauro Azzolini, Barbara Balzerani, Franco Bonisoli, Anna Laura Braghetti, Adriana Faranda, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari, Rocco Micaletto, Valerio Morucci, Bruno Seghetti. Il 14
marzo 1985 la Corte d'assise di appello ridurr le pene per alcuni condannati: fra gli altri, per Adriana Faranda e Valerio Morucci. La Cassazione confermer la sentenza d'appello.
29 giugno 1983
La Commissione Moro conclude i suoi lavori. Le relazioni di maggioranza e minoranza contengono molte critiche sulla gestione della vicenda da parte degli organi e apparati dello Stato, enumerando errori e omissioni che hanno costellato i 55 giorni del sequestro.
18 giugno 1985
Dopo una latitanza di 7 anni viene arrestata a Ostia (Roma) la brigatista Barbara Balzerani, presente nel commando di via Fani.
12 ottobre 1988
Al termine del processo Moro III, la Corte d'assise di Roma commina
26 ergastoli per reati commessi dalle BR a Roma tra il 1977 e il
1982. Fra i condannati, Barbara Balzerani e i latitanti Rita Algranati e Alessio Casimirri.
13 marzo 1990
Dopo vari colloqui in carcere, il giornalista democristiano Remigio Cavedon consegna al presidente della Repubblica Cossiga (gi ministro dell'Interno durante il sequestro Moro) un memoriale degli ex brigatisti dissociati Adriana Faranda e Valerio Morucci contenente la loro versione sui molti aspetti rimasti oscuri del delitto Moro. Il memoriale dei due ex brigatisti verr trasmesso all'autorit giudiziaria solo il successivo 9 maggio.
Il tentativo di chiudere per sempre con una versione di comodo il caso Moro, mentre sta per essere celebrato il IV processo sul delitto, fallisce: nuove vicende giudiziarie originano l'apertura di una quinta istruttoria.
9 ottobre 1990
A Milano, in via Monte Nevoso 8, nell'ex covo brigatista dove nel
1978 avevano fatto irruzione i carabinieri del generale Dalla Chiesa, viene scoperto in una intercapedine muraria altro materiale delle BR: compresa una cartella contenente fotocopie di altri scritti di Moro durante la prigionia.
20 luglio 1993
L'ex capo brigatista Mario Moretti, nel carcere di Opera, rivela alle giornaliste Carla Mosca e Rossana Rossanda (impegnate nella stesura del libro-intervista Brigate rosse, una storia italiana) quanto ha negato per anni, e cio che fra i carcerieri di Moro c'era un quarto brigatista, e fornisce elementi per identificarlo:  Germano Maccari, che verr arrestato il successivo 13 ottobre.
30 aprile 1994
Grazie alla delazione di Moretti che ha portato in carcere Maccari, il brigatista ergastolano Prospero Gallinari viene scarcerato: ha ottenuto la sospensione della pena per ragioni di salute (provvedimento che la magistratura rifiutava in quanto la versione ufficiale dei brigatisti aveva indicato Gallinari come l'esecutore materiale dell'uccisione di Moro; circostanza rivelatasi falsa con l'ammissione del quarto brigatista fatta da Moretti proprio per soccorrere Gallinari).
1 dicembre 1994
Al termine del processo Moro IV la Corte d'assise di Roma condanna all'ergastolo Alvaro Loiacono, detenuto in Svizzera, in quanto colpevole di concorso nel sequestro e nell'uccisione di Aldo Moro e di altri omicidi (la sentenza verr confermata in appello e dalla Cassazione).
16 luglio 1996
Al termine del procedimento penale Moro V, la Corte d'assise di Roma condanna all'ergastolo l'ex brigatista Germano Maccari per concorso nella strage di via Fani e nel delitto Moro. Dopo ripetuti appelli e ricorsi, la pena verr ridotta a 26 anni.
11 novembre 1997
L'ex capo delle BR, l'ergastolano Mario Moretti, dopo 16 anni di carcere ottiene la semilibert, beneficio del quale gi godono tutti gli ex brigatisti condannati per la strage di via Fani e per il delitto Moro.

 CAPITOLO I.
L'AGGUATO DI VIA FANI.


Attentato da manuale.

Gioved 16 marzo 1978, poco prima delle ore 9 di mattina, il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro sale in auto sotto la sua abitazione, in via del Forte Trionfale 79. Deve recarsi alla Camera, dove i deputati voteranno la fiducia al nuovo governo: il quarto presieduto da Giulio Andreotti, ma il primo sostenuto da un accordo programmatico elaborato anche dal PCI. L'apertura della maggioranza governativa al PCI  stata voluta e perseguita da Moro dopo una trattativa lunga e laboriosa, soprattutto all'interno del suo stesso partito, che sembra non essersi ancora conclusa. La sera precedente, il 15 marzo, a conferma delle difficolt dell'operazione politica in corso, un deputato della corrente morotea l'ha informato delle ultime riserve del PCI (insoddisfatto della lista dei ministri), e il presidente della DC gli ha risposto: Purtroppo siamo in pochi a capire che l'orlo del baratro  vicino.
La Fiat 130 con a bordo Moro (seduto alle spalle dell'autista, l'appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, il quale  affiancato dal caposcorta, il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi),  seguita dall'Alfetta della scorta con a bordo tre poliziotti. Quando le due macchine svoltano da via Trionfale in via Fani, parte l'ultimo segnale di allerta ai brigatisti in agguato, appostati secondo un piano accuratamente predisposto. In prossimit dell'incrocio con via Stresa, l'auto del presidente DC e quella della scorta devono rallentare fino a frenare: una Fiat 128 con targa diplomatica, che le precede, si  fermata sul segnale stradale di stop.
Accade tutto in pochi istanti. Mentre una parte del commando terrorista blocca il traffico in ogni direzione, un uomo in divisa, appostato sul marciapiede di destra, spara a distanza ravvicinata contro il maresciallo Leonardi, che occupa il sedile anteriore destro dell'auto di Moro. Contemporaneamente quattro individui in divisa da avieri, sbucati dall'altro lato della strada, da dietro le siepi del vicino bar Olivetti, balzano in avanti impugnando pistole mitragliatrici: il primo a sinistra frantuma il vetro della portiera anteriore della Fiat 130 e spara contro l'autista di Moro, l'appuntato Ricci, mentre gli altri tre terroristi fanno fuoco contro l'auto di scorta: colpito a morte, l'autista dell'Alfetta, Giulio Rivera, lascia il pedale della frizione e l'auto sobbalza in avanti tamponando la vettura di Moro. Il tiratore che ha sparato la prima raffica contro il caposcorta a bordo della 130, balza all'indietro e spara una seconda raffica contro l'auto della scorta. Solo l'agente Raffaele Iozzino riesce a scendere dall'Alfetta e a esplodere due colpi di pistola, ma viene subito colpito da una raffica di proiettili. Un testimone vede sparare contro l'agente Iozzino anche due individui, sbucati a una decina di metri sulla destra dei quattro terroristi in divisa da avieri. Conclusa la violenta sparatoria, il brigatista alla guida della 128 con targa diplomatica scende dalla vettura; lui e altri due terroristi aprono la portiera posteriore della Fiat 130, afferrano Moro, lo trascinano fuori e lo caricano su una Fiat 132 blu, nel frattempo affiancatasi in retromarcia dall'angolo di via Stresa. Sottratte due borse dall'auto di Moro e un mitra dalla Alfetta della scorta, il commando terrorista fugge con l'ostaggio, a bordo di tre auto e di una moto Honda.
Sotto l'aspetto militare, l'agguato di via Fani non ha precedenti, e rester l'unico del genere nella storia del terrorismo italiano. Solo a livello internazionale  possibile trovare qualcosa di analogo: l'attentato della RAF-Rote armee fraktion a Colonia (Germania), in occasione del sequestro di Hans Martin Schleyer (5 settembre 1977). Nella pratica delle BR, nulla sar paragonabile alla strage di via Fani: sia per l'alto numero di terroristi impegnati nell'attentato, sia per la qualit delle armi e dei mezzi utilizzati, sia per la ferocia di cinque contemporanei omicidi.
Alcuni componenti del commando terrorista, come Valerio Morucci e Franco Bonisoli, tenteranno poi di ridurne la portata evocando supposte deficienze (dalle armi inceppate, alle radio non funzionanti), ma l'attentato di via Fani  unico per la qualit della tecnica militare impiegata (oltre che per la sua portata politica); e nonostante i processi, i pentiti, i testimoni, la dinamica di quell'attentato verr ricostruita solo parzialmente. Non  mai stata effettuata una
perizia complessiva sullo svolgimento dell'azione, elaborata in base a tutti i dati oggettivi e agli elementi testimoniali raccolti; non si conosce l'esatto numero degli attentatori, n dunque la loro identit.
N verr mai individuato il tiratore scelto che ha esploso con la sua arma ben 49 dei 93 proiettili sparati durante l'attentato.
Poliziotti e carabinieri raccolgono le deposizioni di una trentina di testimoni i quali hanno assistito alla strage o hanno visto le auto dei brigatisti allontanarsi dalla zona; alle testimonianze si aggiunge il verbale dei rilievi tecnici che la Polizia scientifica effettua in via Fani circa un'ora dopo l'eccidio: tutti i reperti sono catalogati, descritti e fotografati(1); anche se forze dell'ordine e curiosi accorsi sul posto hanno calpestato e spostato alcuni bossoli e oggetti, ogni reperto  rigorosamente segnalato nella posizione in cui  stato trovato. Anche le auto sono accuratamente descritte; lungo la fiancata sinistra e sul retro dell'Alfetta di scorta si contano ben 22 fori di proiettili, segno evidente del notevole volume di fuoco da cui  stata investita; a quelli esterni vanno aggiunti i fori riscontrati nell'abitacolo: i 17 proiettili che hanno falciato Iozzino, gli 8 che hanno raggiunto l'autista
(l'agente Rivera), e i tre che hanno trafitto chi gli sedeva accanto (il vicebrigadiere di polizia Francesco Zizzi). Vengono catalogati 93
bossoli e numerosi proiettili, esplosi - come accerteranno le perizie balistiche - da sette o otto armi diverse(2), una delle quali appartenente all'agente Iozzino il quale, nell'estremo tentativo di reagire,  riuscito a esplodere due colpi.
Dei 91 proiettili esplosi dai terroristi, 45 hanno colpito gli uomini della scorta di Moro. Il maresciallo Oreste Leonardi, che occupava il sedile anteriore destro della Fiat 130,  stato colpito per primo (e da proiettili sparati dal lato destro) da un killer posizionato fuori dalla traiettoria di fuoco del terrorista che dal lato sinistro intanto sparava sull'appuntato Ricci dopo avere infranto il vetro della portiera sinistra anteriore (per evitare che frammenti di proiettili colpissero Moro, seduto dietro il suo autista). Un attentato da manuale, una prova di grande efficienza, come rileveranno i periti balistici: Lo studio topografico e balistico delle traiettorie da parte degli esecutori  stato perfetto, e per lasciare integro Moro e per impedire l'eventuale ferimento dei complici, con una regola di economia di uomini da manuale.
Gli elementi che hanno permesso la piena riuscita della ardita imboscata in via Fani sono stati due: il fattore sorpresa, e la rapidit dell'esecuzione. Se la sorpresa  dipesa da una ben studiata dislocazione e mimetizzazione del commando, la rapidit dell'esecuzione  dovuta essenzialmente all'abilit di un solo killer, il quale ha supplito all'imperizia militare e alle armi poco efficienti dei brigatisti (le loro quattro pistole-mitragliatrici si sono tutte inceppate, e una non ha esploso neppure un colpo). Anche l'uccisione a tiro incrociato
del maresciallo Leonardi e dell'autista Ricci lasciando illeso Moro ha richiesto precisione di tiro e piena perizia nell'uso delle armi(3).
L'azione militare di via Fani viene subito definita da un ufficiale dei servizi segreti un gioiello di perfezione attuabile solo da due categorie di persone: militari addestrati in modo sofisticato, oppure
(il che  lo stesso) da civili che si siano sottoposti a un
lungo e meticoloso training in basi militari specializzate in operazioni di commando(4).
Un parere condiviso dal generale Gerardo Serravalle, secondo il quale l'abilit del tiratore scelto di via Fani presuppone un addestramento costante, quasi quotidiano, che in Italia  consentito solo a pochi(5). D'altra parte, la brigatista Adriana Faranda dir in sede giudiziaria che gli addestramenti all'uso delle armi da parte dei brigatisti
erano estremamente rari perch era considerato abbastanza pericoloso spostarsi fuori Roma; e il brigatista Valerio Morucci affermer che la sola esercitazione affrontata dal commando brigatista prima dell'azione di via Fani era stata tenuta nel giardino di una villa a Velletri(6). Il nostro addestramento militare avrebbe fatto ridere un caporale di qualsiasi esercito, ammetter il capo brigatista Mario Moretti, dato che le esercitazioni a fuoco avvenivano in modo occasionale, sempre a ridosso delle azioni di combattimento, per il gruppo di compagni che dovevano parteciparvi. Per il sequestro Moro non facemmo nemmeno quelle, perch i compagni incaricati dell'azione vera e propria sarebbero venuti da diverse colonne e da diverse parti d'Italia(7).
La presenza in via Fani di un tiratore addestrato  un fatto certo:  stato lui a uccidere l'agente Iozzino, il solo della scorta che  riuscito a reagire scendendo dalla macchina e sparando due colpi. La presenza in via Fani di un killer professionale  confermata anche da un testimone della strage, Pietro Lalli, pratico di armi: il testimone ha visto il killer sparare una prima raffica a distanza ravvicinata contro la macchina di Moro, poi balzare all'indietro con agilit, allargare il suo raggio di tiro e sparare una seconda raffica, pi lunga della prima, contro gli agenti della macchina di scorta; il tutto impugnando l'arma con la destra, e con la sinistra guantata appoggiata sopra la canna cos da tenerla ferma sulla linea di mira, in una serie di movimenti
decisi e precisi, da vero professionista (Lalli dir al magistrato che il killer doveva essere uno particolarmente addestrato)(8).
Il tiratore scelto probabilmente spiega la presenza sul luogo della strage della moto Honda, che potrebbe avergli garantito una fuga pi rapida e pi sicura (infatti un testimone ha notato che da sotto l'ascella del terrorista a bordo della Honda in fuga spuntava il caricatore di un mitra corto). E pu anche spiegare il ruolo secondario avuto dal capo brigatista Mario Moretti durante la strage: quello di guidare l'auto (con falsa targa Corpo diplomatico) fino allo stop dell'incrocio con via Stresa, dove si sapeva che comunque le macchine si sarebbero dovute fermare(9), sbarrando la strada all'auto di Moro e a quella della sua scorta. Era norma delle BR che al capo dell'organizzazione spettasse il compito pi importante e difficile, che in via Fani era quello di eliminare gli agenti della scorta preservando Moro illeso: ma Moretti lascia quel compito al killer scelto, la cui identit non verr mai scoperta, n verr mai trovata la sua micidiale arma(10).
Il numero e l'identit dei componenti del commando che attu la strage di via Fani, e quanti di loro spararono nel corso dell'attentato, non verr mai stabilito con certezza(11). La sentenza del processo di primo grado, sulla base delle testimonianze rese alla Corte d'assise, stabilir la presenza di 14 terroristi armati tra via Fani e via Stresa, mentre le dichiarazioni dei brigatisti dissociati - sempre tendenzialmente riduttive, e con ammissioni fatte
a tappe successive - ne hanno ridotto il numero a 10. Secondo il brigatista Valerio Morucci, i componenti del gruppo di fuoco
sarebbero stati quattro; secondo alcuni testimoni, erano in numero maggiore(12). Anni dopo, a Moretti - forse per un lapsus - capiter di indicare cinque brigatisti-killer: In via Fani c'erano il doppio dei compagni che sarebbero stati necessari per sparare... quelli che avevano il compito di sparare alla scorta erano quattro, due per macchina, ma elencher cinque nomi: Franco Bonisoli, Lauro Azzolini, Morucci, Prospero Gallinari e Raffaele Fiore(13).
Prima Morucci in sede giudiziaria, poi Moretti in un libro-intervista, sosterranno che nessun brigatista spar dal fianco destro della Fiat 130 di Moro, ma li smentiscono i riscontri peritali e un testimone.
La perizia medico legale riguardante il caposcorta Oreste Leonardi ha identificato le traiettorie di 9 proiettili i quali hanno percorso differenti direzioni intrasomatiche, 6 con netto orientamento da destra verso sinistra, 1 al capo con obliquit pi accentuata da destra verso sinistra, 2 orientate lungo l'asse perpendicolare del corpo;
mentre sul corpo di Giulio Rivera, l'autista dell'Alfetta di scorta, sono state identificate le traiettorie di 8 proiettili 5 con netto orientamento da sinistra verso destra, tre con orientamento da destra verso sinistra. Smentiscono Moretti e Morucci pure i rilievi tecnici della Polizia scientifica sul posizionamento dei bossoli, trovati anche sul lato destro della Fiat 130 di Moro, e le fotografie delle lacerazioni prodotte dai proiettili all'interno dell'auto del leader DC: c'erano lacerazioni prodotte dagli spari addirittura sul fianco destro dello schienale occupato dal maresciallo Leonardi(14).
Che le versioni raccontate dai due ex capi brigatisti sull'imboscata di via Fani siano false lo dimostra anche il fatto che in alcuni punti si contraddicono. Morucci sostiene che Moretti aveva bloccato la
128 poco prima dello stop, facendosi tamponare dalla 130 di Moro, a sua volta tamponata dall'Alfetta di scorta; ma Moretti nega di essersi fatto tamponare: No. Un tamponamento li avrebbe messi in allarme e invece devo dare tempo ai compagni di avvicinarsi. Moro e la scorta sono vulnerabili, lo ripeto, in quanto non notino nulla. E
non notano nulla perch fino a un secondo prima della sparatoria non c' nulla da notare(15). Morucci precisa che dopo il tamponamento Moretti era rimasto alla guida dell'auto targata CD che si  spostata in avanti a causa dei ripetuti tamponamenti da parte dell'autista della
130, che cercava di guadagnare un passaggio sulla destra, verso via Stresa(16); tesi confermata da Moretti, il quale dice di essere rimasto in macchina per tenere azionati i freni. Ma le fotografie della Polizia scientifica dimostrano che non vi  alcun segno di tamponamento, n di urto o di contatto tra la Fiat 130 di Moro e la Fiat 128 con falsa targa CD: i paraurti e le parti anteriori della prima e posteriori della seconda erano intatti, le due auto erano separate da circa mezzo metro (mentre il tamponamento della Alfetta della scorta contro l'auto di Moro era stato provocato dall'abbandono del pedale della frizione da parte dell'autista, colpito a morte).
Morucci ha raccontato che a sparare furono solo in quattro, e tutti dal lato sinistro della strada: lui e Fiore contro Leonardi e Ricci a bordo della 130 di Moro, Gallinari e Bonisoli contro i tre uomini sull'Alfetta di scorta; ma  stato smentito dai rilievi tecnici della Polizia scientifica (che ha trovato bossoli anche sul lato destro della strada), e dai riscontri peritali (corrisponde ai dati obiettivi che si spar sia al Leonardi che al Rivera dal marciapiede di destra)(17).
Non  mai stato accertato chi abbia sparato da destra.
Dei 45 proiettili che hanno colpito gli uomini della scorta,
solo 14 sono stati estratti dai cadaveri, gli altri erano fuoriusciti: cos l'autista Ricci  stato trafitto da 8 proiettili e Zizzi da 3, ma  risultato impossibile stabilire con certezza da quali armi provenissero quei colpi.
Morucci dichiarer: Nell'azione si sono inceppate diverse armi tra cui la FNA43 in mio possesso e l'M12 in possesso di uno degli altri tre uomini [Fiore, che sparava anche lui sulla 130, ndr]. In conseguenza dell'inceppamento della mia arma, per non intralciare gli altri, mi sono portato verso via Stresa e ho impiegato del tempo per disinceppare l'arma. Subito dopo sono tornato accanto alla 130 e ho sparato altri colpi, ma l'auto era gi ferma(18). Notai che il n 1
[Moretti] non era ancora sceso dalla 128 CD. I BR 8 e 9 [Gallinari e Bonisoli] usarono anche le pistole in loro dotazione, perch si incepparono anche i loro mitra(19). Il racconto di Morucci non corrisponde alla rapidit di esecuzione dell'agguato, e l'inceppamento di tutti i mitra dei brigatisti esalta l'efficienza del tiratore scelto che spar una raffica dopo l'altra con la sola arma che non si era inceppata, come risulta dai rilievi sui 49 bossoli, con espulsione a destra, raccolti dalla Polizia scientifica: un primo gruppo in posizione conseguente al tiro ravvicinato contro l'autista Ricci, altri bossoli a maggiore distanza, lungo la carreggiata della strada, fino al gruppo della raffica pi lunga - 27 bossoli sparsi in un raggio di due metri, caduti dopo gli spari contro Iozzino, Rivera e Zizzi.
Il brigatista Franco Bonisoli, che in via Fani impugnava uno Zerbino
(FNA43) con il quale ha sparato un mezzo caricatore prima che si inceppasse, dichiarer che erano quattro i mitra in possesso dei terroristi con divisa da avieri, ma ci fu un'arma che non spar tra queste quattro. Praticamente in tempi diversi si incepparono tutte le armi dei quattro avieri - una, come gi detto, proprio non spar(20).
Poich le perizie balistiche hanno appurato che in via Fani spararono almeno quattro pistole mitragliatrici, rimane da stabilire l'identit del terrorista che spar con la quarta.
Se i dati oggettivi non si conciliano con la versione dell'agguato fornita da Morucci alla magistratura, non si accordano nemmeno con la versione riferita da Moretti. L'ex capo delle BR sosterr: I compagni incaricati di eliminare la scorta sono quattro, due per ciascuna macchina del convoglio. E sono ovviamente tutti piazzati dallo stesso lato della strada: le ricostruzioni che dicono il contrario sono sbagliate, e soprattutto stupide: se uno si mette sulla linea di fuoco del compagno, si finisce con l'ammazzarsi uno con l'altro.  evidente a chiunque abbia un minimo di buon senso, non occorre essere un perito balistico, basta non guastarsi il cervello nel tentativo di dimostrare che in via Fani non c'erano soltanto le BR ma chiss chi altri(21). La tracotante tesi morettiana  smentita dal perito: Non  sostenibile che era impossibile sparare contemporaneamente con tiri incrociati da destra e da sinistra contro il Ricci e il Leonardi, perch invece ci accadde ed  ampiamente provato dalla obiettivazione delle tracce sulla struttura dell'auto Fiat 130 e sui cadaveri: lo sparo incrociato simultaneo deve essere appunto per neutralizzare sicuramente tanto il Leonardi che il Ricci. Addirittura il Leonardi non sub neppure un impatto con direzione da sinistra verso destra, e se non fosse stato colpito dalla prima raffica che per Morucci fu invece da sinistra, sarebbe sceso come lo Iozzino e lo Zizzi dalla parte destra(22).
Secondo Moretti, a questo punto succede l'imprevisto: si inceppano sia il mitra di Morucci sia quello di Bonisoli. Uno dei poliziotti dell'Alfetta riesce a scendere dalla macchina, impugna una pistola.
Bonisoli lascia andare il mitra, tira fuori la pistola sua, spara e lo colpisce. Credo che nemmeno lui sappia come ha fatto a sparare con tanta precisione(23). L'agente Iozzino  stato colpito da 17 proiettili, le perizie balistiche e l'ispezione medico-legale riscontreranno solo tracce di proiettili calibro 9, mentre Bonisoli - secondo Morucci - in via Fani era l'unico ad avere una pistola calibro 7,65. Di quel calibro verranno repertati 4 bossoli, tre proiettili e un frammento di proiettile, trovati tutti lontani dal corpo di Iozzino.
Le perizie hanno stabilito che quasi tutti gli agenti della scorta di Moro vennero finiti con il colpo di grazia (solo l'agente Zizzi, al suo primo giorno di servizio nella scorta, venne risparmiato, e mor all'ospedale qualche ora pi tardi). Inspiegabile il perch di tanta
ferocia quando tutti gli agenti erano gi colpiti mortalmente (Iozzino era esanime a terra, raggiunto da 16 proiettili; Rivera era gi stato colpito al cuore, e altri colpi mortali avevano raggiunto sia Leonardi sia Ricci); salvo che il caposcorta Leonardi, o gli altri anziani militari della scorta, avessero potuto riconoscere qualcuno del commando.
Le perizie hanno appurato che in via Fani vennero usate anche munizioni di provenienza speciale. Tra i bossoli repertati, 31 erano senza data di fabbricazione e ricoperti da una particolare vernice protettiva, parte di stock di fabbricazione non destinata alle forniture standard dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica militare.
Cartucce dello stesso tipo verranno poi trovate anche nel covo BR di via Gradoli. Secondo il perito Antonio Ugolini, questa procedura di ricopertura di una vernice protettiva viene usata per garantire la lunga conservazione del materiale... Il fatto che non venga indicata la data di fabbricazione,  il tipico modo di operare delle ditte che fabbricano questi prodotti per la fornitura a forze statali militari non convenzionali. E quando verranno scoperti i depositi NASCO della struttura paramilitare segreta della NATO GLADIO si riscontreranno le stesse caratteristiche nelle munizioni di quei depositi.
Non  stata condotta alcuna inchiesta per accertare quale ente avesse commissionato quelle particolari munizioni e la loro destinazione, dato che esse non erano destinate alle forze armate regolari n potevano essere commercializzate essendo di calibro militare e interdette a usi civili: dagli atti dei vari processi Moro non risulta siano mai stati svolti accertamenti per scoprire da quali canali quelle munizioni arrivarono alle BR. In un appunto Segretissimo, datato 27
settembre 1978, siglato dall'allora questore di Roma Emanuele De Francesco e dal dirigente della DIGOS Domenico Spinella (appunto non trasmesso n alla magistratura n alla Commissione parlamentare Moro), si legge: Dagli esami compiuti dai periti su alcuni bossoli rinvenuti in questa via Fani, risulterebbe che le munizioni usate provengono da un deposito dell'Italia Settentrionale, le cui chiavi sono in possesso di sole sei persone(24).
La presenza in via Fani, durante l'attentato, di due individui armati i quali, appena sterminata la scorta e catturato l'ostaggio, fuggirono a bordo di una moto Honda seguendo le auto dei brigatisti,  una certezza processuale. La Honda venne vista dal testimone Luca Moschini prima della sparatoria vicina a due individui in divisa da avieri (e indossavano la divisa da avieri almeno quattro dei terroristi); venne vista da un secondo testimone, l'ingegner Alessandro Marini, al momento del sequestro: uno dei due motociclisti spar proprio in direzione del Marini (infatti i brigatisti verranno condannati all'ergastolo per la strage e il delitto Moro, e per il tentato omicidio di Marini).
Un terzo testimone, Giovanni Intrevado, vide la Honda al momento della fuga del commando, e not il caricatore di un mitra spuntare da sotto l'ascella di uno dei due motociclisti. Inoltre, pochi minuti dopo la strage, quella stessa moto Honda venne segnalata anche dal Centro operativo della Questura a tutte le volanti come uno dei mezzi a bordo dei quali erano fuggiti i terroristi del commando(25).
Valerio Morucci e Mario Moretti hanno sempre negato che i due motociclisti in sella alla Honda fossero delle BR. Se i due capi brigatisti hanno detto il vero (e c' comunque da dubitarne), occorre prendere atto che sulla scena dell'attentato, la mattina del 16 marzo in via Fani, non c'erano solo le BR: parteciparono all'azione, contribuendo alla sua riuscita, anche altre entit rimaste ignote. Se invece Moretti e Morucci hanno mentito (e non sarebbe certo una novit), lo hanno fatto per nascondere l'identit dei due motociclisti-brigatisti, e soprattutto il ruolo da essi avuto durante l'agguato.
Una moto Honda era stata notata, due-tre giorni prima della strage, parcheggiata in via Savoia, nei pressi dello studio privato dell'on.
Moro, vicina a un furgone colore avana chiaro... fermo in posizione favorevole per osservare l'ingresso dello stabile, ove  ubicato lo studio(26). L'uso dell'autofurgone, dotato di sofisticate attrezzature spionistiche, rientra nel modus operandi dei servizi segreti. E durante i 55 giorni del sequestro Moro, verr segnalata la presenza di furgoni analoghi in via Gradoli (dove, al momento della scoperta del covo brigatista, verr notata di nuovo anche una moto Honda),
e pure in via Montalcini, nei pressi del secondo covo brigatista: strane coincidenze che non sono state oggetto di indagini adeguatamente penetranti.
Nel corso dell'inchiesta sulla strage emerger pi volte la possibilit che in via Fani fosse presente un diverso gruppo terroristico d'appoggio all'azione delle Br(27); ma la circostanza  tra quelle che rimarranno senza approfondimento (la stessa brigatista dissociata Adriana Faranda ne ammetter la possibilit, sia pure solo in via teorica). A molti anni dai fatti, in soccorso dei brigatisti per liberarli del problema-Honda accorrer l'ex ministro Francesco Cossiga, il quale, il 30 novembre 1993, dichiarer ai magistrati che la motocicletta venne identificata assieme al conducente e che questo, un extraparlamentare, venne ritenuto estraneo ai fatti: una circostanza semplicemente assurda, del resto mai riferita in precedenza dall'ex ministro dell'Interno, anche perch priva di qualunque riscontro poliziesco o giudiziario.
I terroristi del gruppo di fuoco in via Fani indossavano una divisa da avieri: un accorgimento singolare, tale da richiamare l'attenzione anzich stornarla, come hanno dimostrato i molti testimoni che li notarono nelle vicinanze o sul luogo della strage e nel corso della fuga. Probabilmente  perch non tutti i componenti del commando si conoscevano, e la divisa serviva appunto al reciproco riconoscimento
(anche per evitare che durante il conflitto a fuoco i terroristi si sparassero fra loro); un accorgimento a maggior ragione necessario per la presenza del killer scelto, ignoto ai pi.
Altri aspetti logistici dell'attentato non verranno mai chiariti.
Secondo le testimonianze raccolte subito dopo l'agguato, i rilievi tecnici della Polizia scientifica e i risultati delle perizie balistiche, la dislocazione dei componenti del commando brigatista durante l'agguato era quella risultante dalla Cartina A, con la presenza di 14
terroristi, fra cui due donne; secondo la versione raccontata dai brigatisti, i componenti del commando erano 9, e al momento della sparatoria avevano invece la collocazione illustrata dalla Cartina B.
Appena fermata l'auto di Moro e quella della scorta, due brigatisti bloccarono la parte alta di via Fani con un'auto piazzata in diagonale, per proteggere il gruppo di fuoco bloccando il traffico; la stessa esigenza si imponeva per per il traffico proveniente dalla parte bassa di via Fani, e ci avrebbe richiesto l'impegno di altri due brigatisti.
Infatti la sentenza del processo di primo grado precisa, sulla
base delle dichiarazioni dei testimoni, che al di l dell'incrocio erano collocati una giovane armata di mitra M12 e un uomo in uniforme, i quali provvidero a bloccare tutti coloro che provenivano dalla parte bassa di via Fani(28). C'era poi l'esigenza di tenere sgombera da ogni ostacolo e ingorgo la strada che doveva assicurare la fuga dei brigatisti appena sequestrato l'ostaggio, cio quella parte di via Stresa che conduce verso via Trionfale.
Sequestrato l'ostaggio il commando fugg, ma la versione raccontata dai brigatisti contraddice i testimoni anche per quanto riguarda questa fase dell'azione: infatti i testimoni videro un numero maggiore di terroristi a bordo delle tre macchine in fuga con l'ostaggio.
Altre testimonianze confermano il percorso seguito dalle tre auto dei brigatisti fuggiaschi (la 132, la 128 bianca, e un'altra 128 blu): via Stresa, piazza Monte Gaudio, via Trionfale, largo Cervinia, via Belli, fino a via Casale De Bustis, dove venne tranciata una catenella stradale, e dove la testimone Anna De Luca vide le tre auto dileguarsi oltre un dosso in direzione di via Massimi. In via Massimi non ci sono testimoni - ed  proprio qui che si perdono definitivamente le tracce dell'on. Moro.
Dopo il primo processo, i brigatisti, per bocca del dissociato Morucci, hanno cercato di confezionare una verit di comodo, poi via via adattata alle risultanze giudiziarie. Infatti Morucci ha raccontato:
All'altezza dell'incrocio tra via Massimi e via Bitossi, sono sceso dal 128 blu, alla cui guida si  posto il n 9 [Bonisoli], e mi sono avviato con le borse prese sull'auto di Moro verso un autofurgone grigio chiaro parcheggiato nella stessa via Bitossi, poco prima dell'angolo con via Bernardini. Nel frattempo le tre macchine (132,
128 bianca e 128 blu) hanno proseguito per via Serranti. A quel punto, mentre due auto utilizzate per il primo tragitto della fuga - la
128 bianca e la 128 blu - sarebbero state condotte in via Licinio Calvo e l abbandonate, Morucci avrebbe preso l'autofurgone
(lasciato incustodito) contenente una cassa di legno e si sarebbe diretto in piazza Madonna del Cenacolo dove ci sarebbero stati in attesa Moretti, Fiore e Seghetti: i primi due a bordo della 132 con l'ostaggio, mentre Seghetti (che in via Massimi aveva lasciato a Moretti la guida della 132) era salito a bordo di una Dyane parcheggiata in quella via. In pratica, all'arrivo di Morucci con l'autofurgone in piazza Madonna del Cenacolo, Moro sarebbe stato trasbordato dalla 132 nell'autofurgone e chiuso nella cassa di legno.
La ricostruzione di Morucci  menzognera. Infatti non  verosimile che le BR avessero lasciato incustodito un veicolo cos importante come l'autofurgone, cruciale per la riuscita dell'intera operazione, a maggior ragione dopo il furto di una delle auto che avrebbe dovuto essere impiegata nell'azione (il 13 marzo i brigatisti avevano dovuto rubare la 128 blu proprio per sostituire quella sottrattagli). Inoltre,  del tutto inverosimile che i brigatisti avessero parcheggiato e cambiato auto in una zona molto frequentata dalla Polizia: proprio a quell'ora, all'angolo tra via Massimi e via Bitossi, ogni mattina sostava l'autoradio del commissariato di Monte Mario, e nell'altro braccio di via Massimi transitavano spesso altri agenti di polizia incaricati di vigilare l'abitazione dell'on. Flaminio Piccoli. Secondo il racconto di Morucci (poi ripetuto da Moretti), il trasbordo dell'ostaggio sarebbe avvenuto in piazza Madonna del Cenacolo, una piazza sulla quale si affacciavano molti palazzi, dove c'erano locali pubblici (tra cui un bar), e dove scorreva un traffico intenso: dunque, un luogo nel quale il rischio di essere notati era altissimo, rispetto a zone assai meno esposte presenti lungo il tragitto percorso dai terroristi.
Una testimone, Elsa Maria Stocco, vide alla guida dell'autofurgone un'altra persona di aspetto giovane. La signora Stocco abitava in via Bitossi 26, nel palazzo accanto a quello dove c'era l'abitazione del giudice Walter Celentano, solitamente piantonata da un'autopattuglia;
mentre rientrava a casa, la Stocco vide arrivare da via Massimi, a forte velocit, un'auto di grossa cilindrata che si ferm proprio davanti alla sua abitazione: ne scese un uomo in divisa da pilota civile, senza berretto, con un impermeabile blu e in mano una valigetta 24 ore, il quale si avvicin al furgone, apr lo sportello e butt dentro la valigetta; quindi il falso aviere torn all'auto, ne prelev
un borsone scuro e butt anche quello dentro il furgoncino;
dopodich le due autovetture si allontanarono in direzione di via Bernardini.
Dunque, contrariamente alla versione di Morucci secondo la quale il furgone era incustodito, la Stocco afferma che alla guida del furgone c'era una persona. Chi fosse quel brigatista, e a chi appartenesse quell'autofurgone, gli inquirenti non lo hanno mai accertato, anche perch il mezzo non  mai stato trovato. Inoltre la Stocco vide arrivare l'uomo in divisa da aviere non a piedi, ma a bordo di una macchina di grossa cilindrata (di tipo ministeriale, preciser la teste al magistrato), e le borse da lei viste al momento del trasbordo nell'autofurgone non erano il borsello e la borsa diplomatica sottratte dall'auto di Moro: il borsone scuro sembra piuttosto corrispondere a quella grossa borsa nera vista in via Fani, all'inizio della sparatoria, ai piedi dei quattro terroristi in divisa da avieri, da un altro
testimone, l'ingegnere Marini; non  quindi da escludere che quel borsone scuro contenesse armi anzich i documenti riservati di Moro.
Ma l'elemento pi importante della testimonianza di Elsa Maria Stocco  la precisazione dell'orario in cui assistette all'improvviso arrivo del finto aviere, al rapido trasbordo di valigetta e borsone dall'automobile all'autofurgone, e alla sollecita partenza dei due automezzi: Sono certa che i fatti di cui io sono stata testimone si sono verificati tra le 9,20 e le 9,25 del 16 marzo 1978, in quanto pochi minuti dopo io entravo nella mia abitazione e ascoltavo il giornale radio delle ore 9,30, che gi dava notizia dell'assassinio della scorta dell'on. Moro. Nello stesso lasso di tempo, la 132 con a bordo Moro utilizzata per la fuga da via Fani venne trovata parcheggiata in via Licinio Calvo: quindi Moro era stato trasbordato prima dell'arrivo di Morucci (o di chi per lui) in via Bitossi; nel brogliaccio delle comunicazioni della sala operativa della Questura di Roma il radiofonista che registrava le comunicazioni delle volanti scrisse:
Ore 9,23. Squalo 4. In via Licinio Calvo  stata abbandonata la 132
targata Roma P79560. Da via Licinio Calvo si sono allontanati dei giovani a piedi, una donna e un uomo armati(29).
Tutto ci dimostra quanto sia stata menzognera la versione dei fatti raccontata da Morucci (ma che i magistrati, assurdamente, hanno ritenuto attendibile a dispetto della sua macroscopica inverosimiglianza).
Del resto,  privo di logica il tragitto di fuga passando per via Casale De Bustis, che costringeva i fuggiaschi a perdere tempo per tranciare la catenella stradale, quando la 132 poteva raggiungere pi rapidamente piazza Madonna del Cenacolo percorrendo via Durante e via della Balduina, e pi rapidamente le macchine di scorta potevano raggiungere via Licinio Calvo, se quelle erano davvero le loro destinazioni subito dopo il rapimento.
Sull'auto 132 che aveva trasportato Moro dopo la strage e poco dopo abbandonata in via Licinio Calvo vennero trovate e fotografate due infiorescenze: una sul blocco interno della chiusura della portiera laterale destra, l'altra nella scanalatura del cofano anteriore. Le infiorescenze si erano impigliate nell'auto in un momento successivo a via Fani (dove le portiere erano state aperte nel momento in cui era stato caricato Moro e i terroristi erano risaliti per fuggire): quelle infiorescenze si erano impigliate nel momento in cui
Moro era stato fatto scendere dall'auto, probabilmente in un
campo cespuglioso, come sembrava indicare l'infiorescenza rimasta nella scanalatura del cofano(30). E in piazza Madonna del Cenacolo non c'era alcun cespuglio.
Nessuno ha verificato se quel tipo di infiorescenza provenisse da qualche terreno cespuglioso di via Massimi, e immediati dintorni, proprio dove si persero le tracce dei terroristi in fuga con l'ostaggio.
Via Massimi vecchia  una strada breve, dove da un lato c'erano eleganti palazzine fra cui alcuni stabili dell'istituto opere di religione
(lo IOR, la banca del Vaticano diretta da monsignor Paul Marcinkus)(31), dall'altro lato c'erano i vasti giardini della Loyola University Chicago Rome Center of Liberal Art, dell'Ordine dei padri trinitari e delle suore domenicane di Villa Rossini, nonch i terreni dove era in costruzione un grande fabbricato della Societ Tirrena Assicurazioni.
 evidente che i brigatisti hanno mentito inventando il trasbordo di Moro in piazza Madonna del Cenacolo, probabilmente perch il luogo dove il trasbordo dell'ostaggio effettivamente avvenne presupponeva complicit imbarazzanti.
Gli agenti del commissariato di Monte Mario, convinti che i brigatisti in fuga dopo la strage avessero trovato rifugio in uno stabile della zona, effettuarono numerose ispezioni e perquisizioni; ma non poterono accedere negli immobili di propriet dello IOR del Vaticano, n alcun magistrato della Procura di Roma autorizz la perquisizione di quegli stabili. L'attenzione degli inquirenti torn ad appuntarsi su quella zona otto mesi dopo il delitto Moro, per un articolo pubblicato sulla rivista americana Penthouse dallo scrittore italoamericano Pietro Di Donato, il quale scriveva che nella parte alta di via della Balduina c'era un garage mimetizzato che i brigatisti avevano utilizzato subito dopo la strage di via Fani. I nuovi accertamenti non portarono all'individuazione del fantomatico garage(32).
L'implausibile ricostruzione di Morucci si concludeva con un complicato tragitto, compiuto da soli tre brigatisti, per trasportare Moro fino al parcheggio sotterraneo dei magazzini Standa di viale Newton, nella zona sud-est di Roma. Con il sequestrato chiuso nella cassa di legno, il furgone del commando avrebbe impiegato poco pi di venti minuti per spostarsi da piazza Madonna del Cenacolo a viale Newton;
lo guidava Mario Moretti, tallonato da Morucci con la Dyane.
Ma nel racconto di Morucci non si spiega come tre soli brigatisti ritenessero di poter fronteggiare un eventuale posto di blocco: la loro sola protezione sarebbe stata costituita dal tortuoso percorso studiato per evitare il pi possibile i semafori, ma lungo quel percorso alcuni incroci importanti erano inevitabili. In occasione del sequestro di Vallarino Gancia, le BR avevano utilizzato tre auto: nel caso fossero incappati nelle forze dell'ordine, l'auto di testa avrebbe dovuto, spalleggiata dagli occupanti della seconda, forzare il blocco per consentire alla terza, con l'ostaggio, di superare l'ostacolo. Dunque,  evidente che il racconto di Morucci  riduttivo rispetto al piano militare previsto, oppure presupponeva l'assoluta certezza che lungo quel percorso posti di blocco non se ne sarebbero trovati.
Verso le ore 9,30 di quel 16 marzo, Morucci avrebbe lasciato l'ostaggio e il regista del sequestro, Mario Moretti, nel sotterraneo di un grande magazzino. Da quel momento, Moro fu visto solo dai suoi carcerieri.


Un ordine troppo tempestivo.

Come potevano essere cos sicure le BR che in quel giorno, a quell'ora e in quel momento, mio marito sarebbe passato da via Fani?:  la cruciale domanda posta dalla signora Eleonora Moro sia alla Commissione parlamentare sia in Corte di assise, ma  una domanda rimasta senza risposta.
Moro non percorreva tutti i giorni la stessa strada: cambiava il percorso in ragione dei vari impegni della giornata, anche
se due percorsi si ripetevano con maggiore frequenza; il caposcorta maresciallo Leonardi, in base alle richieste di Moro, comunicava agli autisti l'itinerario da percorrere di volta in volta e al momento. Eppure, fin dalla sera del 15 marzo i brigatisti affrontarono i preparativi per l'imboscata in via Fani: nottetempo squarciarono le gomme del pulmino appartenente al fioraio Antonio Spiriticchio, che ogni giorno sostava proprio nel luogo dell'agguato. In pratica, l'audace imboscata venne preceduta da una meticolosa preparazione logistica: dunque i terroristi fin dal giorno prima avevano l'assoluta certezza che la mattina dopo, verso le ore 9, l'auto di Moro sarebbe transitata in via Fani, e prima ancora che lo avesse stabilito il maresciallo Leonardi.
La scorta di Moro era in costante collegamento radio con la sala operativa del Viminale, dalla quale potrebbe essere partita l'indicazione di mutare il percorso prescelto, per motivi di traffico o con altri pretesti. Certo  che quella mattina le auto di Moro da via Trionfale svoltarono in via Fani, passando proprio l dove i terroristi avevano accuratamente predisposto l'imboscata. Compiuta la strage e sequestrato Moro, i terroristi fuggirono, e riuscirono a dileguarsi solo grazie a una seconda, coincidenza sospetta.
Nel momento in cui in via Fani il commando brigatista annientava la scorta di Moro, gli agenti di pubblica sicurezza Marco Di Bernardino e Nunzio Sapuppo erano in via Bitossi, nei pressi dell'incrocio con via Massimi, a bordo di un'autoradio del commissariato di Monte Mario: attendevano di scortare il giudice Walter Celentano nel suo consueto tragitto dall'abitazione al Tribunale; ma dalla centrale operativa della Questura ricevettero l'ordine di accorrere in via Fani, dove c'era stata una sparatoria.
Gi da tempo il servizio di scorta al magistrato, la cui abitazione era in via Bitossi, veniva effettuato ogni mattina a quella stessa ora;
 quindi assodato che i meticolosi brigatisti ne erano al corrente; e tuttavia essi parcheggiarono la Dyane e il furgone Fiat 850, destinati a essere utilizzati durante l'operazione, proprio nei pressi della pattuglia in via Bitossi. Gli agenti della volante dichiareranno poi di non ricordare alcun furgone in sosta in via Bitossi, ma la circostanza  irrilevante, poich  evidente che i brigatisti, cos come avevano avuto la certezza preventiva che Moro e la sua scorta sarebbero passati da via Fani, avevano la certezza che quella volante si sarebbe allontanata al momento opportuno. I servizi di scorta hanno disposizioni molto rigide: gli agenti non possono abbandonare la consegna per nessun motivo, qualunque ne sia la ragione, salvo ordini superiori; e l'ordine venne impartito proprio a quella volante prima che a ogni altra, nonostante pare vi fosse nella zona una seconda pattuglia molto pi prossima al luogo della strage.
La guardia di PS Renato Di Leva, in forza alla sezione motociclisti, present una relazione di servizio quello stesso 16 marzo per informare i superiori che in mattinata, mentre in auto percorreva via Stresa, si era imbattuto in una volante di PS con il segnale di emergenza acceso; e mentre si affiancava alla volante per farsi riconoscere dai due agenti, in caso avessero avuto bisogno di aiuto, aveva visto una Fiat 128 blu ministeriale, con a bordo tre o quattro individui in uniforme dell'Aeronautica, che a forte velocit imboccava via Stresa allontanandosi verso la parte alta della strada, cio in direzione di via Trionfale - l'auto proveniva da via Fani. Dunque, in base a questa testimonianza una volante di PS, molto pi vicina a via Fani rispetto a quella ferma in via Bitossi, incroci una delle auto del commando BR in fuga, senza peraltro inseguirla.
Il fatto certo  che, appena conclusa la strage, la centrale operativa della Questura - allertata dai testimoni del sequestro, cio quando i brigatisti erano gi in fuga con l'ostaggio - impart all'autoradio in sosta in via Bitossi l'ordine di accorrere in via Fani. Cos, mentre il commando terrorista si dirigeva verso via Bitossi dove a quell'ora era abitualmente in sosta un'autoradio di PS, quella stessa volante si spostava verso il luogo della strage, per cui il percorso dei brigatisti ebbe la ventura di non incrociare quello dei poliziotti. Quella mattina, la fortuna  dalla parte degli aggressori, commenter il magistrato Ernesto Cudillo(33).
Si notino i tempi dello svolgimento dei fatti, cos come registrati nel brogliaccio del centro operativo della Questura: alle ore 9,03 la volante di Monte Mario, ricevuto via radio l'avviso di recarsi in via Fani perch si sono uditi diversi colpi di arma da fuoco, part da via Bitossi e percorse via Pietro Bernardini, via Luigi Biasucci, via Vincenzo Ambrosio, via Festo Avieno, via Massimi, piazza Ennio, via Nevio, via Trionfale, via della Camilluccia, via Stresa, e arriv all'incrocio di via Fani, il luogo della strage; secondo la relazione di servizio, gli agenti di PS, scesi dalla macchina, si fecero spazio tra la folla, videro gli agenti della scorta in fin di vita e chiesero notizie ai presenti - il tutto in appena due minuti, poich alle 9,05 il radiofonista della sala operativa registr il messaggio dell'autoradio di Monte
Mario circa l'invio dell'autoambulanza e il numero di targa di un'auto dei terroristi: una rapidit assolutamente inverosimile.
L'inspiegabile certezza preventiva del passaggio di Moro in via Fani, e la certezza preventiva che la volante sempre presente in via Bitossi-via Massimi si sarebbe allontanata in tempo utile, non sono state oggetto di particolari indagini, specie in rapporto alla sala operativa del Viminale e alla sala operativa-Cot della Questura; n il ministero dell'Interno ha mai disposto un'inchiesta amministrativa.


Il pranzo mattutino del colonnello del SISMI.

La mattina del 16 marzo, alle ore 9, nei pressi di via Fani, mentre avveniva la strage, si aggirava senza apparente ragione un ufficiale del SISMI, il colonnello Camillo Guglielmi.
L'ufficiale, in forza al servizio segreto militare, era uno stretto collaboratore del capo del SISMI, il generale Giuseppe
Santovito (segretamente affiliato alla P2), ed era stato istruttore presso la base di Capo Marrargiu dell'organizzazione paramilitare segreta, di ispirazione atlantica, GLADIO, dove insegnava ai gladiatori le tecniche dell'imboscata: quella stessa tecnica mirabilmente impiegata dalle BR per sterminare la scorta catturando Moro illeso. L'inspiegata presenza
a pochi metri da via Fani del colonnello Guglielmi al momento della strage verr rivelata molti anni dopo, nel 1991, da un ex agente del SISMI addestratosi a capo Marrargiu, Pierluigi Ravasio, all'on.
Luigi Cipriani della Commissione parlamentare stragi, al quale l'ex agente confider anche di avere fatto parte di una organizzazione clandestina analoga a GLADIO(34); Ravasio riferir inoltre che il SISMI aveva un infiltrato nelle BR(35).
Interrogato dal sostituto procuratore della Repubblica di Roma Luigi De Ficchy il 16 maggio 1991, il colonnello Guglielmi ammetter di essere stato nei pressi di via Fani, in via Stresa, la mattina del 16
marzo 1978, ma verso le ore 9,30, e in quanto si stava recando
da un collega - il colonnello Armando D'Ambrosio, residente in zona - che lo aveva invitato a pranzo... Il colonnello D'Ambrosio dichiarer al magistrato di non ricordare di avere invitato a pranzo Guglielmi il 16
marzo 1978, ma di essere certo che il colonnello del SISMI effettivamente si present a casa sua, la mattina della strage, verso le ore 9 -
un orario decisamente strano per un pranzo. L'inchiesta del magistrato De Ficchy si indirizzer verso l'impervia e paludosa zona grigia dell'attivit dei servizi segreti paralleli" (SUPERSISMI).
In un documento agli atti della Commissione parlamentare stragi, il commissario Luigi Cipriani indicher Pierluigi Ravasio quale membro dell'ufficio Sicurezza interna (ufficio R) del SISMI: Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte erano i capi ufficio, mentre i suoi diretti superiori erano il colonnello Guglielmi e il colonnello Cennicola.
L'ufficio era situato a Forte Braschi, ma la squadra con cui Ravasio operava (6 persone) era di stanza a Fiumicino. Templare per tradizione di famiglia (figlio di un ex carabiniere aderente alla RSI), Ravasio aveva esordito nel corpo Paracadutisti di Livorno, e successivamente aveva perfezionato l'addestramento in Sardegna, a Cala Griecas (Capo Marrargiu), dove aveva imparato la tecnica per azioni di infiltrazione e a compiere attentati all'estero; proprio a Capo Marrargiu (base di addestramento della struttura segreta GLADIO), aveva conosciuto l'ufficiale di Marina Decimo Garau, e il futuro capo di GLADIO generale Paolo Inzerilli. Nel 1978, Ravasio era stato reclutato nel SISMI da Musumeci(36).
Il racconto di Ravasio  comunque la riprova dell'attivit illegale del SUPERSISMI per il quale Musumeci si era tanto adoperato, sconfinando dai compiti assegnati all'Ufficio controllo e sicurezza, che avrebbe dovuto svolgere verifiche interne per garantire l'affidabilit del personale e la legittimit dell'attivit degli organi del SISMI (erano altri gli uffici che dovevano svolgere compiti operativi); Musumeci, invece, reclutava, soprattutto tra i Carabinieri paracadutisti, gli elementi che entravano a far parte di una forza paramilitare clandestina cui erano affidati compiti operativi e che - stando alle rivelazioni di Ravasio - era stata attivata anche per il caso Moro.
Secondo Ravasio, Musumeci, Belmonte e Guglielmi operavano nel SISMI gi durante la strage di via Fani e il sequestro di Moro, mentre ufficialmente i tre avevano preso servizio solo dopo la conclusione
della vicenda. Alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla Loggia P2, Musumeci - che alla P2 era affiliato - dichiarer che avrebbe s dovuto entrare in forza al SISMI nel febbraio 1978, ma che per ragioni di servizio entr a farvi parte solo il successivo 1 giugno.
Non sono mai stati chiariti bene ruolo e operato di Musumeci durante il sequestro Moro: la Commissione parlamentare arriver a disporne l'arresto provvisorio per la contraddittoriet e falsit della sua deposizione e per le sue reticenze. Sia il piduista Musumeci, sia il massone Belmonte (nella lista coperta dei massoni all'orecchio del gran maestro di Palazzo Giustiniani), verranno condannati dal tribunale di Bologna per i loro accertati tentativi di depistare le indagini relative alla strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980(37).
Gli stessi Belmonte e Musumeci nel gennaio 1981 tentarono di accreditare una falsa pista per il delitto Moro. Lo riveler un agente del SISMI, il maresciallo dei carabinieri Francesco Sanapo (lo stesso che confesser il coinvolgimento dei suoi
superiori Musumeci e Belmonte nei depistaggi delle indagini sulla strage di Bologna), riferendo ai giudici bolognesi che dalla stessa fonte informativa, predisposta da Belmonte per il depistaggio della strage del 2 agosto, dovevano essere fornite indicazioni sul caso Moro: La fonte, poich non erano stati arrestati i terroristi e non era stato scoperto il loro covo, mi aveva dato - cos avrei dovuto testimoniare - un memoriale di quattro pagine dal quale risultava che le Brigate rosse erano state addestrate per il sequestro dell'onorevole Moro in un Paese dell'Est europeo e, dopo l'eccidio di via Fani, lo avrebbero nascosto in una ambasciata dell'Est, mi sembra di ricordare che mi disse di quella della Bulgaria(38).
Il generale Paolo Inzerilli, responsabile dell'organizzazione GLADIO
dal novembre 1974 al giugno 1980, ha tentato di negare l'appartenenza del colonnello Guglielmi al SISMI, precisando che era invece un colonnello in servizio nell'Arma dei carabinieri, e che sarebbe divenuto consulente del SISMI soltanto il 1 luglio 1978; n avrebbe
mai fatto parte di GLADIO(39). Ma i magistrati militari Sergio Dini e Benedetto Roberti, nella loro inchiesta sulla operazione GLADIO, hanno invece trovato documenti comprovanti i legami del colonnello Guglielmi con il servizio segreto militare fin dagli anni 1972-73, e il suo ruolo di istruttore in corsi speciali organizzati dal SID presso la base di GLADIO a Capo Marrargiu; i giudici militari hanno inoltre appurato la scomparsa di una enorme quantit di atti dall'archivio del SISMI, ma l'inchiesta  stata loro sottratta quando hanno scoperto che l'organizzazione GLADIO era
articolata in pi livelli: la parte dei 622 gladiatori era il coperchio legittimo, formato essenzialmente da gente in buona fede che ritenevano di operare solo in funzione
antinvasione, ma vi erano livelli pi segreti fino al nocciolo chiave,
alle azioni sporche dei servizi, un nocciolo attivato al di l dei compiti istituzionali(40).
Il fatto certo  che non  mai stato appurato perch il colonnello del SISMI e addestratore di gladiatori Guglielmi stazionasse nei pressi di via Fani al momento della strage del 16 marzo 1978. Anche perch l'inchiesta si  interrotta quando il magistrato De Ficchy  stato destinato ad altro incarico, e poco dopo Guglielmi  deceduto.


Borse scomparse.

Secondo Eleonora Moro, il presidente della DC usciva abitualmente di casa portando con s cinque borse: una conteneva documenti riservati, una seconda medicinali e oggetti personali - nelle altre tre, Moro conservava ritagli di giornale e tesi di laurea dei suoi studenti.
Subito dopo l'agguato, sull'auto di Moro vennero trovate due sole borse, e una terza venne recuperata solo cinque giorni pi tardi, nel bagagliaio posteriore della stessa auto. Dunque i terroristi in via Fani prelevarono dalla macchina, insieme all'ostaggio, le due borse pi
importanti: quella in cui Moro custodiva documenti riservatissimi, e quella contenente medicinali. Infatti la signora Moro dir: I terroristi dovevano sapere come e dove cercare, perch in macchina c'era una bella costellazione di borse; e in alcune lettere dal carcere brigatista, durante il sequestro, Moro esprimer preoccupazione per la sorte delle sue borse che erano in macchina(41).
Nonostante l'enorme quantit di materiale sequestrato negli anni successivi all'interno delle numerose basi delle BR scoperte dalle forze dell'ordine, della borsa di Moro e dei documenti riservati che conteneva non verr mai trovata traccia.
Franco Bonisoli, ex membro del Comitato esecutivo BR, intervistato dal Corriere della Sera racconter che in una delle due borse di Moro c'erano documenti riguardanti un progetto di unificazione delle forze di polizia. Il brigatista pentito Antonio Savasta ha dichiarato alla Commissione parlamentare che nel dicembre 1978, in occasione di una pausa nella riunione della direzione della colonna romana delle BR, svoltasi a Moiano (in provincia di Perugia), Prospero Gallinari bruci alcune carte - una trentina di fogli dattiloscritti -
definendole i documenti di Moro; Savasta ha dichiarato inoltre di non avere materialmente visto le due borse, ma solo un fascicolo e una patente di tipo D che - a detta di Gallinari - apparteneva a Moro
(il presidente della DC possedeva invece una patente di categoria C
rilasciata dalla prefettura di Bari):  evidente che le affermazioni di Savasta, secondo le quali Gallinari avrebbe portato fino a Moiano scottanti documenti riservati semplicemente per bruciarli l anzich a Roma, non sono verosimili, se non altro perch contrarie alle pi elementari regole di sicurezza. L'ex brigatista Laura Braghetti, da parte sua, giustificher la distruzione delle borse di Moro argomentando che non contenevano niente di importante ma solo lettere di raccomandazione, copioni di film, scenografie.
Sul contenuto di una delle due borse di Moro sottratte dai brigatisti fornir alcuni significativi particolari Corrado Guerzoni, all'epoca capo ufficio stampa di Moro:
Nella borsa del presidente c'erano probabilmente i documenti pi delicati, almeno quelli degli ultimi tempi, perch li portava sempre con s... Per quel che ne so io c'erano i documenti dell'affare Lockheed, per la parte di cui era stato coinvolto il presidente... Fino a quel momento i giornali avevano dato le notizie cos com'erano; dicevano che c'era stata l'indagine, che la Corte
costituzionale aveva deciso di non dar luogo a un'ulteriore indagine e aveva fatto una specie di ordinanza di chiusura. L'impressione tuttavia era che ci potesse essere, come dire, un ritorno di fiamma su queste notizie, volto non pi a fornire la mera informazione, ma a volerla interpretare in una chiave che fosse sconveniente per il presidente. In quella occasione dissi al presidente: diciamo come stanno le cose,  scritto l che questa informazione esce dal gabinetto del segretario di Stato; diciamo che  un fatto politico.  comprensibile, del resto, che il presidente seguisse una linea, e chi si opponeva a tale linea aveva certamente interesse a farlo vedere in una certa maniera.
La testimonianza di Guerzoni trova riscontro sulla stampa del
16 marzo: nel plico dei quotidiani macchiati di sangue trovato nell'auto di Moro, c'era il quotidiano la Repubblica, che in terza pagina, sotto il titolo Antelope Cobbler? Semplicissimo,  Aldo Moro, presidente della DC, scriveva: A fornire questa pista  stato un teste, Luca Dainelli, ascoltato il 10 febbraio scorso dal giudice istruttore Antonio De Stefano. Secondo la deposizione di Dainelli, fra i documenti in busta chiusa del Dipartimento di Stato americano inviati all'ambasciatore Volpe, vi era un appunto, un memorandum, nel quale si annotava che l'Antelope Cobbler del caso Lockheed era l'onorevole Moro (anche il Corriere della Sera, La Stampa e Il Giornale davano rilievo a tale notizia, che scomparve nelle edizioni straordinarie successive
al rapimento). Dalla dichiarazione di Guerzoni, sembra che il
presidente della DC fosse gi al corrente della nota proveniente dal segretario di Stato americano.
Anche Giovanni Galloni, all'epoca vicesegretario nazionale della DC, attribuir notevole rilievo alla borsa di Moro sparita, dichiarando alla Commissione parlamentare: Moro era un uomo sospettosissimo;
non lasciava niente in giro; tutte le cose delicate e importanti le portava con s.


La beffa di via Licinio Calvo.

Venti minuti dopo la strage di via Fani la Polizia trov l'auto Fiat 132
blu a bordo della quale i brigatisti avevano portato via Moro: era abbandonata in via Licinio Calvo. Il giorno dopo, il 17 marzo, alle ore
4,10 del mattino, venne trovata la Fiat 128 bianca utilizzata dai brigatisti in via Fani: era parcheggiata in via Licinio Calvo. Due giorni dopo, il 19 marzo, durante una ricognizione in via Licinio Calvo, alcuni agenti del commissariato di Monte Mario trovarono parcheggiata la Fiat 128 blu, targata Roma L55850 (rubata il precedente 13
marzo a Costanzo Ernesti, abitante nel quartiere Trionfale): era la terza auto utilizzata dai brigatisti per la loro fuga da via Fani subito
dopo la strage, e cos come sulle altre due, a bordo venne trovata una sirena e rilevate piccole macchie di sangue.
In sede giudiziaria Valerio Morucci sosterr che le auto del commando
- compresa la terza - furono abbandonate in via Licinio Calvo quasi contemporaneamente la stessa mattina del 16 marzo; ma il fatto  del tutto inverosimile, ed  stato smentito da numerosi testimoni.
Via Licinio Calvo  una stradina secondaria a senso unico del quartiere Trionfale (bastano cinque minuti a piedi per percorrerla da un capo all'altro): il controllo delle macchine posteggiate richiedeva poco tempo e minime difficolt, ed era doveroso dopo il ritrovamento, in quella stessa viuzza, venti minuti dopo la strage, della Fiat 132
blu a bordo della quale i terroristi avevano portato via Moro. La mattina del 16 marzo, inoltre, via Licinio Calvo era stata tra le pi frequentate dalle forze dell'ordine (in auto, in motocicletta o a piedi): ci erano transitati agenti di polizia e carabinieri, funzionari e ufficiali, tutti a conoscenza del numero di targa della 128 bianca, che venne intravista solo l'indomani, alla tenue luce notturna delle ore 4,10 del
17 marzo, quando il numero delle pattuglie di servizio era notevolmente diminuito. La targa della terza auto non era stata segnalata, ma era ben noto che si trattava di una 128 blu. Il dirigente del commissariato di Monte Mario dichiarer che, dopo il ritrovamento della seconda auto, aveva avuto lo scrupolo di fare controllare i contrassegni di tutte le auto in sosta in via Licinio Calvo, e di essere passato lui stesso pi volte lungo la strada senza notare quella auto
(peraltro ben individuabile per il filo elettrico esterno che collegava la batteria alla sirena). Il testimone Paolo Nava ha escluso che la 128
blu fosse posteggiata in quel punto prima delle ore 18 del 18 marzo, poich lui vi era passato a piedi per ben tre volte senza vedere l'auto, che aveva notato solo alle ore 0,30 del 19 marzo. Il giudice Filoreto D'Agostino (residente in via Licinio Calvo) ha escluso nel modo pi assoluto la presenza in quella via, nei giorni precedenti, della macchina ritrovata alle 0,30 del 19 marzo perch in quel posto era uso parcheggiare la sua macchina durante il giorno e lo aveva fatto anche dopo il 16 marzo. L'ulteriore conferma che il brigatista Morucci ha mentito  nel servizio televisivo del giornalista RAI Piero Badaloni dopo il ritrovamento della seconda auto in via Licinio Calvo: le immagini della via, riprese il 18 marzo, dimostrano che la 128
blu non c'era(42).
Fatto sta che, a parte la 132 subito ritrovata pochi minuti dopo la strage, la seconda auto dei brigatisti - la 128 bianca - venne trovata alle ore 4,10 dell'indomani, 17 marzo, mentre la terza venne notata da un testimone alle 0,30 del 19 marzo.  quindi ovvio che le due vetture erano state parcheggiate nottetempo, e in due diversi momenti
(operazione non difficile per le BR, che avevano diverse radio sintonizzate sulle bande d'onda delle forze di polizia); di qui l'ipotesi che i terroristi avessero una base logistica nella zona di via Licinio Calvo, una base insospettabile e ben protetta, come rilever il sostituto procuratore generale Nicol Amato: Sembra logico pensare che i terroristi avessero predisposto nelle vicinanze di via Licinio Calvo una o pi basi di appoggio in garage o altri locali simili e idonei appartenenti a persone del tutto insospettabili.
In un rapporto sull'attivit svolta dalla Guardia di finanza durante i 55 giorni del sequestro Moro, si legger che, secondo una fonte riservata, le due 128 dei brigatisti sarebbero state inizialmente parcheggiate in un box o garage situato nelle immediate vicinanze di via Licinio Calvo; e che la stessa fonte aveva raccolto voci secondo le quali le BR avevano utilizzato una base situata a un piano elevato, con accesso diretto dal garage mediante ascensore. Nell'appunto si rilevava infine che non si era setacciata la zona a tappeto, preferendo assecondare le segnalazioni anonime.
Mino Pecorelli, in un articolo pubblicato dal settimanale OP
il 16 gennaio 1979, annunci l'intenzione di tornare a parlare dei punti oscuri del sequestro Moro, come per esempio il garage compiacente che ha ospitato le macchine servite all'operazione. Ma non pot farlo, perch il successivo 20 marzo venne assassinato.

Note.
1. Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro, d'ora in poi CM, vol. 43, pagg. 759-90, e foto pubblicate da pag. 57 a pag. 317 del volume 123.
2. Cfr. Corte d'assise di Roma, processo Moro IV, Relazione di perizia d'ufficio tecnico-balistica e medico-legale in merito alle modalit dell'eccidio della scorta dell'on.
Aldo Moro del 1 ottobre 1993, che utilizza anche i risultati delle due perizie effettuate nei precedenti processi.
I dati tecnici di questa perizia individuavano in 8 le armi della sparatoria, mentre la
Relazione di consulenza balistica del procedimento Moro V ne individuava 7. La differenza  nel fatto che la relazione al Moro IV identificava, attraverso due proiettili calibro 9 corto, una pistola semiautomatica calibro 9 mm corto, Beretta modello 34;
mentre la relazione al Moro V identifica un solo proiettile cal. 9 corto, e avvalora l'ipotesi della provenienza di tale proiettile da una cartuccia che fu erroneamente e inavvertitamente inserita nel caricatore, da 30 o da 40 colpi di una pistola mitra del calibro 9 parabellum (la stessa arma che in base alle precedenti perizie aveva sparato almeno 49 colpi, e che quindi ne avrebbe sparati almeno 50).
Difficile stabilire con assoluta certezza quale delle due perizie risponda al vero poich entrambe le armi - sia la pistola mitragliatrice cal. 9 parabellum dei 49 o 50
colpi, sia la pistola cal. 9 corto Beretta modello 34 - non sono mai state trovate. Gli autori dell'ultima perizia del 1994 - a sedici anni di distanza dai fatti - hanno scritto:
Teniamo a sottolineare che gli esami compiuti al microscopio comparatore hanno presentato, nella quasi totale generalit dei casi, notevoli difficolt; ci a causa della
circostanza che tre delle armi impiegate in via Fani erano residuati bellici le cui canne, a causa della vetust e della cattiva manutenzione, avevano subito in larga misura gli effetti dell'ossidazione e dell'usura e di conseguenza le impronte lasciate da queste armi sulle pallottole sparate non erano nelle migliori condizioni per essere sottoposte ad accertamenti comparativi (pag. 67).
3. Ha scarso valore il diverso parere espresso nel 1981 dai tre consulenti della Commissione parlamentare d'inchiesta (il tenente colonnello dei carabinieri Giovanni Campo, il generale Francesco Di Muro, il funzionario di PS Alfonso Noce), in quanto formulato senza fare riferimento ai dati oggettivi della perizia balistica, delle ispezioni medico-legali sui corpi delle vittime, e dei rilievi tecnici della Polizia scientifica. I tre consulenti, inoltre, ignoravano il fatto che tutte le pistole mitragliatrici impugnate da
4 terroristi del commando si erano inceppate durante l'azione. Il generale Di Muro ha comunque rilevato che l'estrema rapidit dell'attentato di va Fani presupponeva un adeguato addestramento al tiro con le armi.
4. Cfr. la Repubblica, 18 marzo 1978.
5. Dichiarazione del generale Serravalle all'Autore. La competenza in materia da parte di Serravalle  indiscutibile, avendo egli diretto per anni la struttura segreta paramilitare NATO Stay behind (GLADIO).
6. Ordinanza-sentenza del giudice Rosario Priore nel procedimento penale Moro IV, pag. 59. Ovviamente, quella menzionata da Morucci era stata una esercitazione senza
bersagli, n armi e pallottole, poich gli spari avrebbero creato allarme nelle vicine abitazioni.
7. Mario Moretti, Brigate rosse, una storia italiana, libro-intervista di Carla Mosca e Rossana Rossanda, Anabasi 1994, pag. 119.
8. CM, vol. 30, pagg. 23-24, e vol. 41, pag. 494.
9. Dalla registrazione originale dei colloqui di Moretti con le giornaliste Carla Mosca e Rossana Rossanda. Si tratta delle registrazioni effettuate al magnetofono dalle due giornaliste nell'estate 1993, nel carcere di Opera, durante alcuni colloqui col detenuto Mario Moretti, registrazioni poi utilizzate per il libro-intervista Brigate Rosse, una storia italiana, cit. Le bobine di quei colloqui sono state sequestrate dalla Polizia il 27
ottobre 1993, e la loro trascrizione  agli atti del procedimento Moro V.
10. Anche l'ultima Relazione di consulenza balistica, presentata da Domenico Salza e Pietro Benedetti nel 1994, ha riconfermato che in via Fani c'era un tiratore il quale utilizz una sola arma che esplose almeno 49 colpi (Commissione parlamentare d'inchiesta stragi, d'ora in poi CS, Moro 7/9H, pag. 49).
11. Nel 2003 il regista Renzo Martinelli, per il suo film sul caso Moro Piazza delle cinque lune, ricostruir la strage attenendosi alle testimonianze, alle risultanze delle perizie, e ai rilievi tecnici della Polizia scientifica: ne sortir un numero di terroristi maggiore dei 10 indicati dai brigatisti processati. Infatti, sulla scena, oltre ai brigatisti notoriamente presenti, compariranno un altro terrorista che spara dal fianco destro dell'auto di Moro, pi altri due terroristi in motocicletta.
12. L'ingegnere Alessandro Marini, che ha assistito alla strage da poca distanza, ha dichiarato di avere visto sparare sette uomini (oltre all'agente Iozzino); e che uno di essi, a bordo di una moto Honda, ha sparato colpendo il parabrezza del suo motorino
(deposizione alla DIGOS alle ore 10,15 del 16 marzo 1978).
La signora Eufemia Evadini ha dichiarato che mentre camminava sul marciapiede destro di via Fani verso via Stresa,  stata superata da due auto, ha udito i primi spari e il rumore di un leggero tamponamento; era a una decina di metri dall'Alfetta di scorta quando sulla sua sinistra ha visto un gruppo di 7-8 uomini, che le sembravano in divisa da poliziotti (in realt da avieri), sparare contro le due macchine.
13. Nella sentenza di primo grado, Azzolini, membro dell'Esecutivo BR, era stato condannato anche quale componente del commando responsabile della strage di via Fani;
ma la sentenza di appello, sulla base delle dichiarazioni di Valerio Morucci, lo ha escluso dall'elenco dei partecipanti all'agguato.
14. CM, vol. 123, pag. 245, fotografia n 242. Anche l'ultima Relazione di consulenza balistica, presentata da Salza e Benedetti nel 1994, riconferma che Oreste Leonardi 
stato colpito al fianco destro; non menziona il fuoco incrociato dai due lati opposti della strada in quanto non rientrava nei quesiti posti dal magistrato.
15. M. Moretti, OP. cit., pag. 127.
16. Corte d'assise di Roma, processo Moro IV, memoria difensiva di Valerio Morucci e Adriana Faranda, pag. 30.
17. Corte d'assise di Roma, processo Moro IV, Relazione di perizia d'ufficio tecnico balistica e medico legale in merito alle modalit dell'eccidio della scorta dell'on.
Moro, pag. 35.
18. Precisazione inverosimile: la sparatoria era cominciata a macchine ferme.
19. Corte d'assise di Roma, processo Moro IV, memoriale di Valerio Morucci e Adriana Faranda, pagg. 30-31.
20. Testimonianza di Franco Bonisoli alla Corte d'assise del processo Metropoli, 14
aprile 1987. La perizia balistica del Moro IV ha fatto rilevare che Morucci deve essersi sbagliato nell'attribuire a Bonisoli l'uso della pistola semiautomatica Beretta modello 51, calibro 7,65 Parabellum: la perizia ha identificato la pistola calibro 7,65
nel modello 52, a meno che non si trattasse di una Beretta mod. 51 alla quale vennero sostituiti sia il caricatore che la canna originale.
21. M. Moretti, Op. cit., pagg. 120-21.
22. Corte d'assise di Roma, processo Moro IV, Relazione di perizia cit., pag. 35.
23. M. Moretti, Op. cit., pagg. 127-28.
24. Archivio CS, fascicoli Moro 7/23. Questo appunto emerger solo nel 1999, quando, dopo essere stato declassificato, verr trasmesso alla Commissione stragi unitamente ad altre note, all'epoca destinate al capo della polizia o al ministro dell'interno. Il 4
novembre 1999 (cio dopo 21 anni), la DIGOS, incaricata dall'autorit giudiziaria, riferir: Il prefetto Spinella, interpellato in proposito, ha dichiarato di non ricordare chi era l'estensore dell'appunto, n, tantomeno, l'origine delle notizie, aggiungendo che, a suo avviso, si potrebbe risalire all'estensore del documento esaminandone l'originale.
Dal controllo effettuato agli atti di questa DIGOS, l'originale dell'appunto non  stato rinvenuto (ibidem).
25. CM, volume 29, pag. 1.002. La presenza dei due motociclisti in via Fani  agli atti dei vari processi Moro, compreso il quinto, durante il quale l'ex brigatista Raimondo Etro dichiarer: Ricordo anche di avere appreso, da Alessio Casimirri, che era successo qualcosa di imprevisto [durante l'attentato di via Fani, ndr] che potrebbe riguardare una moto e chi la guidava (interrogatorio del 15 settembre 1994).
26. CM, volume 30, pag. 472.
27. CS, XII legislatura, resoconti stenografici delle sedute, volume 1, pag. 392.
28. Sentenza della Corte d'assise di Roma, 24 gennaio 1983.
29. CM, vol. 29, pag. 1.016. Alle ore 9,10 dalla sala operativa della Questura era stato diramato alle volanti il messaggio: A tutti... Via della Balduina si  allontanata la 132
blu Roma P79560 e una 128 bianca M53995 con a bordo quattro giovani armati, allontanati zona di Monte Mario.
30. Cfr. G. Zupo e V. Marini Recchia, Operazione Moro, Franco Angeli 1984, pag. 71.
31. Tra il materiale sequestrato ai brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda dopo il loro arresto (29 maggio 1979), c'era l'indirizzo e il numero di telefono dell'abitazione di monsignor Marcinkus, nonch l'indirizzo e il numero telefonico di padre Flix Morlion (agente della Cia), ai quali l'autorit giudiziaria non ha mai rivolto alcuna domanda.
32. Gli inquirenti precisarono che in via della Balduina n 323 esiste l'accesso al garage privato di due palazzine che hanno ingresso principale in via dei Massimi 91
di propriet dell'istituto opere di religione... L'ingresso di tale garage  isolato [e]
potrebbe essere quello indicato nell'articolo e definito mimetizzato.
Il Reparto operativo dei carabinieri, incaricato dalla
magistratura di svolgere accertamenti in via Massimi e in via Alfredo Serranti presso le famiglie con disponibilit di garage o box, omise di perquisire i palazzi di propriet dello IOR, e nel successivo rapporto di Polizia giudiziaria (datato 22 gennaio 1979) mancava ogni riferimento proprio a via Massimi 91, quasi che quel recapito fosse coperto da una speciale immunit
(CM, volume 34, pag. 612). Il sostituto procuratore generale Nicol Amato, nella requisitoria del primo processo Moro, ipotizzer l'esistenza di una base logistica dei terroristi proprio in quella zona.
33. CM, vol. 52, pag. 797. Tra i reperti trovati in viale Giulio Cesare dopo l'arresto di Valerio Morucci c'era una striscia cartacea, estranea ai materiali raccolti dai brigatisti nelle loro inchieste sulle forze di polizia, con l'indirizzo e il numero telefonico di Antonio Esposito, il commissario di PS che prestava servizio nella centrale operativa della Questura di Roma, e che risulter iscritto alla Loggia massonica P2 di Licio Gelli.
34. Ravasio disse di far parte di un gruppo di [circa] 400 persone suddiviso in nuclei di 6, il cui compito era di opporsi a sommosse interne da parte della sinistra; cfr. il promemoria consegnato dall'on. Cipriani alla Commissione parlamentare stragi.
35. L'ex agente Pierluigi Ravasio, prima di essere ascoltato in sede giudiziaria,  stato indotto a modificare le sue rivelazioni; ma una perquisizione presso la sua abitazione, disposta dal magistrato Luigi De Ficchy, ha fornito riscontri in merito alle notizie riferite da Ravasio al deputato Cipriani.
36. Nel 1981, in seguito a screzi con il capocentro del controspionaggio di Milano, Ravasio aveva lasciato il SISMI ed era passato alla Sezione anticrimine dei carabinieri di Parma.
37. Ancora secondo Ravasio, nella vicenda Moro fu implicata la malavita romana collegata al SISMI. Un preciso legame tra il duo Musumeci-Belmonte e la malavitosa banda della Magliana emerger proprio nell'ambito del processo per la strage di Bologna: i materiali utilizzati per depistare le indagini relative alla strage (un mitra, un fucile a canne mozze, un passamontagna, una certa quantit di esplosivo identico a quello utilizzato per la strage del 2 agosto 1980 messi in una valigia collocata da Belmonte sul treno Taranto-Bologna) provenivano dal deposito della banda, nascosto negli scantinati del ministero della Sanit.
38. CS, XII legislatura, strage di Bologna, fascicolo 4/9.
39. P. Inzerilli, GLADIO, una verit negata, Analisi 1995, pag. 100.
40. CS, inchiesta sulle vicende connesse alla operazione GLADIO, stenografico dell'audizione di Sergio Dini e Benedetto Roberti, pagg. 14-18. Ha dichiarato Roberti: I 622
erano elementi che all'apparenza non potevano far sorgere dubbi sia per la loro moralit sia per la loro attivit e finalit. In realt l'organizzazione, come  stato appurato, si avvaleva dell'opera anche di elementi ad altri livelli.  soprattutto molto interessante far notare che alcuni manualetti recanti i resoconti di esercitazioni realmente svolte dall'organizzazione
GLADIO rendono chiaro che tale organizzazione, avente certe finalit istituzionali, in realt perseguiva anche altre finalit di controllo interno del Paese, come chiaramente detto in vari documenti - basta leggerli - affinch certe forze di sinistra non raggiungessero il potere, neanche in via legale, cio tramite libere elezioni.
41. Cfr. Il mio sangue ricadr su di loro. Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle BR, a cura di Sergio Flamigni, Kaos edizioni 1997, pagg. 63 e 101.
42. Cfr. il servizio di Piero Badaloni trasmesso dal TG1 della RAI il 20 marzo 1978, e ritrasmesso da RAI-Sat Album il 20 marzo 2003, nel servizio Gli ultimi 55 giorni di Aldo Moro di Antonio Maria Mira.
 
CAPITOLO II.
UN DELITTO ANNUNCIATO.


Spionaggio in via Savoia.

Quattro giorni dopo la strage di via Fani, il 20 marzo, il sostituto procuratore Luciano Infelisi interrog per la prima volta, e per circa un'ora, il dipendente del Banco di Roma Gianfranco Moreno, fermato il 16 marzo (cio il giorno della strage), e al termine dell'interrogatorio decise di scarcerarlo. Ma perch Moreno era stato fermato?
Il mese prima della strage, il 4 febbraio, un inquilino dello stabile di via Savoia 88, dove Aldo Moro aveva il suo studio privato, aveva segnalato al portiere il numero di targa di un'auto dalla quale aveva visto scendere un individuo sospetto; costui si era introdotto nel giardino sul quale si affacciavano le finestre dello studio di Moro rimanendovi appostato; quindi, accortosi di essere osservato, era tornato alla sua auto e si era dileguato. Il portiere aveva subito consegnato a Nicola Rana, segretario di Moro, l'appunto con il numero di targa, e Rana aveva riferito i dati alla Polizia. Convocato in Questura il 28
febbraio, Gianfranco Moreno aveva negato di essersi mai recato in via Savoia, e il 15 marzo - cio il giorno prima della strage di via Fani - il capo della polizia aveva comunicato a Rana l'esito dell'indagine: non c'era nulla di sospetto a carico del Moreno.
E tuttavia il 16 marzo - cio il giorno della strage - Moreno era stato nuovamente fermato per una specie di dubbio del magistrato inquirente Infelisi, che aveva ordinato il nuovo provvedimento. A
questo singolare ripensamento si univano i dubbi di Rana: nel corso di una conversazione telefonica intercettata dalla Polizia, il segretario
di Moro sosterr infatti che Moreno era un basista e che fosse stato rilasciato con troppa leggerezza. Interrogato dalla DIGOS subito dopo il fermo del 16 marzo, Moreno aveva ripetuto la versione gi raccontata alla Questura il 28 febbraio: impiegato come usciere presso una filiale del Banco di Roma, il giorno della strage di via Fani era in ferie; per arrotondare lo stipendio, svolgeva una seconda attivit nel campo degli impianti radiotelevisivi e di allarme antifurto.
La sera del 17 marzo, i telegiornali informarono che Gianfranco Moreno era stato fermato per omicidio plurimo e sequestro di persona.
A quel punto, improvvisamente, Moreno cambi versione: ammise di essere stato in via Savoia, ma solo per accompagnare un amico, tale Gerardo Serafino, il quale doveva recarsi all'UfFicio di araldica situato in quella via. Quando gli inquirenti indagheranno sul conto dell'amico di Moreno, Gerardo Serafino, questi risulter essere un collaboratore di Gian Aldo Arnaud, deputato della destra DC affiliato alla P2.
Gianfranco Moreno era gi noto in Questura fin dal 1973, quando un'impiegata dell'ambasciata libanese lo aveva denunciato per molestie: con il magistrato, lui aveva giustificato come un tentativo di corteggiamento le sue insistenti soste presso l'azienda dove la signora svolgeva un doppio lavoro, la Radionica spa, una societ di copertura diretta da un certo Schuller, ex nazista legato ai servizi segreti tedeschi del quale si diceva appoggiasse l'organizzazione terroristica Settembre nero(1).
Alla Commissione parlamentare d'inchiesta, il giudice Infelisi confermer di avere disposto il fermo del Moreno il 16 marzo, e dopo la scarcerazione di averlo fatto pedinare, tenendogli il telefono sotto controllo. Ma perch quelle misure non erano state adottate invece di procedere al fermo? Oltretutto, come si  visto, il Moreno era una sospetta spia ancor prima di essere sorpreso nei pressi dello studio di Moro, dunque il suo fermo era stato maldestro e improvvido. Infatti la Commissione parlamentare commenter: La figura di Moreno ha, peraltro, alimentato perplessit. Egli  stato seguito per mesi, e nonostante non sia emerso nulla di specifico in relazione ai fatti di via Fani, nessuna spiegazione  stata fornita dagli inquirenti sul suo interessamento per le finestre dello studio dell'onorevole Moro.
Dunque, non erano state le sole BR a spiare e pedinare Moro prima del sequestro. Lo confermavano altri episodi
verificatisi in via Savoia, di fronte allo studio del presidente della DC. Strani ladri erano penetrati nottetempo nello studio del leader DC senza per sottrarre nulla; in seguito all'episodio, lo studio era stato dotato di vetri antiproiettile alle finestre e di blindatura delle porte.
Il 17 febbraio 1977 uno degli inquilini di via Savoia 88 aveva protestato perch alcuni dei cavi telefonici che transitavano nei sotterranei dell'edificio erano stati sostituiti. L'amministratore dello stabile non era al corrente di quei lavori, ma la custode aveva poi dichiarato che una squadra di tecnici della SIP era effettivamente entrata nei sotterranei dell'edificio e aveva sostituito alcuni cavi; l'operazione era stata interpretata come un'iniziativa adottata per impedire che le linee telefoniche dello studio di Moro fossero intercettate, anche perch non era stato possibile accertare i motivi e la natura di quei lavori, n chi li avesse eseguiti. Legittimo il sospetto che quell'intervento di supposti tecnici SIP sulle linee telefoniche dello studio di Moro fosse stato effettuato proprio per metterle sotto controllo, anzich per impedire che lo fossero.
Alcuni mesi prima della strage di via Fani, il 27 novembre 1977, gli agenti della scorta di Moro avevano notato un giovane motociclista fermarsi all'arrivo dell'automobile del direttore del Corriere della Sera, il piduista Franco Di Bella (che doveva intervistare Moro); poco prima, il giovane aveva fatto cenni di intesa a due individui appiedati; quando un carabiniere della scorta era intervenuto, ordinando al motociclista di fermarsi, il giovane aveva accelerato e si era dileguato contromano nella attigua via Brescia. Agli agenti della scorta, il meccanico di una vicina officina aveva poi confermato di avere notato pi volte, nella stessa giornata, quel sospetto giovane motociclista poi fuggito.
Claudio Leone, che aveva l'ufficio nello stabile di fronte a quello del numero 88 di via Savoia, testimonier di ripetuti appostamenti di persone intente a osservare le finestre dello studio del presidente DC, specie durante la settimana che aveva preceduto il sequestro. Il prof.
Mario Lillo, residente nelle vicinanze e abituale pedone di via Savoia, riferir di avere notato pi volte, parcheggiata in prossimit dello stabile al numero 88, una moto di grossa cilindrata scura, probabilmente una Honda, appaiata a un autofurgone chiaro, fermi in posizione favorevole per controllare l'ingresso dello stabile; l'ultimo avvistamento dei due mezzi risaliva a due o tre giorni prima del sequestro. Lillo ricorder che sulla parte superiore del furgone vi era un rialzo di circa 25 cm. Non trattasi di portabagagli ma di una ulteriore copertura: un particolare caratteristico di certi automezzi dei servizi segreti per occultare attrezzature spionistiche.
Emerger poi che altri appostamenti per spiare Moro c'erano stati
anche presso la sua abitazione di via del Forte Trionfale, nella chiesa di Santa Chiara in piazza dei Giuochi Delfici (dove quotidianamente il leader DC assisteva alla Messa), e perfino all'interno dell'Universit La Sapienza di Roma dove Moro era docente.


Allarmi e preannunci.

L'operazione Moro era stata ripetutamente e diversamente annunciata prima del fatidico 16 marzo 1978.
Nella prima settimana del dicembre 1977, alla Questura di Roma era pervenuto un avvertimento preciso: Attenti, perch si sta preparando l'irlandizzazione di Roma; l'assoluta attendibilit della fonte, vicina agli ambienti della lotta armata, aveva indotto la Questura a trasmettere subito un appunto al capo della polizia e al ministro dell'Interno Cossiga. Tra l'altro, in quelle stesse settimane erano state trovate alcune copie della Risoluzione numero 4 della direzione strategica delle BR il cui contenuto rafforzava la verosimiglianza dell'avvertimento: la Risoluzione, dopo aver esaltato l'omicidio del giornalista Carlo Casalegno(2) e gli attentati gi compiuti contro uomini politici della DC (Perlini, Arienti, Coccozello, Fiori), impartiva la direttiva di individuare e colpire gli uomini del potere democristiano
a partire dagli organismi centrali; poich fino ad allora le BR avevano colpito solo a livello periferico e intermedio, era facile intuire come i brigatisti prefigurassero le future azioni puntando a obiettivi di vertice - non a caso, met della Risoluzione, sotto il titolo La lotta  appena cominciata, conteneva un panegirico del rapimento Schleyer. A rilevare l'inquietante contenuto del documento brigatista era stato il quotidiano della DC Il Popolo, che ne aveva avuto notizia dal Viminale, dove nessuno aveva per ritenuto di adottare misure di prevenzione, neppure quando l'esponente della DC romana Publio Fiori era stato gambizzato e sul luogo dell'attentato era stata tracciata la scritta: Oggi Fiori, domani Moro.
Il pericolo che il terrorismo alzasse il tiro era avvertito in quel settore dell'Arma dei carabinieri che aveva esperienza di lotta contro le BR. Il generale Bozzo, uno dei principali collaboratori del generale Dalla Chiesa, menzioner
un'importante informazione avuta dalla fonte Grifone poco prima della strage di via Fani: Venimmo a sapere che le BR stavano... progettando un'azione contro un uomo politico di alto livello. Lanciammo l'allarme, eravamo ai primi di gennaio 1978... La colonna romana delle BR aveva chiesto ai brigatisti di Torino l'aiuto di un compagno muratore. La fonte Grifone ci aveva detto che il compagno muratore avrebbe dovuto scendere nella capitale per costruire un muro, una parata(3)... Ricevetti l'ordine dei miei superiori di andare subito a Roma a conferire con il capo di stato maggiore dell'Arma, generale Mario De Sena. Io gli raccontai quello che a fatica eravamo riusciti a sapere, lo misi in guardia; ma il generale De Sena gli aveva risposto: Guagli, quello delle BR  un problema vostro, del Nord perch qui a Roma di BR non c' traccia(4).
Cos come Dalla Chiesa, anche il generale Bozzo diffidava dei servizi segreti: I servizi segreti perseguivano interessi che non coincidevano con i nostri [dei Carabinieri, ndr], anzi a volte erano opposti, e concluder con una denuncia del comportamento dei vertici istituzionali:
Ci misero in naftalina, noi e i nostri infiltrati. Per chiamarci dopo, quando ormai Moro era stato ammazzato(5).
Testimonier il vicecapo del Servizio di sicurezza Guglielmo
Carlucci: Sapevamo che le BR avevano in animo di sequestrare un uomo politico importante e ci negli ultimi tempi; era una notizia proveniente da fonte qualificata che ci pervenne poco prima del sequestro Moro(6). Il 31 gennaio 1978 il ministro dell'Interno Cossiga aveva decretato (proprio nel momento meno opportuno) lo scioglimento del Servizio di sicurezza e istituito un nuovo organismo, l'UCIGOS, affidandone la direzione all'amico questore di Sassari Antonio Fariello, e quella informativa non aveva avuto alcun seguito.
Nel febbraio del 1978 il periodico satirico Il Male aveva pubblicato un articolo nel quale si leggevano le linee della mano ai pi noti personaggi politici, e quella di Moro era stata descritta cos: La mano
di costui, forse ripresa in un carcere,  inequivocabilmente del tipo assassino, cio capace di commettere crimini atroci con totale indifferenza.
E la linea del destino indica che il soggetto, dopo alterne vicende, far una brutta fine. Notevole il reticolo sull'indice, segno certo di carcerazione; nonostante l'articolo fosse stato pubblicato dal periodico a febbraio, il SISMI se ne avvide solo il 20 marzo (quattro giorni dopo il sequestro Moro), e in quella data avvi accertamenti.
Il SISMI riferir alla Commissione parlamentare d'inchiesta che il
18 febbraio 1978 veniva acquisita informazione da un appartenente dell'organizzazione palestinese FPLP guidata da George Habbash, secondo cui sarebbe stato possibile nel prossimo futuro un'operazione terroristica di notevole portata. I giudici istruttori Ferdinando Imposimato e Rosario Priore appureranno che in Francia, a Parigi, nel febbraio
1978, gi si sapeva della organizzazione del sequestro Moro.
Il 6 marzo 1978, alla direzione della casa circondariale di Campobasso era pervenuta una lettera dell'ergastolano Cesare Ansideri, il quale avvertiva: Ci sar un altro attentato a grossa personalit di Roma; ma il SISMI non aveva dato seguito all'informazione, bench Ansideri avesse avuto contatti in carcere con i brigatisti Oscar Soci e Alfredo Bonavita (quest'ultimo era uno dei pochi capi brigatisti detenuti, al corrente dei preparativi delle BR per un grosso attentato).
Un documento dell'ufficio di Pubblica sicurezza presso l'universit di Roma aveva riferito che il 10 marzo 1978, verso le ore 17, in un cortile antistante l'istituto di Filosofia, il professore nonvedente Giuseppe Eusepi aveva casualmente ascoltato un dialogo fra due studenti, nel corso del quale lo studente Mario Ariata aveva detto
Rapiremo Moro (Ariata era gi noto alla Polizia per avere procurato lesioni a un poliziotto nel corso di incidenti all'universit): questa notizia pervenne alla Polizia solo il successivo 20 marzo.
Il 12 marzo (cio 4 giorni prima della strage di via Fani) un agente segreto della Marina militare, il gladiatore Antonino Arconte, avrebbe consegnato all'ufficiale del SISMI in Medio Oriente Mario Ferraro (dipendente del colonnello Stefano Giovannone, capocentro del SISMI a Beirut), un documento che disponeva di contattare organizzazioni terroristiche mediorientali per ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell'onorevole Moro: il documento era datato 2 marzo 1978, cio 14 giorni prima del sequestro del presidente della DC(7).
Il 16 marzo, poche ore dopo la strage di via Fani, un organo periferico del SISMI apprese che un anno prima tale Salvatore Senatore, detenuto nel carcere di Matera, avrebbe accennato al possibile rapimento di Moro: bench forte di circa tremila fra ufficiali e agenti, il servizio segreto militare prese in considerazione le segnalazioni riguardanti le minacce a Moro solo dopo la strage di via Fani e il suo rapimento.
 probabile che lo stesso Moro avesse avuto sentore dei pericoli incombenti; sua moglie ricorder un colloquio da lei avuto col caposcorta maresciallo Leonardi: Leonardi era fuori dalla grazia di Dio, perch gli avevano detto che c'erano i brigatisti, non solo romani, ma di varie citt d'Italia: ed era fuori di s perch gli era stato detto che lasciasse stare, che non si preoccupasse della loro presenza a Roma.
Di fronte al terrorismo che colpiva e che minacciava di colpire in alto, lo Stato rispondeva dunque con un ambiguo disimpegno e con una passiva gestione burocratica, entrambi funzionali alla strategia della tensione. Da varie parti era stata sottolineata la gravit degli avvertimenti, ma invano: i ministri democristiani, cos come molti degli uomini di loro fiducia al comando delle forze di sicurezza, sembravano indifferenti.
Un attentato contro Moro era stato progettato gi durante la crisi politica del 1964 e il tentato golpe De Lorenzo: il leader DC era entrato nel mirino della reazione in quanto alfiere della politica di centrosinistra basata sull'alleanza DC-PSI. Allora l'operazione Moro avrebbe dovuto essere comandata dal tenente colonnello dei paracadutisti Roberto Podest, gi istruttore di truppe speciali, prescelto in base alla sua particolare personalit militare, dopo un colloquio con un ex ministro della Difesa(8) che agiva d'accordo con altre personalit politiche. Il piano prevedeva di eliminare l'onorevole Moro, gi allora presidente del Consiglio, e di fare in modo che la colpa ricadesse su elementi di sinistra. Purtroppo per gli ideatori del colpo,
tutto and a monte perch intanto si erano venuti a modificare alcuni presupposti per un cambiamento di regime. Quel primo progetto di attentato contro Moro era stato rivelato dal giornalista Mino Pecorelli sul suo settimanale Nuovo Mondo d'Oggi il 19 novembre
1967.
Nel 1968 una pubblicazione di destra, Il Bagaglino(9), aveva divulgato un incredibile articolo intitolato Dio salvi il Presidente, firmato dal giornalista-cabarettista Pier Francesco Pingitore: l'articolo, con finto piglio satirico, descriveva i tragitti abituali e precisava
tutti gli orari che il leader DC era solito osservare al mattino per recarsi a Messa e al lavoro. Fra i tragitti descritti c'era anche quello che passava per via Trionfale, arriva alla chiesa di San Francesco, ma non si ferma, prosegue ancora un po', quindi svolta a sinistra per via Mario Fani. Partendo dalle sibilline domande:  al sicuro la vita del presidente Moro? E ben vigilata la sua incolumit personale? Vengono adottate tutte le misure necessarie a preservare la sua persona da possibili attentati?, l'articolista sviluppava una minuziosa inchiesta e forniva informazioni precise e dettagliate sul sistema di sicurezza che garantiva l'incolumit di Moro, informazioni frutto di scrupolosa osservazione. Dieci anni dopo l'articolo del
Bagaglino, la scorta di Moro non era pi quella che aveva avuto da presidente del Consiglio, si era ridotta a una sola auto e a qualche carabiniere in meno; e di nuovo c'era che il caposcorta, maresciallo Oreste Leonardi, negli ultimi tempi aveva adottato una accorta variabilit degli itinerari.


Mancata protezione.

Moro era l'uomo politico pi esposto al terrorismo brigatista, in quanto era il leader DC pi prestigioso e influente, impegnato in prima persona a costruire la nuova maggioranza governativa aperta al PCI; un'intesa governativa con i comunisti (politica di unit nazionale)
era ritenuta necessaria anche per superare l'emergenza terroristica, che Moro temeva fomentata da servizi segreti stranieri. La sua inquietudine l'aveva manifestata un anno prima della strage di via Fani a Andreotti, il quale infatti aveva scritto: [Moro]  molto preoccupato che agenti stranieri - di segno contrapposto, ma uniti dallo
stesso fine di bloccare l'eurocomunismo - possano essere in azione per mandare all'aria l'equilibrio italiano. Non ha elementi, ma solo sensazioni che lo inquietano molto(10).
L'opportunit di una pi adeguata protezione di Moro non era stata valutata dal Viminale con la dovuta necessit e urgenza, tanto che la Commissione parlamentare d'inchiesta stabilir: Scarsi e sommari sono risultati i servizi di vigilanza e di prevenzione nella zona in cui abitava l'onorevole Moro e nella quale i terroristi hanno potuto pianificare il sequestro e la strage dopo ripetuti controlli e osservazioni delle abitudini dell'on. Moro e dei militari addetti alla sua protezione.
Al tempo dei fatti, il ministero dell'Interno disponeva di 28 automobili blindate (altre tre erano a disposizione del ministero della Difesa), ma esse erano assegnate senza alcun criterio razionale; lo prova il fatto che la mattina del 16 marzo 1978 alcuni semplici sottosegretari, del tutto lontani dalle mire terroriste, si recarono alla Camera a bordo di auto blindate. In sede processuale,  poi emerso che l'auto blindata avrebbe potuto compromettere l'operazione terroristica, poich le BR non avevano armi in grado di superare l'ostacolo.
Se il presidente DC fosse stato protetto da un'auto blindata, i terroristi avrebbero dovuto sequestrare Moro all'aperto, ma i possibili luoghi - come la chiesa di Santa Chiara e l'universit - erano stati scartati dai brigatisti perch ritenuti troppo rischiosi.
I crescenti timori e l'inquietudine del presidente democristiano avevano indotto il maresciallo Oreste Leonardi, caposcorta di Moro
(tra i due c'era un rapporto strettissimo), a chiedere un'automobile blindata, ma la richiesta non era stata accolta. La signora Moro confermer che suo marito aveva richiesto un'auto blindata, e analoga conferma la fornir la signora Leonardi; anche la signora Ricci
(moglie dell'autista di Moro) dichiarer di avere appreso dal marito che l'automobile blindata era stata richiesta e non vedeva l'ora che arrivasse(11). Negheranno la circostanza sia Cossiga sia Andreotti, ma entrambi verranno smentiti anche da un informatore del SISMI, secondo il quale il maresciallo Leonardi avrebbe chiesto - senza precisare a quale organo - di disporre di un'altra auto di scorta, di rinforzo, e di una
vettura blindata per il parlamentare(12). Tale richiesta il maresciallo Leonardi l'aveva avanzata dopo un episodio verificatosi nel precedente novembre davanti allo studio del presidente democristiano in via Savoia: L'auto di Moro era stata affiancata da due motociclisti armati di pistola, i quali, accortisi che a bordo non c'era il parlamentare, ma un giornalista, si erano allontanati; secondo la stessa fonte confidenziale, Leonardi aveva inoltre appreso da
studenti universitari discepoli di Moro, che qualcuno ne controllava spostamenti e orari. Il parlamentare, reso edotto di ci, avrebbe cominciato a cambiare periodicamente le sue abitudini(13).
L'insufficiente protezione verr denunciata dallo stesso Moro nelle sue lettere dalla prigione brigatista indicando anche responsabilit personali. Scriver alla moglie l'8 aprile:  Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa?(14), aggiungendo in una successiva lettera: Pacatamente direi a Cossiga che sono stato ucciso tre volte, per insufficiente protezione, per rifiuto della trattativa, per la politica inconcludente, ma che in questi giorni ha eccitato l'animo di coloro che mi detengono. In una lettera al segretario della DC Zaccagnini
(che i brigatisti per non recapiteranno), Moro scriver:
Aggiungi che la mia protezione  stata assolutamente insufficiente e non  giusto farne ricadere la responsabilit su di me. Nella lettera a Misasi (trovata solo nel 1990), Moro lamenter ancora l'insufficiente protezione accordatagli, bench lui fosse un personaggio chiave della politica italiana e, per giunta, presunto candidato alla presidenza della Repubblica (candidatura mai accettata). Possibile che per questo personaggio il metodo tradizionale di scorta palesemente insufficiente, non sia stato almeno ritoccato data la particolarit delle circostanze? Possibile che questa strategia dipendesse da un semplice funzionario? Possibile che tutti i personaggi che si consultarono sul fatto del giorno, non abbiano almeno tenuto conto che la persona sequestrata fosse persona di un certo rilievo nella vita del partito e dello Stato?.
Subito dopo la morte di Moro, qualcosa di ancora pi preciso in merito alla sua richiesta dell'auto blindata si sarebbe potuto apprendere ascoltando le bobine di alcune registrazioni telefoniche disposte dalla magistratura: ma quelle bobine vennero manipolate.  il caso di
una telefonata fra il ministro dell'interno Cossiga e Nicola Rana
(segretario di Moro), avvenuta la mattina del 13 maggio 1978; Cossiga
(che si era dimesso dal Viminale qualche giorno prima) telefon a Rana (che aveva l'apparecchio sotto controllo) e gli disse: Scusa se ti disturbo, io ieri notte, verso tardi ho dovuto smentire... perch
La Nazione, un certo Paglia, che io non conosco... aveva detto che in sua presenza Moro mi aveva chiesto una macchina corazzata e che io gliel'avevo rifiutata...; ma la risposta di Rana  stata cancellata dal nastro.


Perch proprio Moro?

Fra i capi politici della DC, le BR scelsero di colpire proprio il leader che era nel mirino della destra reazionaria e golpista, il DC che per le sue posizioni politiche era inviso all'Amministrazione USA e tenuto sotto osservazione dai servizi segreti occidentali e orientali.
Le BR attuarono quello che avevano programmato esponenti della destra reazionaria come Randolfo Pacciardi nel 1964, e come il piduista Edgardo Sogno, il quale nel 1971 aveva depositato presso il notaio milanese Alessandro Guasti un giuramento, sottoscritto -
verbalmente - da 20 ufficiali dell'Esercito che li impegnava a uccidere gli esponenti politici dei partiti democratici che si fossero macchiati di collaborazionismo con il PCI. Per Sogno era intollerabile che Moro presidente del Consiglio avesse assunto posizioni in contrasto con la politica degli Stati Uniti: Il suo [di Moro, ndr] antiamericanismo tocc il culmine nel '67, quando, allo scoppio della guerra dei Sei Giorni, fece dichiarare a Ortona alle Nazioni Unite che la posizione italiana era di equidistanza tra arabi e israeliani(15). Sei anni dopo, durante la guerra del Kippur, da ministro degli Esteri, Moro aveva indotto il governo italiano a rifiutare la concessione agli americani dell'uso delle basi NATO in Italia per i rifornimenti all'esercito israeliano in quanto il conflitto esulava dall'area dei Paesi NATO.
Tutte le forze di sinistra avevano appoggiato la decisione di Moro, che aveva suscitato invece l'ira del segretario di Stato americano Henry Kissinger e del governo israeliano. Negli anni
successivi la politica estera di Moro verso i Paesi arabi aveva ulteriormente accentuato l'ostilit del MOSSAD, il potente servizio segreto di Tel Aviv.
Nel tentativo di motivare la scelta di colpire Moro, i brigatisti costruiranno una verit zeppa di bugie. Secondo il capo brigatista Moretti, quella scelta sarebbe stata una pura casualit dovuta a una banalit incredibile, e cio: il brigatista Franco Bonisoli avrebbe casualmente notato la macchina blu di Moro con la scorta, ferma in piazza dei Giuochi Delfici davanti alla chiesa di Santa Chiara, e quella casualit avrebbe fatto di Moro la vittima predestinata delle BR morettiane. Bonisoli attribuir quella casualit a un altro brigatista:
Cos una domenica un compagno che passava davanti alla chiesa di Santa Chiara vide due grosse auto blu. Pensando alla possibilit che quella fosse la chiesa frequentata da Andreotti, si ferm e vide invece Moro. Da l si cominci a riflettere sulla figura politica di Moro e sulla possibilit di un suo sequestro.
I due capi-fondatori delle BR, Renato Curcio e Alberto Franceschini, nell'individuare i bersagli avevano sempre seguito precisi criteri politici. Nel 1974, dopo la liberazione di Sossi, in vista del rinnovo del contratto dei metalmeccanici avevano scelto come possibile bersaglio Giulio Andreotti, in quanto leader della destra DC legata alla destra economica di Eugenio Cefis, e perch lo ritenevano la possibile guida di una svolta reazionaria.
Dopo gli arresti dei due capi storici brigatisti, e dopo l'uccisione della compagna di Curcio, Mara Cagol, la guida delle BR era passata a Mario Moretti, il quale aveva avviato la fase del militarismo sanguinario con l'obiettivo di colpire Moro. Non a caso nel dicembre
1975 Moretti aveva collocato la base BR in via Gradoli, in una posizione strategica perch a breve distanza sia dall'abitazione di Moro in via del Forte Trionfale, sia da via Fani e dagli altri tragitti che Moro doveva compiere per recarsi al lavoro o nelle chiese che era solito frequentare.
Valerio Morucci affermer che due militanti BR del Nord avevano appuntato la loro attenzione su Moro fin dal 1975, cio ancor prima dell'entrata di Morucci nelle BR e del formarsi della colonna romana
(colonna costituita proprio in funzione dell'operazione Moro), dunque assai prima dell'elaborazione teorica brigatista della Risoluzione della direzione strategica del febbraio 1978 sullo Stato imperialista delle multinazionali. Di Moro i due militanti del Nord avevano saputo, prima del mio ingresso, attraverso giornali e riviste, che era solito andare a messa nella chiesa di Santa Chiara. I due regolari avevano fatto dei sopralluoghi in piazza dei Giuochi Delfici per verificare la fondatezza della notizia stampa. Essi avevano rilevato che
le visite di Moro a Santa Chiara erano saltuarie. A me fu detto che anch'io avrei dovuto fare dei sopralluoghi presso la chiesa di Santa Chiara per accertare se vi andava Moro(16).
 lo stesso periodo nel quale il giornalista Mino Pecorelli, legato ai Servizi e con fonti informative all'interno di entrambi i settori contrapposti dei servizi segreti (filoisraeliani e filoarabi), lanciava laconiche e lugubri note della sua agenzia OP:  proprio il solo Moro il ministro che deve morire alle 13?; Moro-bondo; Un funzionario, al seguito di Ford in visita a Roma, ebbe a dichiararci: Vedo nero.
C' una Jacqueline [riferimento criptico alla moglie-vedova del presidente USA assassinato John F. Kennedy, ndr] nel futuro della vostra penisola; E a parole Moro non muore... E se non muore Moro...;
Oggi, assassinato con Moro l'ultimo centro-sinistra possibile di sedimentazione indolore della strategia berlingueriana(17).
Nel 1976 per le BR il bersaglio da colpire non era pi il destro
Andreotti bens il leader della sinistra DC, e ci - secondo Moretti -
per una pura casualit. In realt il cambio di bersaglio coincise con la sostanziale mutazione delle BR: il nucleo storico cedette il passo al settore rappresentato da Mario Moretti e dai suoi occulti referenti internazionali, ex militanti del Superclan. E le BR morettiane abbandonarono
l'obiettivo ragionato Andreotti, sostituendolo con l'obiettivo casuale Moro: il bersaglio dei terroristi non era pi il reazionario Andreotti, bens il riformista Moro.
Eppure le BR sapevano considerare con cura le contraddizioni e le divisioni interne alla DC: un conto era l'accoppiata destrorsa Andreotti-Cefis, un altro conto erano i settori progressisti della DC, i democristiani dell'ala sindacale, i cattolici di sinistra: Moretti era stato un militante sindacale della CISL, e in proposito aveva acquisito una esperienza diretta. Nella loro risoluzione strategica i brigatisti morettiani si definivano marxisti-leninisti: e uno dei cardini del marxismo-leninismo, guida dell'azione politica, era quello di tenere conto delle contraddizioni e delle differenziazioni esistenti nel campo avversario.
Franceschini non ha mai creduto alla casualit della scelta di colpire Moro: Dopo l'arresto dei compagni che presero
parte al rapimento Moro, incontrai in carcere Bonisoli, e la prima cosa che gli domandai fu come avessero scelto l'obiettivo Moro: mi rispose che avevano avuto delle indicazioni da non meglio precisati compagni dell'universit. Questo mi era sembrato piuttosto strano, perch di solito le scelte brigatiste erano molto pi meditate
e politiche. Bonisoli invece mi fece capire che l'obiettivo Moro era stato suggerito
alle BR.
Pier Paolo Pasolini aveva scritto che tra i democristiani Moro era
il meno implicato di tutti nelle cose orribili che sono state organizzate dal '69 [strage di piazza Fontana, ndr]. Forse perch Moro era stato il solo dei leader DC ad avere interpretato favorevolmente il movimento studentesco del '68 e la vittoria divorzista nel referendum del maggio 1974, a considerare positivamente i nuovi movimenti dei giovani, delle donne, la nuova realt del mondo del lavoro e della societ civile. La banale finzione morettiana della casualit  solo il tentativo di mascherare la scelta equivoca di un obiettivo che non aveva nulla di rivoluzionario ma costituiva l'esatto contrario. Moro riteneva che la destra politicamente pi pericolosa stesse proprio all'interno della DC, una destra democristiana capace di strumentalizzare la stessa destra fascista con il rischio di avventure reazionarie
(come era avvenuto durante il governo Tambroni), quindi conduceva la battaglia per la politica di centro-sinistra anche per preservare il ruolo democratico della DC.
La scelta delle BR morettiane di colpire Moro  ancora pi assurda e equivoca se si considerano le posizioni politiche del leader DC in politica estera: la sua apertura verso i problemi del Terzo Mondo, la sua politica filoaraba e per lo sviluppo di relazioni economiche con il Medio Oriente, erano cos marcate che pi volte lo avevano portato a confliggere con gli interessi americani (come era gi accaduto per l'ENI di Enrico Mattei). Era notorio che Moro aveva stabilito buoni rapporti con il leader palestinese Yasser Arafat, che si era prodigato per il riconoscimento italiano dell'OLP, che il suo ministero aveva espresso parere favorevole per il rifornimento di armi all'OLP
- e tutto ci aveva suscitato rimostranze e ostilit da parte israeliana.


L'avversione di Kissinger per Moro.

Negli Stati Uniti, sul conto di Aldo Moro si era molto dibattuto anche prima del suo sequestro. Il segretario di Stato Henry Kissinger non aveva mai nascosto la sua personale avversione per il leader democristiano.
L'influenza comunista  cos forte che l'acuto Moro ha deciso di sfruttarla per togliere potere ai socialisti con messaggi
successivi, perch se diventa necessario assicurarsi l'acquiescenza dei comunisti, tanto vale che questa prassi venga formalizzata. Cos, grazie all'appoggio del signor Moro, l'influenza del PCI si trasforma nella possibilit di opporre un veto formale alle decisioni di governo(18) : parole scritte da Kissinger dopo il delitto Moro, a conferma di un profondo dissenso con la visione morotea della democrazia del dialogo.
Fin dalla Costituente, Moro aveva enunciato la sua convinzione che la legittimazione del potere dovesse poggiare sulla individuazione dei comuni valori umani da parte delle diverse forze e culture politiche del Paese, soprattutto di quelle a largo consenso popolare.
Affrontando il problema dell'allargamento della base di massa della giovane democrazia italiana, era inevitabile che Moro dovesse sviluppare un dialogo sempre pi serrato anche col PCI: prima aveva sostenuto l'esigenza della attenzione verso l'opposizione comunista, poi era passato alla strategia del confronto tra le grandi forze popolari, infine era approdato alla politica di collaborazione diretta col partito berlingueriano.
Nel settembre del 1974, una settimana prima del viaggio ufficiale in USA del presidente della Repubblica Giovanni Leone e dell'allora ministro degli Esteri Moro, su consiglio di Kissinger il presidente americano Gerald Ford aveva ufficialmente ammesso che l'Amministrazione USA era intervenuta in Cile, tra il 1970 e il 1973, per favorire il golpe fascista del generale Augusto Pinochet contro il legittimo presidente socialista Salvador Allende: Abbiamo fatto ci che gli Stati Uniti fanno per difendere i loro interessi all'estero(19), una ammissione tanto grave quanto significativa. E lo stesso segretario di Stato, tre giorni dopo l'arrivo della delegazione italiana, aveva dichiarato: Ci rimproverate per il Cile. Ci rimproverereste ancora pi duramente se non facessimo nulla per impedire l'arrivo dei comunisti al potere in Italia o in altri Paesi dell'occidente europeo(20).
Di ritorno da quel difficile viaggio, abbreviato per un malore che lo aveva colpito nella cattedrale di Saint Patrick, Moro era apparso molto turbato; aveva comunicato al suo segretario Corrado Guerzoni l'intenzione di ritirarsi dall'attivit politica per due o tre anni(21), e
aveva confidato a sua moglie una delle ragioni del proprio turbamento:
 una delle pochissime volte in cui mio marito mi ha riferito con precisione che cosa gli avevano detto, senza svelarmi il nome della persona. Adesso provo a ripeterla come la ricordo: Onorevole (detto in altra lingua, naturalmente), lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei la pagher cara. Veda lei come la vuole intendere. La frase era cos.  una cosa che a me ha fatto molta impressione. Sono rimasta a meditarci a lungo, da allora in poi(22); l'episodio citato dalla signora Moro era capitato nel corso di uno dei ricevimenti ufficiali ai quali Moro aveva preso parte durante quel viaggio negli Stati Uniti (ma non si sapr mai chi fosse stato il suo interlocutore).
L'arrivo della delegazione italiana a Washington, in quel settembre
1974, aveva coinciso con una situazione molto particolare ai vertici del potere negli USA. Da poco il presidente Richard Nixon era stato travolto dallo scandalo del Watergate (sostituito alla Casa Bianca dal suo vice, il massone Gerald Ford), e il segretario di Stato Kissinger aveva assunto - fatto del tutto eccezionale per la democrazia americana
- anche le cariche di consigliere presidenziale per la Sicurezza nazionale, e di capo del National Security Council (l'organo di direzione e raccordo dell'attivit di tutti i servizi segreti americani). Nel corso di una riunione del Congresso dedicata alle attivit della CIA, Kissinger aveva sostenuto la necessit di un'azione segreta in Italia da parte del controspionaggio americano, perch se l'Italia diventasse comunista, si direbbe che gli Stati Uniti non hanno fatto abbastanza per salvarla(23). Il potentissimo segretario di Stato americano era assai preoccupato per la situazione politica italiana, specie dopo la rivoluzione dei garofani del 25 aprile 1974 in Portogallo (dove era caduta la dittatura fascista, e si era instaurato un governo democratico in rapporti col Partito comunista portoghese), e dopo la dura sconfitta subita in Italia dalla DC nel referendum sul divorzio del 12
maggio 1974. Il 18 luglio, durante il Consiglio nazionale della DC, Moro aveva cautamente ma chiaramente avanzato l'ipotesi di avvicinare
l'opposizione comunista. Cos Kissinger aveva ribadito con durezza al ministro degli Esteri Moro, nel corso di un tesissimo colloquio, la assoluta contrariet della Amministrazione americana a
qualsiasi apertura al PCI da parte della DC, e era arrivato a minacciare la revoca di ogni aiuto americano all'economia italiana nel caso la DC fosse venuta meno alla tradizionale chiusura anticomunista: in pratica, il segretario di Stato aveva minacciato anche per l'Italia uno sbocco di tipo cileno.
Secondo il collaboratore moroteo Corrado Guerzoni, quel tempestoso colloquio Moro-Kissinger era avvenuto alla Blaire House, cio la casa degli ospiti del presidente:
Nel corso del pomeriggio vi fu una riunione alla quale intervenne il segretario di Stato Kissinger e si verific lo scontro proprio perch egli afferm che l'Italia non sarebbe stata aiutata dagli americani a risolvere i propri problemi economici permanendo quella situazione politica e quell'equivoco circa il futuro della posizione italiana. Lo scontro fu talmente forte, aspro e minaccioso dal punto di vista politico, che l'onorevole Moro (che anticip il suo rientro, come  ben noto, a causa del malore che lo colp nella chiesa di Saint Patrick a New York, e anche perch aveva avuto informazione di questo infittirsi dell'atteggiamento polemico degli americani rispetto al quale, a suo giudizio, il resto della delegazione italiana non mostrava chiara comprensione delle difficolt enormi in cui l'Italia si trovava)
mi chiam appena rientrato e mi disse che per alcuni anni si sarebbe ritirato dalla vita politica, cosa che andava detta ai giornalisti. Risposi che mi pareva strano che si dovesse dare una notizia del genere quando in Italia si era alla vigilia, come poi avvenne, di una certa evoluzione politica all'interno della DC che avrebbe portato alla nomina dell'onorevole Moro a presidente del Consiglio. Egli comunque insisteva nella sua intenzione di ritirarsi dalla politica e nell'esigenza di informarne i giornalisti(24).
L'intenzione di Moro di abbandonare per qualche tempo la vita politica, manifestata al suo collaboratore in un momento di sconforto, era stata una forma di protesta contro il condizionamento cui
[Moro] veniva sottoposto, che gli impediva di svolgere la sua azione politica che mirava alla normalizzazione democratica, che passava attraverso il riconoscimento del Partito comunista come partito democratico.
Tornato dalla visita di Stato negli USA, Moro per una decina di giorni si era chiuso in casa ufficialmente ammalato, e per alcune settimane era rimasto in disparte; qualche giornale aveva scritto di una sua riluttanza a impegnarsi a fondo nella lotta politica, e di un Moro oramai distaccato, al di sopra delle parti(25). Intanto, a
Washington, il 13 ottobre 1974 Kissinger aveva dichiarato: Penso che un'organizzazione spionistica sia essenziale a una grande potenza.
Non credo ci sia molto da discutere sulla parte della organizzazione spionistica che raccoglie informazioni, le analizza e cerca di interpretare il mondo per i leader politici. La discussione sorge dove l'organizzazione spionistica diviene operativa e cerca di influire sugli eventi politici in altre parti del mondo. In questo caso c' un problema serio, perch esiste una zona grigia fra l'esercizio della diplomazia e l'uso della forza.  vero che si possono creare realt politiche, o realt politiche possono emergere, di grandi dimensioni. Non c' dubbio che dal momento che si conducono operazioni clandestine esse dovrebbero essere attentamente controllate, prima all'interno dell'esecutivo, per essere sicuri che non vi sono alternative e che esse corrispondono agli obiettivi politici, e in secondo luogo, per quanto possibile, dal Congresso. Come farlo, io credo, richiede uno studio attento(26).
Tullio Ancora, diretto testimone, rievocher cos i colloqui tra Kissinger e Moro:
I due uomini non si piacevano, e in special modo il segretario di Stato non faceva nulla per nasconderlo. Li separava anzitutto un profondo divario nella concezione dell'assetto internazionale: fra il razionalismo
metternichiano dell'uno, e il determinismo cattolico dell'altro correva un solco incolmabile. Moro era tutt'altro che indifferente ai problemi internazionali.
Egli coltivava un disegno politico lucido che - attraverso il necessario tributo alla fedelt atlantica - vedeva possibile il recupero di margini di manovra per l'Europa e in essa per l'Italia, soprattutto verso il Mediterraneo e il Terzo Mondo. Certo egli vedeva la politica estera sotto il profilo dell'interesse dell'Italia, e quindi anche delle sue implicazioni interne: ma cos' questo, se non il corretto esercizio del buon governo? E del resto Kissinger si mostrava soprattutto interessato all'aspetto interno, italiano, dell'uomo politico Moro.
Egli considerava lo statista pugliese, come gi qualcuno ha detto, un pericoloso cavallo di Troia del comunismo in Italia. Kissinger era ancora consigliere speciale del Presidente nel pieno della crisi cilena e - in quella veste - si sentiva probabilmente in grado di parlare pi liberamente. Chi ricorda i suoi colloqui di allora con Moro non pu dimenticare facilmente gli accenni alle
salse cilene in giro per il mondo, ripetuti con una insistenza che non mancava di irritare ancora di pi l'interlocutore. Era chiaro dove Kissinger volesse andare a parare: delle concezioni morotee in politica estera non dava troppa pena occuparsi. Che Moro fosse il possibile Allende dell'Italia e in prospettiva dell'Europa, Kissinger deve averlo creduto fortemente e - a leggere
bene le sue memorie - mostra di crederlo ancora. Tale visione rendeva estremamente difficile il rapporto fra i due, ulteriormente complicato, come si  detto, da una non comprensione dei rispettivi strumenti logici di analisi...
Kissinger dava spesso l'impressione di voler impartire all'interlocutore una lezione, o lanciare gli avvertimenti ritenuti necessari, senza molto curarsi del resto(27).
I contrasti fra Moro e Kissinger in politica estera erano culminati nell'ottobre 1973, durante la nuova guerra tra Israele e i Paesi arabi, allorch PCI e PSI avevano chiesto che l'Italia rimanesse rigorosamente estranea al conflitto mediorientale, tantopi che esso esulava dalla sfera della NATO. Ne scriver Moro dal carcere brigatista: Ma il punto, serio, di conflitto con gli americani e con il Sig. Kissinger era la vincolabilit della crisi con i moduli politico militari della NATO e l'uso di nostri punti di approdo o di atterraggio per i rifornimenti americani alla parte israeliana. Noi, con non piccolo rischio di frizione con il potente alleato, negammo, soprattutto in vista di un mancato preavvertimento e di un'adeguata spiegazione di ragioni e finalit, che quella potesse essere considerata una crisi NATO e suscettibile perci di dibattito e d'indirizzo in quella sede. E rifiutammo i punti di appoggio che venivano richiesti per i rifornimenti ad Israele nel corso della guerra, che ebbe vicende alterne e che dur ancora. Il rifiuto opposto agli americani circa l'utilizzo delle basi italiane per sostenere militarmente Israele era stato considerato da Kissinger non solo un grave sgarbo, ma anche e soprattutto un intollerabile cedimento al neutralismo dei comunisti italiani.
Altro motivo di contrasto con Kissinger derivava dal ruolo autonomo che Moro attribuiva all'Europa, inconciliabile con la posizione kissingeriana di un'Europa come semplice realt regionale da mantenere subalterna agli Stati Uniti. E diversa da quella di Kissinger era la posizione di Moro sul ruolo dell'Italia all'interno della stessa Comunit economica europea per la particolare funzione che Roma doveva assumere verso i Paesi del Mediterraneo. N Kissinger gradiva l'impegno di Moro affinch i Paesi dell'Europa occidentale assumessero un comune e nuovo atteggiamento verso i Paesi arabi e verso il popolo arabo di Palestina per il pieno rispetto di tutti i diritti riconosciuti dalle risoluzioni dell'ONU (compresi ovviamente i diritti dello Stato di Israele). A questo proposito Moro preciser nel suo
memoriale dal carcere: Il nuovo orientamento proarabo, o almeno pi calibrato, di Europa e Italia continu a essere maldigerito dagli americani che sul fatto, sulle modalit, sui limiti, sui presupposti politici del dialogo euro-arabo continuarono ad intervenire, con l'effetto di rallentare alquanto il ritmo dell'operazione e svuotarla di una parte del suo contenuto. Questa era in larga parte la posizione personale di Kissinger che del resto non ne fece mistero e coltiv un'animosit per la parte italiana e per la mia persona, che venne qualificata, come mi fu chiarito in sede obiettiva e come risult da episodi certamente spiacevoli, come protesa ad una intesa indiscriminata con il PCI, mentre la mia, com' noto,  una meditata e misurata valutazione politica, come ho avuto modo di esporla e realizzarla nelle fortunose vicende di questi ultimi tempi.
L'on. Giovanni Galloni (vicesegretario della DC durante il sequestro Moro) ricorder l'ostilit di un certo ambiente americano verso la politica morotea, menzionando una conferenza al Centro di studi strategici di Washington durante un suo viaggio negli USA dopo le elezioni del 1976:
Quando io parlai delle nostre ipotesi del governo di solidariet nazionale eccetera, mi dissero che erano presenti personaggi della segreteria di Stato, e poi mi fece il contraddittorio, addirittura in italiano, un elemento che poi capii che in realt era un po' squalificato, un certo Ledeen, e gli argomenti che furono portati sono interessanti. Infatti mi si diceva che la mia tesi era ineccepibile dal punto di vista politico, l'Italia nella sua autonomia poteva fare quel che voleva, la DC poteva fare i governi con chi voleva, per tutto il mio ragionamento era viziato dal punto di vista strategico. Cio il Pentagono nei suoi piani militari sosteneva che se l'Unione Sovietica avesse attaccato l'Europa, con la superiorit militare che aveva sul piano terrestre, era in grado di invaderla in 15 giorni, facendo un blitz e arrivando a occupare tutta la Francia e forse anche la Spagna in brevissimo tempo; l'unica possibilit che avevano gli Stati Uniti di evitare questo blitz erano le basi militari in Italia, perch da questa si potevano colpire immediatamente i centri di partenza di questa offensiva e bloccarli. Quindi, l'entrata dei comunisti in Italia nel governo o nella maggioranza era una questione strategica, di vita o di morte, life or death come dissero, per gli Stati Uniti d'America, perch se fossero arrivati i comunisti al governo in Italia sicuramente loro sarebbero stati cacciati da quelle basi e questo non lo potevano permettere a nessun costo. Qui si verificavano le divisioni tra colombe e falchi. I falchi affermavano in modo minaccioso che questo non lo avrebbero mai permesso, costi quel che costi, per cui vedevo dietro questa affermazione colpi di Stato, insurrezioni e cose del genere, [mentre le colombe avvertivano che] se noi facevamo un governo con i comunisti era probabile una reazione a livello politico e diplomatico molto violenta da parte loro [...]. Certamente i falchi erano della linea Kissinger ed erano gli elementi pi violenti della CIA.
Forti perplessit erano state espresse a Galloni, nel corso di tre incontri con gli esperti della segreteria di Stato per la politica italiana, europea e occidentale, dell'amministrazione Carter. Al ritorno in Italia Galloni ne aveva subito parlato con Moro e lui disse che questa situazione la conosceva: sapeva che non avevano nessuna stima del lavoro che stavamo facendo per la realt italiana(28).
Anche il vicesegretario del PSI Claudio Signorile si era recato negli Stati Uniti, e al ritorno aveva dichiarato che, avendo rapporti con il mondo democratico, cercai di spiegare cosa stava succedendo in Italia: ricordo bene la posizione critica assunta anche da persone come Ted Kennedy tradizionalmente aperte a determinate posizioni.
Ted Kennedy non solo non capiva, ma si espresse criticamente rispetto a ci che stava succedendo in Italia.
La decisione di Moro di formare una maggioranza parlamentare governativa con il PCI rappresentava un atto politico di grande rilievo, e avrebbe potuto avviare una nuova fase della politica italiana. Per perseguire quell'obiettivo, Moro si era impegnato a fondo: lo attestava il gran numero di incontri nel suo studio di via Savoia con singoli parlamentari (non solo democristiani), e il lavoro di persuasione durante gli incontri delle delegazioni dei partiti per concordare il nuovo programma del governo aperto al PCI. Il vicepresidente dei deputati comunisti Fernando Di Giulio ricorder: Moro ci disse testualmente: io mi rendo conto che un grande partito come il vostro non pu limitarsi a stare nella maggioranza. Per vi propongo una soluzione momentanea: state nella maggioranza per nove mesi, esattamente fino al giorno dell'elezione del presidente della Repubblica.
Non vi posso promettere che subito dopo faremo il governo insieme, perch le condizioni potrebbero non essere ancora maturate. Lo vedremo allora; intanto avremo lavorato insieme e forse alcune difficolt saranno smussate. Ma questa impostazione progressiva
accentuava ostilit e allarmi di carattere internazionale, e non solo sul versante atlantico.
Se la politica morotea dell'intesa col PCI eurocomunista era avversata da Washington, quella berlingueriana che le era speculare veniva osteggiata da Mosca. In pieno sequestro, l'organo ufficiale del Partito comunista sovietico, la Pravda, scriver: L'eurocomunismo serve agli oscuri obiettivi della reazione, al discredito del regime socialista, della politica del PCUS, del partito cecoslovacco e degli altri partiti fratelli. Di fronte a tutto questo noi non possiamo restare
indifferenti. Noi non abbiamo mai accettato il diritto degli eurocomunisti a questa politica indipendente, che permette loro di svalutare e denigrare i risultati della lotta rivoluzionaria della classe operaia;
per Mosca, l'eurocomunismo del PCI indeboliva la classe operaia e la poneva sotto il controllo della borghesia(29).
L'informatissimo Mino Pecorelli metter in relazione con il delitto Moro proprio la doppia ostilit internazionale Est-Ovest verso la intesa DC-PCI; OP pubblicher una copertina raffigurante un doppio agente CIA-Kgb, e il 2 maggio 1978 (in pieno sequestro Moro)
scriver:
L'agguato di via Fani porta il segno di un lucido superpotere. La cattura di Moro rappresenta una delle pi grosse operazioni politiche compiute negli ultimi decenni in un Paese industriale, integrato nel sistema occidentale.
L'obiettivo primario  senz'altro quello di allontanare il Partito comunista dall'area del potere nel momento in cui si accinge all'ultimo balzo, alla diretta partecipazione al governo del Paese. E un fatto che si vuole che ci non accada. Perch  comune interesse delle due superpotenze mondiali
[USA e URSS, ndr] mortificare l'ascesa del PCI, cio del leader dell'eurocomunismo, del comunismo che aspira a diventare democratico e democraticamente guidare un Paese industriale. Ci non  gradito agli americani... Ancor meno  gradito ai sovietici...  Yalta che ha deciso via Fani.
Pecorelli scriver anche: Il caso Lockheed e l'agguato di via Fani sono due episodi di destabilizzazione ad altissimo livello, episodi di solito trattati dalle reti internazionali dello spionaggio(30), associando al sequestro Moro lo scandalo Lockheed.


Antelope Cobbler.

Ai primi di aprile del 1976, quando dall'entourage del segretario di Stato Kissinger era stata diffusa la voce che lo pseudonimo Antelope Cobbler nascondeva l'identit di Aldo Moro, alcuni personaggi dell'ambiente diplomatico USA in Italia si erano subito attivati per orientare in tal senso la stessa Corte costituzionale italiana, chiamata a giudicare, dopo la messa in stato d'accusa per la vicenda degli ex ministri della Difesa Luigi Gui e Mario Tanassi.
Antelope Cobbler era il misterioso pseudonimo del politico italiano che aveva incassato la tangente da un milione di dollari pagata dalla societ americana Lockheed in occasione della vendita di 18
aerei militari Hercules all'Italia: chi sosteneva si trattasse di Aldo Moro, intendeva decretarne la virtuale morte politica, date le dimensioni che lo scandalo aveva assunto. La torbida vicenda verr ricostruita dai giudici inquirenti della Corte costituzionale.
Al dipartimento di Stato, nell'ufficio preposto ai documenti diretti al segretario Henry Kissinger, c'era un memorandum firmato dall'assistente Loewenstein, nel quale c'era scritto che Antelope Cobbler era l'onorevole Moro. In quello stesso ufficio prestava servizio l'ex segretario di John Volpe (l'ambasciatore statunitense a Roma), e a Volpe il giovane funzionario aveva furtivamente inviato una copia dell'appunto (in una busta chiusa, come era consuetudine per i documenti che si riferivano all'Italia); l'anomala e singolare procedura per la quale i documenti destinati al segretario di Stato americano sarebbero stati inviati a sua insaputa a Roma, verr poi giustificata da un testimone con l'abitudine del professor Kissinger di non tenere al corrente i capi missione delle informazioni relative ai Paesi ove essi erano accreditati(31).
Poco dopo l'arrivo clandestino a Roma del testo del memorandum dell'assistente Loewenstein, l'avvocato Trimarco - persona di fiducia dell'ambasciatore Volpe - aveva preso contatto con tale Luca Dainelli e lo aveva messo a conoscenza del delicatissimo contenuto del memorandum, che indicava in quella di Moro l'identit di Antelope Cobbler. Dainelli dichiarer al giudice istruttore: L'ambasciatore Volpe non poteva informarsi personalmente, per non scoprire il proprio ex collaboratore, ma avrebbe gradito se in qualche modo io avessi potuto sapere a Washington, da parenti e amici, se la notizia fosse confermata. Riuscii, senza comparire in alcun modo, a fare avvicinare da varie persone i corrispondenti di giornali italiani (principalmente il Modesti della Nazione). Molte personalit furono avvicinate, ma nulla venne svelato e risult evidente la parola d'ordine di non parlare. Tutto ci comunicai all'avvocato Trimarco. Ma  del tutto inverosimile che l'ambasciatore Volpe, disponendo di conoscenze dirette negli ambienti dell'Amministrazione USA, si fosse rivolto all'italiano Dainelli per verificare una notizia ricevuta in gran segreto; cos come  del tutto implausibile la tesi di Dainelli il quale,
messo a conoscenza di un fatto cos delicato, per cercare conferma a una notizia ricevuta sotto il suggello del massimo segreto si fosse rivolto a giornalisti italiani.
Dainelli godeva la piena fiducia dell'ambasciatore americano, tantopi che i suoi rapporti con gli ambienti d'oltreoceano avevano radici remote. Nel 1939 era stato viceconsole a New York; poi, durante la guerra, aveva esercitato una funzione di collegamento tra il comando italiano e quello americano, e da allora aveva stretto amicizia con Robert Murphy (divenuto poi sottosegretario di Stato e presidente della Commissione senatoriale di sorveglianza sui servizi segreti americani); era anche parente del senatore Clairbone Pell (autorevole membro della Commissione affari esteri). Nel 1966, quando era ambasciatore in Pakistan, Dainelli aveva lasciato la carriera diplomatica.
Nel 1971, dopo l'elezione di Giovanni Leone a presidente della Repubblica, aveva accettato l'invito rivoltogli da alcuni amici, come Antonio Lefbvre e l'ambasciatore Girolamo Messeri, di svolgere un lavoro informativo, in ragione delle sue familiarit e delle consuetudini di un'intera vita di contatti con gli USA fino al pi alto livello, per
ragguagliare periodicamente lo stesso Antonio Lefbvre sulla posizione americana di fronte ai problemi italiani e internazionali in genere, e ci in relazione alla nota fraterna amicizia esistente tra Antonio Lefbvre e l'onorevole Leone fin dai tempi della guerra. (Si apprender cos che il presidente Leone si avvaleva di una propria diplomazia
privata rispetto alla politica estera americana.) In tal modo, Dainelli era stato il primo a essere informato che presso la Commissione Church c'era un documento governativo inerente lo scandalo Lockheed e riproducente una annotazione, diretta o indiretta, di Ovidio Lefbvre, nella quale veniva comunicato alla societ di Los Angeles che il contratto per la vendita degli aerei da trasporto Hercules
all'Italia non avrebbe purtroppo avuto perfezionamento, ove non si fosse venuti incontro a certe richieste di pagamento di tangenti. Dainelli ne aveva subito informato l'amico Antonio Lefbvre, e tramite questi il presidente Leone, mentre il dipartimento di Stato si asteneva dal compiere qualsiasi passo ufficiale. Da quel momento, Dainelli si era adoperato con grande zelo presso tutti i suoi potenti amici americani per affermare l'estraneit allo scandalo di Giovanni Leone, sostenendo
che lo stesso, in termini di minor gravit, poteva dirsi di altri amici provati dell'America, come il professore Antonio Lefbvre e il generale Duilio Fanali - sia Antonio Lefbvre che il generale Fanali saranno invece ritenuti colpevoli dalla Corte costituzionale e condannati, insieme all'ex ministro Tanassi, al suo segretario particolare Bruno Palmiotti (affiliato alla P2), a Ovidio Lefbvre, e a Camillo Crociani (presidente della Finmeccanica).
Mentre i corrispondenti dei giornali italiani negli USA contattati dal Dainelli non erano stati in grado di confermare il contenuto del memorandum, era entrato in scena un altro personaggio, altro grande amico di Dainelli e messaggero della gradita conferma: Howard Stone, ex capo della stazione CIA a Roma, nonch affiliato alla Loggia massonica P2 di Licio Gelli. Dichiarer Dainelli al giudice istruttore della Corte costituzionale: A non pi di quindici giorni dal 20
giugno, viene a Roma il signor Howard Stone, funzionario americano a riposo e vecchio amico, abituale mio ospite a Ischia. Egli aveva viaggiato in aereo accanto all'assistente Loewenstein, il quale, invitato dallo Stone a precisare chi fosse l'Antelope Cobbler, indic allo Stone la fotografia dell'on. Moro ritratta su un rotocalco italiano.
Mi premurai immediatamente di far sapere all'on. Leone quanto sopra.
Ma la realt dei fatti era emersa con pi chiarezza in seguito alle intercettazioni telefoniche effettuate su un apparecchio intestato a Antonio Lefbvre: si trattava di quattro conversazioni di Lefbvre con Luca Dainelli che la Corte far ascoltare agli avvocati Giovanni Maria Flick e Alessandro Sperati, difensori di Antonio e Ovidio Lefbvre. Nel corso di quelle conversazioni telefoniche si ricorreva a molti pseudonimi, e sar lo stesso Dainelli a fornire le chiavi
interpretative al magistrato: in codice, Levantino si riferiva a Moro;
Astuto stava per Volpe, l'ambasciatore degli USA; Colf era l'ambasciatore Sensi, consigliere diplomatico del presidente Leone;
genero stava a indicare il professor Stelio Valentini, genero di Fanfani;
Ninfa era il termine riferito a Howard Stone, l'agente della CIA grande amico di Dainelli.
Il contenuto di quelle cpnversazioni rivelava un andirivieni di telefonate e di viaggi intercontinentali di Stone, per cui il giudice domander: Chi pagava le spese per i viaggi di Stone e i collegamenti telefonici con lo stesso?, e Dainelli: Quando Stone si ritir dal Servizio, l'ambasciatore Volpe e io gli domandammo se era disposto ad assumere qualche incarico che gli consentisse di continuare a svolgere una certa attivit in Italia. Poich Stone acconsent, attraverso Antonio Lefbvre ottenemmo che il presidente Leone lo segnalasse a Cefis o a Corsi perch fosse assunto alla Montedison, cosa che avvenne con decorrenza dal 1 gennaio 1976. Con la sua esperienza e le sue conoscenze negli Emirati arabi, Stone fece conseguire alla Montedison importanti contratti. Dalla Montedison veniva pagato con uno stipendio fisso e non a percentuale. (Anche il consigliere diplomatico Federico Sensi, dopo il suo collocamento a riposo, nel gennaio 1977 aveva assunto la presidenza di una societ legata alla Montedison, la Ingens - un incarico che lo portava spesso
negli Stati Uniti(32). Ma dal merito della intercettazione del 21 aprile
1976 risultava evidente come il diplomatico italiano e il Lefbvre fossero interessati a che la stampa pubblicasse il nome di Aldo Moro in relazione allo scandalo Lockheed - il colloquio tra i due era antecedente il viaggio aereo di Howard Stone con Loewenstein quando, indicando Moro come Antelope Cobbler, l'assistente del segretario di Stato avrebbe confermato ci che da mesi lAstuto John Volpe
teneva tanto che venisse fuori, mentre la Ninfa Stone faceva tutto quello che poteva.
Quel che  certo  che dai verbali di altri testimoni (il generale Arnaldo Ferrara, il consigliere diplomatico Federico Sensi, il suo sostituto Riccardo Pignatelli, e monsignor Giuseppe Di Meglio) citati da Luca Dainelli, nulla confermava la veridicit del memorandum uscito in modo cos ambiguo da un ufficio del segretario di Stato americano. Monsignor Di Meglio aveva testimoniato: Dainelli mi disse qualche volta che Kissinger nutriva risentimento verso alcuni uomini politici italiani, come l'onorevole Moro. La stessa Corte costituzionale aveva infine stabilito: Gli elementi circa una pretesa identificazione dell'on. Moro con Antelope Cobbler non venivano ritenuti attendibili, sicch la stessa Corte il 3 marzo 1978 disponeva con ordinanza di non compiere al riguardo nuovi atti istruttori n di trasmettere gli atti ad altra autorit.
Tredici giorni dopo quel 3 marzo 1978, Aldo Moro finir nelle mani delle BR, previo annientamento della sua scorta.

Note.
1. Cfr. G. Zupo e V. Marini Recchia, Op. cit., pagg. 33-34.
2. Gi partigiano nella formazione Giustizia e libert, vicedirettore del quotidiano
La Stampa, Casalegno il 6 novembre 1977, a Torino, venne gravemente ferito a colpi di pistola dai terroristi delle BR; mor dopo una lunga agonia il successivo 29
novembre.
3. La circostanza conferma quanto raccontato dal brigatista Lauro Azzolini all'Autore: Azzolini aveva dichiarato che per allestire la prigione di Moro venne chiamato un compagno di Torino (il resoconto di quel colloquio Azzolini-Flamigni  agli atti del processo Moro TV).
4. Marcella Andreoli, S, potevano salvare Moro, ma..., Panorama, 4 dicembre
1997.
5. Ibidem.
6. Testimonianza allegata alla Sentenza-ordinanza del giudice istruttore del Tribunale di Venezia Carlo Mastelloni del 10 dicembre 1998, pagg. 387-89.
7. Il documento, esibito dall'ex gladiatore Arconte nel 2002, sottoposto a perizia  stato dichiarato compatibile con
l'epoca dei documenti di raffronto... Se falso,  opera di esperti. Se non  un falso d'autore, dimostra che ambienti del SISMI erano al corrente del sequestro Moro prima che avvenisse, e anzich dare l'allarme si predisponevano a iniziative legate allo scenario del dopo-sequestro. Il solo dato certo  che il ministro della Difesa non ha risposto alle interpellanze parlamentari (una delle quali del senatore Giulio Andreotti) sulla vicenda.
8. Nel 1991, quando verranno rimossi gli omissis dai documenti della Commissione parlamentare d'inchiesta sui torbidi eventi del giugno-luglio 1964, emerger che l'ex ministro della Difesa attivo nel progettato golpe e candidato primo ministro di un governo di emergenza in funzione anti-Moro era il repubblicano Randolfo Pacciardi.
9. Si trattava di un opuscolo edito nel 1968, in occasione del primo anniversario della fondazione del Bagaglino, una compagnia romana di avanspettacolo.
10. Giulio Andreotti, Diari 1976-1979, Rizzoli 1980, pag. 87.
11. CM, volume 1, pag. 27.
12. CM, volume 106, pag. 16.
13. Ibidem, pag. 15. Il giornalista era il direttore del Corriere della Sera Franco Di Bella, recatosi presso lo studio di Moro per un'intervista il 27 novembre 1977 (Di Bella risulter poi affiliato alla P2).
14. Per tutte le citazioni relative agli scritti di Moro aaa durante la prigionia (le lettere e il memoriale), cfr. Il mio sangue ricadr su di loro, cit.
15. Il giuramento impegnava a compiere personalmente e singolarmente l'esecuzione capitale degli esponenti politici di partiti democratici, responsabili di collaborazionismo coi nemici della democrazia e di tradimento verso le libere istituzioni. Cfr.
Edgardo Sogno con Aldo Cazzullo, Testamento di un anticomunista, Mondadori 2000, pagg. 120 e 129. Ortona era ambasciatore italiano presso le Nazioni Unite.
16. Valerio Morucci al giudice istruttore Ferdinando Imposimato, 12 luglio 1984. Cfr.
anche il memoriale di Morucci, pagg. 12-13.
17. Cfr. OP, 2 luglio 1975; 13 settembre 1975; 7 novembre 1975; 9 gennaio 1976.
Sibilline allusioni di morte che Pecorelli non aveva mai rivolto a nessun altro uomo politico.
18. H. Kissinger, Gli anni della Casa Bianca, Sugarco, Milano 1980, pag. 728.
19. Conferenza stampa di Gerald Ford, Washington, 17 settembre 1974.
20. New York Times, 27 settembre 1974.
21. CM, vol. 11. Testimonianze di Mario Giacovazzo, medico di Moro (10 marzo 1983), e di Corrado Guerzoni ( 16 febbraio 1983).
22. CM, vol. 5, pagg. 5-6.
23. Il Tempo, 28 settembre 1974.
24. CS, XII legislatura, Resoconti stenografici delle sedute, volume 2, pag. 745.
25. Panorama, 31 ottobre 1974.
26. G. Zupo e V. Marini Recchia, OP. cit., pag. 284.
27. Corriere della Sera, 15 giugno 1980. L'articolo, firmato F. Polesella, era preceduto dalla precisazione che sotto tale pseudonimo si celava un funzionario italiano il quale era stato testimone diretto degli incontri, cio appunto Tullio Ancora.
28. CS, XIII legislatura, vol. 2, tomo 3, pagg. 410-12.
29. Cfr. la Repubblica, 26 marzo 1978, che riportava l'articolo del giornale del PCUS sotto il titolo Convergenze parallele tra Pravda e BR.
30. OP n 26, 10 ottobre 1978.
31. Cfr. Corte costituzionale, giudizio d'accusa nei confronti
di Luigi Gui, Mario Tanassi e altri. Processo verbale di esame testimoniale di Luca Dainelli da parte del giudice istruttore Antonio De Stefano, 10 febbraio 1978. Ivi le successive citazioni.
32. Corte costituzionale, processo verbale di esame testimoniale di Federico Sensi da parte del giudice istruttore De Stefano, 18 febbraio 1978.
 
CAPITOLO III.
LE BRIGATE ROSSE.


La nascita delle BR.

Secondo vari politologi, le Brigate rosse erano nate nell'ambito del movimento della contestazione giovanile di fine anni Sessanta. Sempre in base a questa interpretazione, il Sessantotto studentesco e giovanile era conseguenza della inadeguatezza culturale dei grandi partiti italiani di massa, incapaci di governare la moderna societ industriale. La strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969) - seguita alle lotte operaie dell'autunno e ritenuta strage di Stato - aveva determinato, come reazione, il passaggio dalla contestazione pacifica e dall'apologia rivoluzionaria alla lotta armata da parte delle frange pi estremiste e ideologizzate.
Convenzionalmente, la data d'origine delle Brigate rosse viene fatta risalire al convegno di Pecorile (Reggio Emilia) dell'agosto
1970, durante il quale si erano confrontati giovani in gran parte provenienti dalla provincia italiana e spostatisi nelle grandi citt del Nord per sostenere attivamente le lotte operaie e sociali del 1969.
Fra i partecipanti al convegno di Pecorile: Renato Curcio e Margherita Cagol, di formazione cattolica e provenienti dall'esperienza della Libera universit di Trento; Alberto Franceschini, Roberto Ognibene e altri del gruppo di Reggio Emilia che si richiamavano alla tradizione comunista; e Corrado Simioni, che si era invece formato nell'ambiente socialista.
Per i giovani riuniti a Pecorile quella di piazza Fontana era appunto una strage di Stato, e di fronte all'avversario di
classe che sceglieva il terreno della violenza per impaurire le masse e instaurare un regime autoritario, la lotta democratica era da essi ritenuta perdente.
Si ponevano cos il problema di quale risposta dare, e a quale livello di violenza ricorrere, per contrastare la svolta reazionaria. Se l'intento dei promotori del convegno era stato quello di discutere possibili strategie di risposta, c'era chi si era recato a Pecorile con obiettivi gi ben definiti:  il caso di Simioni, il quale sosteneva un progetto di militarizzazione talmente estrema da determinare l'isolamento rivoluzionario dal movimento studentesco e operaio. Ci aveva originato uno scontro che aveva portato al formarsi di due diverse fazioni: le BR e il Superclan. Il leader brigatista Renato Curcio racconter:
Tutto cominci da uno scontro di potere al convegno di Pecorile. Corrado Simioni arriv con l'intenzione di conquistarsi una posizione egemonica all'interno dell'agonizzante sinistra proletaria: pronunci un intervento particolarmente duro, e sostenne che il servizio d'ordine andava ulteriormente militarizzato. La sua operazione non riusc, ma una volta tornato a Milano non si diede per vinto: senza avvertire nessuno propose ai responsabili del servizio, alle nostre zie rosse, delle azioni illegali e degli attentati inconcepibili per un'organizzazione ancora inserita in un movimento molto vasto e, praticamente, aperta a tutti. Tra l'altro, si rivolse a Margherita [Cagol, ndr]
per chiederle di piazzare una valigia di esplosivo sulla porta del consolato USA a Milano. A quel punto, Margherita, Franceschini e io ci trovammo d'accordo nel giudicare le sue idee avventate e rischiose. Decidemmo cos di isolarlo assieme ai compagni che gli erano pi vicini, Duccio Berio e Vanni Mulinaris: li tenemmo fuori dalla discussione sulla nascita delle Brigate rosse e non li informammo della nostra prima azione, quella contro l'automobile di Pellegrini(1). Simioni radun un gruppetto di una decina di compagni, tra cui Prospero Gallinari e Franoise Tuscher, nipote del celebre Abb Pierre(2): si staccarono dal movimento sostenendo che ormai non erano altro che cani sciolti. C'erano per degli amici comuni che ci tenevano informati delle loro discussioni interne e conoscevamo il loro progetto di creare una struttura chiusa e sicura, super-clandestina [Superclan, ndr], che potesse entrare in azione come gruppo armato in un secondo momento: quando noi, approssimativi e disorganizzati, secondo le loro previsioni saremmo stati
tutti catturati una volta superata la caotica situazione di transizione in cui ci trovavamo(3).
L'insorgere di forme di clandestinit armata all'interno della contestazione studentesca e operaia era stato previsto da tempo dai teorici atlantici della guerra non ortodossa contro il comunismo.
Costoro vedevano con grande favore il pericolo rosso armato per i non pochi problemi che esso avrebbe creato al PCI (contestato dalle frange di estrema sinistra per il suo formalismo democratico, e criticato dalle destre come causa dell'insorgenza armata). A met degli anni Sessanta alcune strutture di intelligence occidentali avevano compreso che il malessere sociale, soprattutto in alcuni strati giovanili, avrebbe potuto assumere forme violente(4). E sebbene la nascita delle BR fosse stata caratterizzata da spontaneit, ben presto l'organizzazione era stata infiltrata, condizionata e strumentalizzata.
Dopo il convegno di Pecorile, Simioni aveva sottoposto alle BR
due progetti gi studiati fin nei dettagli: il primo per assassinare tre generali della NATO, due di Verona e uno di Napoli, l'altro per far uccidere da un cecchino, nell'ottobre del 1970, durante un comizio del Fronte nazionale a Trento, Junio Valerio Borghese. Due operazioni che avrebbero dovuto essere firmate da Lotta continua e che avrebbero posto gli americani di fronte alla necessit di rafforzare la loro presenza in Italia, visto che il pericolo comunista sarebbe apparso ancora pi temibile, al punto da mettere in forse la stabilit del potere americano nella Penisola(5). Progetti di un terrorismo selettivo e specializzato, giudicato avventuristico e perci respinto da Curcio, Franceschini e Cagol, impegnati nella ricerca di collegamenti con i settori operai all'interno delle fabbriche mediante azioni dimostrative
incruente. Allora Simioni aveva lasciato le BR, e con Giovanni Mulinaris, Duccio Berio, Franco Troiano, Innocente Salvoni e altri aveva dato vita a una organizzazione segreta che i capi delle BR chiamavano
Superclan.
Secondo Franceschini, quelli del Superclan come i tedeschi della RAF pensavano che la lotta armata dovesse cominciare attaccando la contraddizione principale, cio l'imperialismo americano. Occorreva preparare una struttura segreta,
infiltrata in tutti i gruppi dell'estrema sinistra, per il
grande giorno che, data la scarsa maturit delle masse, non sarebbe arrivato prima della met degli anni Settanta(6);
secondo il brigatista infiltrato Marco Pisetta, nel distaccarsi [dalle BR, ndr] Simioni si appropri di quasi tutto l'armamento disponibile e dei mezzi finanziari.
Nei primissimi anni Sessanta, il socialista Corrado Simioni aveva militato nella corrente autonomista del PSI guidata dal delfino nenniano Bettino Craxi. Espulso dal partito per indegnit morale, si era occupato delle attivit culturali e ricreative dell'USIS (United State Information Service). Dopo un biennio trascorso a Monaco di Baviera, alla vigilia del Sessantotto Simioni era tornato in Italia e aveva ripreso l'attivit politica: aveva diretto un gruppuscolo di stretta ortodossia maoista, del quale si diceva fosse foraggiato da occulti finanziamenti provenienti da Berna (Svizzera). Nel 1969, insieme a Renato Curcio e Mara Cagol, Simioni era stato tra i fondatori del Collettivo politico metropolitano (CPM), poi delle BR nel convegno di Pecorile. Nelle prime BR, Simioni aveva sostenuto la necessit dell'immediato passaggio alla clandestinit, e dell'attuazione di azioni militari ai danni delle basi NATO(7).
Curcio proveniva dall'esperienza di Giovane nazione alla quale aveva aderito all'inizio degli anni Sessanta, e poi di Giovane Europa, due organizzazioni ideologiche fondate dal belga Jean Thiriat, disposte ad alleanze con le organizzazioni di estrema destra e con i regimi pi disparati (e relativi Servizi), per combattere anche militarmente il nemico principale individuato negli Stati Uniti. Dopo un incontro fra Thiriat e Chou En-lai a Bucarest, si era stabilito un rapporto di collaborazione fra Giovane Europa e i gruppi maoisti. In Italia la collaborazione aveva condotto, nel 1967-68, alla confluenza della maggior parte dei militanti di Giovane Europa nel Partito comunista d'Italia (marxista leninista) di orientamento maoista(8).
Sia Simioni sia Curcio avevano dunque militato in organizzazioni con collegamenti internazionali, e conoscevano teorie e tesi degli strateghi delle guerre psicologiche. Per creare le condizioni favorevoli all'espandersi del terreno della lotta armata, erano disponibili a intrecciare la propria strategia con quella del nemico, se vi erano possibili convergenze e interessi comuni. Erano consapevoli che la lotta armata da essi propugnata, nell'Occidente degli anni Settanta, era un ambito nel quale si potevano intersecare ambigue tolleranze, possibili strumentalizzazioni e scabrosi rapporti di complicit. L'attivit dei servizi segreti dei Paesi occidentali e di Israele ne era la controprova.
Lo stesso Curcio, commentando le oscurit dei tanti episodi di violenza e terrorismo degli anni Settanta, dir: Ci sono tante storie di questo Paese che vengono taciute o non potranno mai essere chiarite per una sorta di sortilegio: come Piazza Fontana, come Calabresi, che sono andate in un certo modo e che per venture della vita nessuno pu pi dire come sono veramente andate. Sorta di complicit tra noi e i poteri che impediscono ai poteri e a noi di dire che cosa veramente  successo... E allora Mauro [Rostagno] rester un grande enigma, una grande storia irrisolta(9).


Le prime azioni delle BR.

La scritta Brigate rosse era comparsa per la prima volta a Milano il 17 settembre 1970, sulla saracinesca del garage del dirigente della Sit-Siemens Giuseppe Leoni dopo l'incendio della sua auto. Infatti i primi attentati delle BR erano avvenuti a Milano contro le auto di dirigenti di grandi fabbriche ritenuti invisi agli operai. Poi era seguito un attentato di maggiore portata, che aveva segnato l'esordio
delle BR sulla stampa nazionale: il 25 gennaio 1971, alla Pirelli Lainate
(Milano), erano stati incendiati tre autocarri; quell'attentato era stato
pilotato dalle indicazioni di un membro del consiglio di fabbrica, il quale era un insospettabile sindacalista socialista e al tempo stesso informatore dell'Ufficio politico della Questura di Milano.
Nel gennaio 1972, in seguito a una nuova crisi dell'alleanza
DC-PSI, il governo di centro-sinistra guidato da Emilio Colombo aveva rassegnato le dimissioni. Il 17 febbraio l'esponente della destra DC Giulio Andreotti aveva formato il suo primo governo (un monocolore democristiano di centro-destra appoggiato solo dal Partito liberale), un espediente per gestire le elezioni politiche anticipate del 7 maggio.
La DC aveva affrontato la campagna elettorale presentandosi come il sicuro baluardo della legge e dell'ordine contro la violenza dilagante e l'eversione sia di sinistra sia di destra (i cosiddetti opposti estremismi), l'insostituibile cardine della stabilit del sistema democratico. Il 3 marzo, puntuali, le BR erano entrate in azione: a Milano avevano aggredito e sequestrato il dirigente della Sit-Siemens Idalgo Macchiarini; avevano fotografato l'ostaggio legato, con una pistola puntata alla tempia e un cartello appeso al collo con scritto:
Brigate rosse. Mordi e fuggi. Niente rester impunito. Colpiscine uno per educarne cento. Tutto il potere al popolo armato; meno di un'ora dopo Macchiarini era stato rilasciato. Nel comunicato di rivendicazione, il dirigente della Sit-Siemens era stato definito neofascista in camicia bianca, uno dei responsabili della guerra che la borghesia ha scatenato su tutti i fronti e su tutti gli aspetti della vita sociale e produttiva del paese. L'8 marzo era stata recapitata alla agenzia Ansa la foto di Macchiarini con una copia del comunicato
politico, e la foto era finita in prima pagina sui quotidiani(10).
Il 13 marzo, in concomitanza con l'apertura a Milano del XIII
Congresso nazionale del PCI, le BR avevano colpito di nuovo: un commando aveva fatto irruzione nella sede missina di Cesano Boscone, aggredendo e sequestrando il vicesegretario della sezione Bartolomeo Di Mino; poi l'ostaggio era stato picchiato, ammanettato, incatenato per le caviglie, e gli era stata sigillata la bocca con nastro adesivo; fotografato il
tutto, i brigatisti avevano fatto pervenire le immagini al
Corriere della Sera accompagnate da un volantino con scritto di controrivoluzione armata dei padroni e un proclama:
Il voto non paga! Prendiamo il fucile!. Due giorni dopo, un nuovo delitto, tanto oscuro quanto clamoroso: a Segrate, nel milanese, sotto un traliccio dell'alta tensione, era stato trovato il cadavere dilaniato dell'editore Giangiacomo Feltrinelli, ucciso da un'esplosione;
da tempo Feltrinelli si era dato alla clandestinit col nome di battaglia di Osvaldo, e aveva dato vita ai GAP (Gruppi di azione partigiana) allo scopo di contrastare un colpo di Stato della destra che l'editore riteneva imminente.
Durante tutta la campagna elettorale le forze dell'ordine avevano effettuato una serie di arresti: per esempio quello di Giuseppe Saba
(stretto collaboratore di Feltrinelli), e di Augusto Viel (gappista genovese del gruppo 22 Ottobre, ritenuto responsabile del sequestro di Sergio Gadolla e della rapina con omicidio all'istituto case popolari di Genova). E in un crescendo sinfonico, con l'avvicinarsi dell'appuntamento elettorale, era stato arrestato il brigatista Marco Pisetta
(definito dall'organo del Movimento studentesco di Pisa Primo maggio il primo rivoluzionario d'Italia): uno strano arresto, poich verr accertato che Pisetta era in realt un agente provocatore infiltrato dal SID nelle BR. A Milano era stato arrestato il brigatista latitante Giorgio Semeria, e scoperto il covo di via Boiardo dove erano state trovate anche le foto del sequestro Macchiarini lasciatevi da Mario Moretti; l'appartamento-covo era stato affittato, sotto falso nome, da Paola Besuschio, la quale per durante il blitz non era stata identificata. Gi allora era evidente che le forze di sicurezza disponevano da tempo di vari infiltrati sia nelle nascenti BR, sia nei nascenti GAP.
Nel corso della campagna elettorale della primavera 1972 la teoria degli opposti estremismi si era completata con le azioni del terrorismo
nero delle Squadre d'azione Mussolini (SAM): un susseguirsi di episodi di violenza tra neofascisti e ultrasinistra. Solo nel 1981, dopo lo scandalo della P2, il colonnello Antonio Viezzer (gi in servizio al SID e affiliato alla Loggia segreta) testimonier che al preciso scopo di alimentare la tesi degli opposti estremismi il capitano Antonio Labruna (P2), su ordine del capo del SID generale Vito Miceli (P2), nel corso di quella campagna elettorale aveva collocato o fatto collocare bombe carta presso alcune sedi del MSI Subito dopo l'operazione elettoralistica, che aveva determinato un
sensibile incremento del voto moderato, il primo infiltrato della storia brigatista, Marco Pisetta, era stato bruciato.
Il 29 settembre 1972 Pisetta aveva compilato un memoriale indicando i nomi di tutti i capi delle BR - compreso quello di Mario Moretti - e descrivendo la struttura organizzativa per colonne delle BR. Molti anni dopo, la Commissione parlamentare sul caso Moro rilever in proposito:
Alla Commissione non  stato chiaro perch i Servizi non abbiano dato seguito d'indagine alle indicazioni contenute nel memoriale [di Pisetta, ndr], che lo sviluppo degli eventi ha confermato veritiere(12).
Uno dei fondatori delle BR, Alberto Franceschini, dir: Quello di cui sono certo  questo: se volevano distruggerci, e distruggere l'esperienza delle BR, lo potevano fare gi nel 1972. Quell'anno ci furono numerosi arresti, e se volevano ci potevano prendere tutti. Ma questo non  accaduto(13). Infatti, nonostante l'infiltrato Marco Pisetta e i colpi subiti nella primavera del 1972, le BR erano state lasciate in grado di riorganizzarsi.
Il 12 febbraio 1973, a Torino, i brigatisti avevano sequestrato il segretario provinciale della Cisnal metalmeccanici Bruno Labate, rilasciato poche ore dopo incatenato a un palo davanti ai cancelli della Fiat Mirafiori. Il 28 giugno, a Milano, i brigatisti avevano sequestrato il dirigente dell'Alfa Romeo Michele Micuzzi, e lo avevano rilasciato poche ore dopo nei pressi dell'Alfa di Arese. Il 10
dicembre, a Torino, era stata la volta del capo del personale della Fiat Ettore Amerio, sequestrato dalle BR per otto giorni.


Il sequestro Sossi.

La pratica di infiltrazione nei gruppi estremistici e nelle BR non era un'esclusiva del SID. Infatti il capo dell'Ufficio affari riservati del ministero dell'Interno, Federico Umberto D'Amato (poi affiliato alla P2), aveva lamentato che l'infiltrazione di Pisetta nelle BR non fosse stata coordinata con il Viminale, mettendo cos a rischio il lavoro di
infiltrazione attuato dal suo Ufficio. E il generale
Gianadelio Maletti, capo dell'Ufficio D del SID, aveva replicato: L'ineffabile D'Amato era forse un po' geloso... Ognuno difende gli infiltrati suoi(14).
Il 18 aprile 1974, mentre era in corso la campagna elettorale per il referendum sul divorzio, le BR avevano mirato al bersaglio grosso sequestrando a Genova il pubblico ministero Mario Sossi: due brigatisti avevano afferrato il magistrato e lo avevano caricato di peso su un autofurgoncino, portandolo nella cosiddetta prigione del popolo;
uno dei due brigatisti era Alfredo Bonavita (tra i fondatori delle BR, che sconter molti anni di carcere). Pochi giorni dopo il clamoroso sequestro, il capo dell'Ufficio affari riservati D'Amato aveva dichiarato alla stampa: Questi delle BR li conosciamo tutti, uno per uno. Sono una quarantina di persone, non di pi, quasi tutti giovani, e sono tutti militanti fedeli, coerenti, indottrinati, ben preparati, n corrotti n corruttibili... I capi sono giovani trentenni come Renato Curcio, Alfredo Bonavita, Paolo Ferrari, Piero Morlacchi(15). D'Amato parlava a ragion veduta: al sequestro Sossi aveva preso parte anche Francesco Marra (nome di battaglia: Rocco), attivo nelle BR fin dal 1971: confidente del Commissariato di PS di Musocco (Milano), Marra sar l'unico dei 19 brigatisti partecipanti al sequestro che non verr individuato e condannato.
Ex paracadutista addestratosi in Toscana e in Sardegna all'uso di armi e esplosivi, fra l'altro esperto nel tiro con la pistola e nella tecnica della gambizzazione, iscritto al PCI per fugare eventuali sospetti sul suo passato militare, Marra - testimonier Alberto Franceschini
- era stato il secondo dei due brigatisti (con Bonavita) che materialmente avevano bloccato e caricato il giudice Sossi sul furgoncino per essere trasportato nel carcere del popolo. Il 15 gennaio1973 Marra aveva partecipato, armato e mascherato, all'irruzione di un commando BR nella sede milanese dell'UCID (Unione cristiana imprenditori e dirigenti d'azienda): incatenato il segretario Giulio Barana, i brigatisti avevano trafugato le schede personali dell'archivio degli iscritti. Il 2 maggio 1974 - in pieno sequestro Sossi - Marra
aveva partecipato all'irruzione delle BR nel Comitato di resistenza democratica di Edgardo Sogno, a Milano; e nella fase conclusiva del sequestro Sossi, Rocco si era schierato con Moretti in favore
dell'uccisione del magistrato. Inoltre, Marra contribuir a preparare l'azione del commando brigatista che il 18 febbraio 1975 riuscir a liberare Renato Curcio detenuto nel carcere di Casale Monferrato.
Marra-Rocco attuer ancora altre azioni a mano armata, sempre
coperto e tenuto fuori da ogni inchiesta della magistratura sulle BR(16). L'incendio della sua automobile, nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro, attribuita ai fascisti, aveva permesso a Marra di superare l'iniziale diffidenza dei brigatisti storici, i quali in risposta avevano incendiato l'auto del capo dei fascisti del quartiere milanese, e nel volantino di rivendicazione Rocco era stato citato col suo vero nome: Francesco Marra, avanguardia comunista di Quarto Oggiaro; le indagini per l'incendio dell'auto di Marra le aveva poi seguite il brigadiere dei carabinieri Pietro Atzori, e i due erano diventati amici(17).
Anche il capo del SID, generale Vito Miceli (poi affiliato alla P2), aveva un infiltrato nelle originarie BR che avevano attuato il sequestro Sossi. Nei giorni del sequestro (protrattosi fino al 23 maggio 1974, quando il magistrato genovese era stato rilasciato), il generale Miceli aveva organizzato una riunione con alcuni suoi stretti collaboratori, e aveva illustrato un piano per liberare l'ostaggio, piano che presupponeva la conoscenza del luogo dove il magistrato era detenuto.
Secondo la testimonianza di un ufficiale del SID presente a quella riunione, Miceli intendeva attivare il SID non per contrastare l'azione dei sequestratori, ma per affiancarla e portarla a un tragico compimento(18).
Infatti il capo del SID era al corrente dell'acceso dibattito che all'interno delle BR contrapponeva coloro che volevano concludere il sequestro Sossi liberando l'ostaggio (Franceschini, Cagol, Piero Bertolazzi) e coloro che invece volevano l'uccisione del magistrato (Moretti, Rocco, e qualche altro brigatista della colonna
milanese), mentre il leader Curcio era indeciso. Il generale Miceli intendeva attivare il SID perch il sequestro Sossi avesse un tragico epilogo, mediante un piano cos concepito: rapire l'avvocato Giovanbattista Lazagna (ex partigiano genovese, militante di estrema sinistra, gi implicato nell'inchiesta sui GAP di Feltrinelli) e ucciderlo;
poi, il luogo dove Sossi era detenuto - scoperto da qualcuno che gi lo conosceva, cio la Polizia - sarebbe stato accerchiato e si sarebbe sparato. E dentro avrebbero trovato i cadaveri dei brigatisti, il cadavere di Sossi, e il cadavere di Lazagna(19). Il piano non aveva avuto seguito per le forti perplessit di alcuni degli ufficiali del SID presenti alla riunione. Ma testimonia di come gli apparati dello Stato
deviati intendessero agire per alimentare il terrorismo e per pilotarlo, anzich combatterlo, cos da accrescere l'allarme sociale con i conseguenti riflessi politici; per questo erano necessarie BR sanguinarie, e non pi solo dimostrative e propagandistiche.


L'arresto di Curcio e Franceschini. 
Durante i giorni del sequestro Sossi, un ufficiale dei carabinieri di Torino era entrato in rapporti con un ex frate, tale Silvano Girotto, il quale a sua volta era in rapporti con le BR.
Il 24 maggio 1974 (cio pochi giorni dopo che i brigatisti avevano rilasciato il magistrato genovese) era stato costituito a Torino, presso la Brigata dei carabinieri comandata dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, un apposito Nucleo speciale di polizia giudiziaria antiterrorismo.
L'iniziativa era stata assunta dopo un colloquio di Dalla Chiesa col ministro dell'Interno Paolo Emilio Taviani, cui aveva appunto fatto seguito l'ordine del comandante generale dell'Arma, generale Enrico Mino, per la costituzione in Torino del Nucleo speciale, al quale era stato attribuito l'esclusivo svolgimento, su scala nazionale, di indagini di polizia giudiziaria particolarmente complesse. L'organico del Nucleo speciale comprendeva il tenente colonnello Giuseppe Franciosa (comandante), 6 ufficiali inferiori e
33 sottufficiali, ed era integrato da due agenti del SID e da due ispettrici di polizia assegnate dal Viminale; doveva operare di concerto con l'autorit giudiziaria, e insieme ad analoghi reparti di Pubblica sicurezza (alle dipendenze del vicequestore Guglielmo Carlucci) e della Guardia di finanza.
Il Nucleo speciale dell'Arma - primo esperimento di coordinamento interforze nella lotta al terrorismo - era appunto agli ordini del generale Dalla Chiesa.
Subito dopo la strage del 28 maggio 1974 (in piazza della Loggia, a Brescia), era stato soppresso il chiacchierato Ufficio affari riservati del Viminale(20), e sostituito con una nuova struttura: l'ispettorato antiterrorismo, guidato dal questore Emilio Santillo e agli ordini del capo della polizia. Organizzato in Nuclei regionali, era centralizzato in quattro Uffici: uno formato da un nutrito gruppo di investigatori specializzati in attivit di polizia giudiziaria, gli altri tre (terrorismo di destra, di sinistra e internazionale) coordinavano l'attivit informativa dei vari Nuclei regionali e degli Uffici politici delle Questure.
L'8 settembre 1974 i carabinieri del Nucleo speciale di Dalla Chiesa, grazie all'infiltrato Silvano Girotto, avevano arrestato a Pinerolo
(in provincia di Torino) i capi brigatisti Curcio e Franceschini. In un comunicato, scritto da Mara Cagol, le BR avevano affermato che i due erano caduti nelle mani del SID e denunciato la delazione di Silvano Girotto.
Mentre la Cagol e Franceschini avevano subito diffidato di Girotto, Curcio aveva incontrato frate Mitra una prima volta il 28 luglio
1974 insieme al brigatista Attilio Casaletti, e una seconda volta il 31
agosto insieme a Mario Moretti. Entrambi gli incontri erano stati pedinati e fotografati dai carabinieri. Dopo quel secondo incontro, Moretti si era detto propenso a coinvolgere
Girotto nell'organizzazione(21), e anche grazie all'avallo morettiano era stato fissato un terzo incontro fra i capi BR e Girotto (come i precedenti, alla stazione ferroviaria di Pinerolo) per domenica 8 settembre.
Ma il 6 settembre - prima del nuovo incontro tra le BR e frate Mitra - il brigatista Enrico Levati era stato messo in allarme da una telefonata anonima giunta alla moglie: Curcio non deve andare all'appuntamento con Girotto,  una trappola, un'imboscata. Levati non aveva un rapporto diretto con Curcio e i capi brigatisti, cos aveva riferito l'informazione a Milano, negli ambienti fiancheggiatori
della Pirelli e della Sit-Siemens.
Sabato 7 settembre il vertice brigatista si era riunito a Parma, presenti Curcio, Franceschini e Moretti. Era stato fatto un bilancio del sequestro Sossi, al termine del quale era stato deciso di estromettere Moretti dal Comitato esecutivo brigatista perch colpevole di avere assunto posizioni troppo radicali durante il sequestro del magistrato reclamandone l'uccisione. Tornato a Milano, Moretti aveva appreso da Attilio Casaletti l'allarme di Levati, e i due erano subito tornati a Parma per avvertire Curcio. Ecco come Moretti racconter questo cruciale frangente: Suono il campanello [della casa che ospita Curcio, ndr], non funziona. Dobbiamo avvertirlo assolutamente, cerchiamo di farci sentire, ma la casa non ha finestre sul davanti e non possiamo metterci a urlare in piena notte davanti a una base. Nessuno ci sente. Ma non pu sfuggirci, dovr uscire molto presto per andare a Pinerolo [all'appuntamento con Girotto, ndr], ci mettiamo in macchina davanti al portone e aspettiamo. Dopo qualche tempo ci viene in mente che, se nessuno risponde,  forse perch Curcio ha cambiato idea e se ne  andato a Torino, nella base dove sta con Margherita...
Nelle poche ore che rimangono non possiamo fare niente per arrivarci.
Rimaniamo a Parma fino all'alba e quando siamo certi che l Curcio non c', andiamo sulla strada per Pinerolo... Non lo vediamo.
E dopo un'ora non resta che andarcene: o ha saltato l'appuntamento o ha fatto un'altra strada, e in questo caso la frittata  fatta(22).
Da parte sua, Curcio dir poi di avere condotto una serie di indagini per capire la meccanica del mancato allarme, e nonostante le incongruenze del racconto di Moretti riterr di attribuire a quest'ultimo solo una certa sbadataggine e smemoratezza(23). Meno indulgente con Moretti sar Franceschini: Invece di girare avanti e indietro per mezza Italia, come aveva raccontato, avrebbe potuto, semplicemente, attenderci sulla strada che portava al luogo dell'appuntamento
(conosceva il percorso che avremmo seguito e la macchina che avremmo usato) per avvisarci del pericolo che stavamo per correre(24). Girotto riterr incredibile che chi giunse a gestire il sequestro Moro avesse cos mancato di fantasia in quel momento!.
L'8 settembre i carabinieri di Dalla Chiesa avevano fotografato l'arrivo di Curcio e Franceschini alla stazione di Pinerolo, e avevano fotografato anche le operazioni dell'arresto dei due capi brigatisti.
Insieme a quelle scattate durante i due precedenti incontri, le varie decine di foto finiranno agli atti del processo torinese alle BR, documentando tutti gli incontri di Girotto con i brigatisti, anche quello del
31 agosto cui aveva partecipato Moretti: ma in nessuna delle foto compariva Moretti. Il quale, proprio in seguito all'arresto di Curcio e Franceschini, era stato riammesso nel Comitato esecutivo brigatista, diventando di fatto il leader delle BR.
Il generale Dalla Chiesa confermer alla Commissione parlamentare Moro di avere fatto fotografare tutti gli incontri dei brigatisti con
frate Mitra(25). E Franceschini ricorder di avere visto, durante l'istruttoria giudiziaria, anche le foto di Moretti insieme alle proprie e a quelle di Curcio, di Casaletti e di Girotto(26).  dunque inspiegabile che i carabinieri, bench in possesso della fotografia di Moretti, non siano mai riusciti ad arrestarlo; cos come  inspiegabile perch quelle foto di Moretti siano poi scomparse dagli atti del processo di Torino alle BR. E un mistero rimarr il fatto che Moretti sia stato il solo di tutti i brigatisti storici a non essere fra gli imputati al processo torinese, n verr mai coinvolto in alcuna inchiesta giudiziaria prima del delitto Moro: solo il 16 marzo 1978 la sua foto - mai pubblicata nei precedenti bollettini delle ricerche del ministero dell'Interno
- comparir fra quelle dei venti terroristi sospettati di aver preso parte al sequestro del presidente democristiano.
Ma chi aveva avvertito Enrico Levati che l'appuntamento Girotto-
BR dell'8 settembre era una trappola? Secondo il magistrato torinese Luigi Moschella, c'era qualcuno in ambiente qualificato che aveva interesse a che le scorrerie delle BR continuassero e che cerc quindi di evitare l'arresto di Curcio... Possiamo credere che le BR avessero un informatore all'Ufficio affari riservati(27). L'ipotesi di Franceschini  un'altra: Sono sempre stato convinto, pur senza averne
elementi di prova, che solo gli israeliani potevano aver fatto quella telefonata
[a Levati, ndr]: perch erano in ottimi rapporti con carabinieri e servizi segreti, e - come avevano dimostrato offrendoci armi - per nulla ostili all'attivit delle BR(28).
In effetti, i servizi segreti israeliani erano molto interessati al fenomeno brigatista: non solo per i possibili contatti fra le BR e i terroristi palestinesi, ma soprattutto per l'ostilit di Israele alla linea di politica estera italiana sostenuta da settori della DC (Aldo Moro sopra tutti)
ritenuta troppo filoaraba, ostilit accresciuta per l'eventualit di un ingresso nel governo italiano del filoarabo PCI. Non a caso, il MOSSAD aveva offerto alle prime BR armi, denaro, informazioni e possibilit di addestramento militare. Certo  che la telefonata a casa Levati rester un enigma irrisolto (non risulta sia mai stata condotta un'inchiesta).


Frate Mitra e il mancato arresto di Moretti.

L'infiltrazione di frate Mitra, che aveva portato all'arresto dei fondatori delle BR Curcio e Franceschini e di altri brigatisti ma non di Moretti, aveva provocato molti interrogativi, a cominciare da quelli sollevati dallo stesso Girotto: Avrei potuto farli prendere tutti. Compreso Moretti; ma l'ordine di Dalla Chiesa era stato tale per cui erano stati arrestati solo Curcio e Franceschini. La cosa mi lasci assai perplesso: possibile che qualcuno volesse salvare i terroristi?
Roba da non crederci. Se solo avessero voluto, Moretti non sarebbe mai diventato n una primula rossa, n l'artefice del sequestro Moro e della strage di via Fani(29).
La responsabilit era tutta di Dalla Chiesa, o il generale aveva agito in quel modo su ordine o richiesta di altri (del comando generale dell'Arma, o del ministro dell'Interno Taviani)? La politica dell'ordine pubblico nel 1974 era fallimentare, e in Parlamento si levavano proteste e critiche sia da sinistra che da destra (sequestro di Sossi, irruzione delle BR nella sede del MSI di Padova e uccisione di due missini, stragi di Brescia e dell'Italicus): certamente il ministro Taviani aveva fretta di sbandierare un qualche risultato.
Ma quella decisione affrettata verr criticata anche
all'interno dell'Arma. Secondo il generale Vincenzo Morelli, c'erano esperti che ritenevano inderogabile la necessit di continuare le indagini: essi suggerivano di non arrestare per il momento i due capi storici delle BR, ma di continuare a seguirne i movimenti attraverso quegli elementi scaltri e di fiducia da tempo infiltrati nell'organizzazione eversiva(30).
Quindi frate Mitra non era il solo infiltrato nelle BR, perci si poteva anche bruciare come spia ufficiale per meglio coprire altri che dovevano rimanere ignoti. Girotto ebbe l'impressione che quella decisione non fosse condivisa nemmeno dal capitano Pignero, l'ufficiale dell'Arma con cui era in contatto, ma nell'Arma le decisioni superiori non si discutono, anche quando appaiono illogiche, e quella operazione non completata e il mancato arresto di Moretti resteranno senza una plausibile spiegazione. Del resto in quegli anni era difficile avere spiegazioni logiche su quanto capitava nel servizio segreto militare o anche all'interno dell'rma dei carabinieri dove una corrente filoisraeliana si contrapponeva a un'altra filoaraba, e lo stesso capo di stato maggiore dell'Arma, il generale Arnaldo Ferrara, non era insensibile alle richieste del MOSSAD.
Rimane il fatto che l'infiltrazione di Girotto si era conclusa senza l'arresto di Moretti. Nel 2000 la testimonianza di Girotto e una indagine condotta dalla Commissione parlamentare stragi faranno emergere che Moretti aveva beneficiato della copertura dei carabinieri.
Infatti, risulta dagli atti processuali che nel corso delle indagini seguite agli arresti di Curcio e Franceschini (avvenuti l'8 settembre
1974, giorno del terzo incontro di Curcio con frate Mitra), il giudice istruttore di Torino Gian Carlo Caselli incaric i carabinieri di identificare i brigatisti che avevano accompagnato Curcio nei due precedenti incontri; i carabinieri risposero dopo alcuni mesi, il 4
gennaio 1975, dichiarando di avere identificato con precisione
Casaletti, l'accompagnatore di Curcio al primo incontro, ma per quanto riguardava il secondo incontro, nel quale l'accompagnatore di Curcio era Moretti, i carabinieri rispondevano: Al Girotto furono mostrate le fotografie dei presunti appartenenti alle BR. L'esibizione dette esito negativo, anche se Girotto si sofferm a lungo sulla foto del Semeria nella quale trov molta rassomiglianza con l'individuo che, in compagnia del Curcio colloqui con lui il 31 agosto 1974. La nota dei carabinieri non precisava se tra le foto mostrate a Girotto c'era anche quella di Moretti. Invece Girotto, come risulta dal verbale di audizione dell'8 ottobre,
aveva gi fornito una descrizione dell'accompagnatore di Curcio, che aveva permesso di identificare Moretti. Infatti il nome di Moretti era stato fatto da Enrico Levati nell'interrogatorio dell'11 ottobre 1974(31). Inoltre Girotto
il 1 febbraio 2000 dichiarer alla Commissione parlamentare stragi che l'identit di Moretti era ben nota ai carabinieri, i quali mi dissero di stare attento perch Moretti era ancora in circolazione.
La copertura di Moretti appare ancora pi evidente dal fatto che i carabinieri non allegarono agli atti processuali le foto del futuro capo brigatista mentre insieme a Curcio si incontrava con Girotto.
Nel fascicolo processuale c'erano tutte le altre foto scattate durante i vari incontri, meno quelle di Moretti, e dalla numerazione dei negativi trasparivano dei tagli di pellicola. Il generale Dalla Chiesa confermer alla Commissione parlamentare Moro di avere fatto fotografare tutti gli incontri e tutti gli interlocutori di Girotto. La scomparsa delle foto di Moretti era conseguente alla falsa comunicazione trasmessa al magistrato sul mancato riconoscimento di Moretti. Girotto ha invece confermato alla Commissione parlamentare che Moretti era stato identificato dal capitano Pignero del Nucleo speciale antiterrorismo della brigata dei carabinieri di Torino. In pratica, Moretti venne aiutato a sottrarsi alla cattura, bench a suo carico ci fosse gi un mandato di cattura spiccato dalla magistratura milanese nel 1972, quando era fuggito lasciando l'auto della moglie nelle vicinanze del covo milanese di via Boiardo. E rester inspiegata la sua mancata imputazione nel processo di Torino contro i capi storici delle BR, n in altri processi fino al delitto Moro.
La scelta operativa dei carabinieri nei riguardi di Moretti fu uno dei frangenti pi torbidi di quegli anni. Il colonnello Umberto Bonaventura, stretto collaboratore del generale Dalla Chiesa, interrogato dalla Commissione parlamentare stragi, illustrer la teoria del
lasciare i rami verdi: quando si doveva intervenire lo si faceva pi o meno ampiamente, per si lasciava sempre un ramo che sul momento poteva non essere importante, ma tuttavia poteva continuare a farci lavorare.
In sostanza, l'infiltrazione di frate Mitra nelle BR aveva determinato il cambio del vertice brigatista, e aveva favorito il passaggio dalla prima generazione BR della propaganda armata alla seconda generazione del terrorismo selettivo e sanguinario.
Dopo la cattura dei capi BR Curcio e Franceschini, il 13 ottobre 1974
i carabinieri dell'antiterrorismo di Dalla Chiesa avevano effettuato un nuovo blitz. Appostati presso la base brigatista di Robbiano di Mediglia (nei pressi di Milano), avevano atteso l'arrivo dei brigatisti, e arrestato prima Piero Bertolazzi, poi Pietro Bassi; due giorni dopo era stato catturato Roberto Ognibene(32). Sia a Robbiano, sia in altre basi brigatiste, Carabinieri e Polizia avevano sequestrato molto materiale documentario. A fine ottobre, a Torino, la Squadra mobile aveva arrestato nei pressi di una banca i brigatisti Alfredo Bonavita e Prospero Gallinari.
Quella era la seconda volta che i servizi di sicurezza avrebbero potuto arrestare tutti i brigatisti e porre fine all'esperienza delle BR, osserver Franceschini. Noi avevamo concordato con Girotto di dare vita a una scuola di addestramento da lui diretta, alla cascina Spiotta, dove nel giro di un mese tutti gli appartenenti all'organizzazione, un po' alla volta, avrebbero partecipato a un breve corso di addestramento. Se chi lo aveva infiltrato avesse chiesto a Girotto di continuare a stare al gioco (cominciato con il primo contatto avvenuto durante il sequestro Sossi), dopo un mese sarebbe stato in grado di fare arrestare non solo me e Curcio, ma tutti i brigatisti. E il fatto che questo non sia avvenuto  la riprova che l'organizzazione delle BR poteva tornare comoda per qualcuno delle alte sfere dei servizi di sicurezza e del potere(33).
Il 18 febbraio 1975 il capo delle BR Renato Curcio era riuscito a evadere dal carcere di Casale Monferrato: all'evasione, organizzata soprattutto da Margherita Cagol, aveva collaborato nella fase preparatoria anche Francesco Marra, il Rocco informatore della Polizia.
Il 14 giugno 1975, alla vigilia delle elezioni amministrative, un commando delle BR aveva sequestrato l'industriale Vittorio Vallarino Gancia, imprigionandolo nel covo di Spiotta d'Arzello, sulle colline di Acqui Terme (una delle basi del Comitato esecutivo e della colonna torinese delle BR). Il covo, l'indomani, era stato circondato dai carabinieri di Dalla Chiesa: nello scontro a fuoco che ne era seguito, era rimasta uccisa la brigatista Cagol(34), e l'industriale era stato liberato.
Le BR avevano subito un nuovo, duro colpo.
Ma all'improvviso, prima ancora che potesse completare gli arresti e smantellare l'organizzazione, l'11 luglio 1975 il Nucleo speciale antiterrorismo di Dalla Chiesa era stato soppresso con provvedimento del comandante generale dell'Arma, il generale Enrico Mino
(affiliato alla P2); i carabinieri che lo formavano erano stati trasferiti a Milano, Roma e Napoli: il gruppo pi nutrito era finito a Milano, al comando della Divisione Pastrengo (che poi risulter guidata da affiliati alla P2)(35).


L'inchiesta su Moretti.

Il mancato arresto di Mario Moretti dopo gli incontri Girotto-BR era ancora pi inspiegabile se si considera che il terrorista era da tempo identificato come uno dei capi brigatisti. Due anni prima, il 4 maggio
1972, la Procura di Milano aveva spiccato un mandato di cattura a suo nome per costituzione di banda armata contro la sicurezza dello Stato. La Questura di Milano aveva gi trasmesso al ministero dell'Interno pi di una relazione sulla sua identit, sui suoi rapporti con Curcio, sulla sua attivit, per cui Moretti risultava uno dei maggiori esponenti del gruppo terroristico Brigate rosse ed era da ritenersi elemento di speciale pericolosit. Ma quelle notizie sul conto di Moretti a un certo punto scompariranno, permettendo a Moretti di preparare indisturbato il sequestro Moro(36).
Nell'estate del 1975 il capo dell'Ufficio D del SID, generale
Gianadelio Maletti (poi affiliato alla P2), aveva inviato al Viminale un rapporto informando che le BR erano impegnate in un tentativo di riorganizzazione sotto forma di un gruppo ancora pi segreto e clandestino, costituito da persone insospettabili, anche per censo e per cultura, che si apprestavano a tornare in azione con programmi pi cruenti, che la nuova organizzazione partiva con il proposito esplicito di sparare, e che erano in corso addestramenti per sparare alle gambe(37). Il rapporto del generale Maletti era stato redatto sulla base delle informazioni fornite al SID dagli infiltrati nelle BR.
In quel periodo, bench l'Ufficio affari riservati che dirigeva fosse stato soppresso, Federico Umberto D'Amato continuava a essere il numero uno dell'intelligence al Viminale, oltre a dirigere le polizie speciali (di frontiera, aeroportuale, postale, ferroviaria, stradale); era il consigliere pi ascoltato dal ministro dell'Interno (Luigi Gui) e dal capo della polizia. Nominato presidente onorario del Club di Berna, il piduista D'Amato continuava a mantenere i suoi fitti rapporti internazionali con i capi dei servizi segreti stranieri, in particolare con quelli americani (disponeva di un appartamento a New York) e francesi
(aveva un'abitazione anche a Parigi). L'ex capo degli Affari riservati svolgeva a Parigi gran parte della sua attivit supersegreta;
in rapporti strettissimi col capo dei servizi segreti civili francesi, J.
Lenoir, conosceva bene i legami internazionali delle BR e degli altri gruppi eversivi italiani; conosceva bene anche l'attivit clandestina che si svolgeva sotto la copertura della scuola di lingue parigina Hyperion(38).
Il rapporto sulla riorganizzazione delle BR inviato dal generale Maletti al Viminale nell'estate del 1975 conteneva qualche riferimento agli ex militanti del Superclan, quella fazione che fin dalla nascita delle BR aveva propugnato la necessit della lotta armata anche mediante azioni sanguinarie. Maletti nel 1997 confermer alla Commissione parlamentare stragi che quel suo rapporto parlava di questo probabile passaggio, di questo salto di qualit delle BR o di quelli che sarebbero stati i successori delle BR. Di quel rapporto si era parlato nel corso di una riunione presso il Viminale, presenti il ministro dell'Interno, il capo del servizio segreto militare, il capo della polizia, i capi di stato maggiore dell'Arma dei carabinieri e della Guardia di finanza, e naturalmente anche D'Amato; non ne era sortito nulla di concretamente operativo, anche perch tutta la materia eversiva e terroristica era ammantata da cortine di ambiguit.
Dir il generale Maletti:  quasi certo che all'epoca le segnalazioni su un'eversione extraparlamentare di sinistra, su
un terrorismo di  sinistra, non fossero particolarmente gradite a livello politico... La mia sensazione era che non ci fosse un orecchio pronto ad accogliere questi dati. Questo, nonostante lo stesso capo del servizio segreto militare, generale Vito Miceli, avesse preannunciato alla magistratura:
Ora non sentirete pi parlare di terrorismo nero, ma sentirete parlare soltanto di quello degli altri.
Il 18 gennaio 1976, in una base brigatista di Milano (in via Maderno), era stato nuovamente arrestato il latitante capo brigatista Renato Curcio. Era stata un'altra operazione carica di ambiguit. Nel carcere di Torino, Curcio confider a Franceschini i dubbi per quel suo secondo arresto: Mi sono convinto che Mario Moretti  una spia:  lui che mi ha fatto arrestare.
A detta di Curcio, Moretti si era recato da Genova a Milano per partecipare alla prevista riunione del Comitato esecutivo, tenuta nella giornata di venerd; dopo la riunione aveva detto di essere troppo stanco per tornarsene a Genova, e aveva insistito per passare la notte nell'abitazione di Curcio (della quale, fino a quel momento, non conosceva il recapito); se n'era andato l'indomani, sabato, e la domenica la Polizia aveva fatto irruzione nell'appartamento-base e tratto in arresto Curcio e la brigatista Nadia Mantovani. Se la polizia fosse arrivata il venerd sera o il sabato, avrebbe arrestato pure lui: invece sono venuti di domenica(39).
Il generale Giovanni Romeo, nuovo capo dell'Ufficio D del SID in sostituzione di Maletti, testimonier molti anni dopo(40) che il secondo arresto di Curcio fu una operazione resa possibile dalla
attivit preparatoria effettuata dal suo reparto, cos come grazie all'Ufficio D era stato possibile il primo arresto di Curcio e Franceschini
(settembre 1974): Quando tutti parlavano di dover affrontare il terrorismo mediante infiltrazioni, il reparto D lo aveva gi fatto(41).
Due mesi dopo il nuovo arresto di Curcio, il 22 marzo, alla stazione centrale di Milano era stato arrestato un altro capo brigatista del Comitato esecutivo, Giorgio Semeria, il solo ancora in libert del nucleo storico che si opponeva alla svolta sanguinaria di Moretti.
Anche quella era stata un'operazione venata di ambiguit(42). Infatti, sceso da un treno proveniente da Venezia, Semeria era stato circondato da una ventina di carabinieri, fra i quali il brigadiere Pietro Atzori; proprio dalla pistola di Atzori era partito un colpo che aveva ferito gravemente il brigatista. Un quotidiano aveva poi riportato la voce che Semeria si fosse sparato per sfuggire alla cattura(43), mentre il brigatista disse di essere stato vittima di un tentato omicidio da mascherare poi come suicidio. Dopo l'arresto di Semeria, tutto il gruppo storico originario delle BR era in carcere, e la guida dell'organizzazione era stata assunta da Moretti.
All'arresto di Curcio e Semeria non era seguito l'arresto di tutti gli altri brigatisti, che al Viminale erano conosciuti uno per uno; l'azione delle forze dell'ordine si era fermata. Cos nel giugno 1976, in piena campagna elettorale, le BR morettiane avevano potuto avviare la loro sanguinaria epopea terroristica: il giorno 8 avevano assassinato a Genova il magistrato Francesco Coco e i due carabinieri della sua scorta. E nel successivo biennio le BR morettiane avevano potuto insanguinare il Paese senza subire alcun arresto di rilievo, e preparare e attuare la strage di via Fani e il sequestro e l'uccisione di Moro.
Nella primavera del 1976, subito dopo gli arresti di Curcio e
Semeria, dubbi e sospetti avevano cominciato a circolare nel giro brigatista.
Tutti i fondatori delle BR erano finiti in carcere, salvo Moretti. 
convinzione diffusa che all'interno delle BR ci sia una spia... I brigatisti si guardano in faccia l'un l'altro con sospetto, e tutti gli sforzi
[sono] mobilitati nel tentativo di individuare
l'infiltrato(44). Sul conto dell'ambiguo Moretti, ai sospetti
di Curcio si erano uniti quelli di Semeria. Quest'ultimo, in carcere, aveva raccontato ai brigatisti del nucleo storico detenuti un episodio molto significativo.
Dovendo trovare una momentanea sistemazione per due nuovi arruolati nell'organizzazione, Semeria aveva chiesto a Moretti se l'appartamento milanese di via Balestrati (dove il futuro capo delle BR abitava, insieme a Paola Besuschio) fosse pulito, cio insospettato, e Moretti aveva garantito che l'appartamento era di massima sicurezza;
ma non appena i due clandestini vi si erano installati, un blitz della Polizia nel covo li aveva subito arrestati. E quando Semeria ne aveva chiesto conto a Moretti, quest'ultimo si era giustificato dicendo di essersi sbagliato, che quell'appartamento di via Balestrati in effetti era tenuto d'occhio dalla Polizia... Anche a causa delle cruente circostanze del proprio arresto (un tentato omicidio), Semeria si era detto convinto che Moretti fosse una spia dei carabinieri o del KGB(45).
I crescenti sospetti sul conto di Moretti da parte dei brigatisti detenuti avevano originato una inchiesta interna alle BR, affidata a Lauro Azzolini e Franco Bonisoli (due componenti del Comitato esecutivo brigatista). Ma l'inchiesta non era approdata a risultati apprezzabili, e aveva provocato le proteste dello stesso Moretti il quale - offeso - aveva preteso una autocritica scritta da parte dei brigatisti detenuti che avevano promosso l'inchiesta.


All'interno delle BR.

Il generale Dalla Chiesa preciser pi volte che le Brigate rosse erano una cosa, ma le Brigate rosse pi Moretti diventavano automaticamente una cosa diversa(46). Fu quella cosa diversa capeggiata da Moretti che nella primavera del 1978 insanguin via Fani e gest per
55 giorni il sequestro Moro.
Alla Commissione parlamentare di inchiesta, il generale Dalla Chiesa sottolineer ripetutamente i viaggi di Moretti a Parigi e all'estero e i suoi collegamenti con Mulinaris e con l'Hyperion, il centro parigino di raccolta dei Superclan che nel periodo del sequestro Moro disponeva di due sedi italiane, a Roma e a Milano.
L'operazione Moro era gestita dal Comitato esecutivo delle BR formato da Mario Moretti, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli e Rocco Micaletto. L'esecutivo BR si riuniva spesso in una sede nei pressi di Firenze - questa, almeno,  la prima versione fornita dai brigatisti dissociati Faranda, Morucci e Azzolini; successivamente Moretti dir che solo in un primo tempo le riunioni avvenivano a Firenze, poi si sarebbero spostate a Rapallo (allora Morucci e Azzolini si adegueranno alla versione morettiana), in un luogo mai identificato. Secondo Moretti, la direzione della colonna romana delle BR (formata
da Morucci, Faranda, Seghetti, Balzerani, Gallinari e dallo stesso Moretti, il quale vi rappresentava l'Esecutivo brigatista), non si sarebbe invece mai riunita per discutere l'andamento dell'operazione Moro, pur avendone sostenuto il maggior peso e avendo svolto quasi tutta l'attivit di preparazione: era stata infatti la direzione della colonna romana a condurre l'inchiesta preliminare, a predisporre la prigione, a preparare i piani, a fornire - stando al racconto di Morucci
- otto dei dieci componenti del commando della strage in via Fani;
la direzione di colonna aveva inoltre fornito i carcerieri di Moro e i postini per il recapito delle lettere e dei comunicati. Eppure, la direzione della colonna romana non discuteva n interveniva nel merito della gestione del sequestro. Il solo autorizzato a decidere era Mario Moretti, il rappresentante dell'Esecutivo nella colonna, e il solo dirigente nazionale che partecipava al gruppo operativo all'interno della prigione.
L'Esecutivo brigatista gestiva l'operazione Moro attraverso i comunicati.
A ogni riunione del vertice BR, Moretti presentava una bozza di comunicato gi preparata; gli altri discutevano, talvolta integravano, ma fondamentalmente ratificavano. Poi i comunicati venivano dattiloscritti con la macchina IBM custodita nella sede dell'Esecutivo e venivano portati alle colonne per essere diffusi quasi contemporaneamente a Roma, Milano, Torino e Genova. (Non verranno mai individuati n la sede del Comitato esecutivo brigatista, n il proprietario dell'immobile, n il custode della macchina IBM e della testina rotante che conferiva autenticit ai comunicati brigatisti del sequestro Moro.)
Ciascuno dei componenti del Comitato esecutivo era inserito nei vari fronti: Azzolini e Moretti in quello logistico,
Bonisoli e Micaletto in quello della controrivoluzione, e anche nella direzione di colonna. Moretti a Roma, Micaletto a Torino e a Genova, Azzolini e Bonisoli a Milano.
Le azioni di rilievo nazionale, o quelle che assumevano rilevanza anche se compiute dalle singole colonne, dovevano essere preventivamente approvate dal Comitato esecutivo, che ne decideva i modi e i tempi pi opportuni. Fra le varie funzioni dell'esecutivo c'erano quelle di tenere i contatti internazionali, presentare i progetti di lavoro per i fronti e le colonne, di vagliare le proposte presentate. La
campagna di primavera del 1978 comportava un notevolissimo e gravoso impegno per attuare la parola d'ordine di estendere e intensificare l'iniziativa armata, e per preparare ed eseguire nuovi attentati e omicidi. A Milano, l'organizzazione era impegnata da tempo a preparare il sequestro Pirelli (che poi sar annullato). Tutto concorreva a far s che la gestione politica della operazione Moro fosse
quasi esclusivamente nelle mani di Moretti, con gli altri brigatisti impegnati nell'operazione confinati in pratica nel ruolo di esecutori delle sue direttive e dei suoi ordini.
Lo stesso dissenso in merito alla decisione morettiana di concludere il sequestro Moro con l'uccisione dell'ostaggio, espresso da Morucci e Faranda, cont assai poco(47). Su tale dissenso confidavano i dirigenti dell'Autonomia operaia Lanfranco Pace, Franco Piperno e Oreste Scalzone, e per loro tramite i dirigenti del PSI: secondo Bonisoli,
il Comitato esecutivo non discusse mai dei contatti di Pace con i dirigenti socialisti, e gli incontri di Morucci con Pace si sarebbero svolti autonomamente, nell'ambito della colonna romana. I membri dell'Esecutivo disponevano di informazioni parziali perfino circa quanto avveniva nella prigione, se  vero che Azzolini e Bonisoli prenderanno visione della lettera con cui Moro rassegnava le dimissioni dal partito solo due giorni dopo la sua morte.
Le strutture sottostanti il Comitato esecutivo BR erano le varie
colonne (Roma, Milano, Torino, Genova), i Comitati rivoluzionari regionali (Toscana e Marche), il Fronte della controrivoluzione e quello logistico.
Il Fronte della controrivoluzione esaminava i progetti d'azione politici e militari per sviluppare la campagna di primavera, e quando tali progetti avevano ottenuto l'imprimatur dell'Esecutivo, provvedeva alla loro attuazione; curava infine i collegamenti con le varie colonne. Durante i 55 giorni del sequestro, vennero intensificate le azioni militari con attentati e omicidi. All'interno di ciascuna colonna c'era la cosiddetta Brigata della contro diretta da un esponente del Fronte nazionale.
Il Fronte logistico aveva invece il compito di occuparsi delle infrastrutture necessarie alla vita dell'organizzazione, compreso l'aspetto
militare. Aveva sviluppato la propria attivit soprattutto successivamente al sequestro dell'armatore Pietro Costa (12 gennaio 1977), rilasciato dopo 81 giorni in cambio di un miliardo e mezzo di lire: somma utilizzata per finanziare lo sviluppo organizzativo proprio in previsione della operazione Moro. A Torino, Raffaele Fiore aveva allestito un'officina dove venivano riparate le armi e costruiti i silenziatori.
Il Fronte logistico disponeva inoltre di due tipografie, una a
Milano controllata da Azzolini, e una a Roma controllata da Moretti. La tipografia milanese era in grado di confezionare documenti falsi
(anche per organizzazioni di altri Paesi, come l'IRA, l'ETA, la RAF);
aveva una veste legale, per cui durante il normale orario di lavoro funzionava come una qualsiasi tipografia, alla quale commissionavano lavori perfino la Questura e i Carabinieri; in altri orari, lavorava illegalmente per le BR, e allora entravano in funzione i necessari accorgimenti di vigilanza.


BR e RAF (Rote armee fraktion).

Il 21 marzo 1978 (cio cinque giorni dopo la strage di via Fani), il quindicenne Roberto Lauricella segnal al 113 di Viterbo di aver visto un pulmino bianco e giallo con targa tedesca (Pan Y521) e due persone a bordo, seguito da una Mercedes berlina color caffelatte con targa tedesca e altri cinque passeggeri; su questa seconda vettura il ragazzo aveva intravisto, dalla portiera posteriore sinistra momentaneamente aperta, una machine-pistol appoggiata sulle gambe di uno dei passeggeri. Dopo la segnalazione di Lauricella, la Questura di Viterbo effettu un controllo della strada in direzione di Roma; ma non si provvide ad allertare i valichi di frontiera, e solo il successivo
6 aprile il ragazzo venne convocato per verbalizzarne la deposizione.
Capo di gabinetto della Questura viterbese era Mario D'Angelo, che risulter affiliato alla Loggia massonica P2.
Subito informata della testimonianza, la Questura di Roma interess la Polizia tedesca tramite l'interpol. Gi il 24 marzo si scopr che la targa segnalata (Pan Y521) era relativa all'auto Volvo di propriet del tipografo tedesco Norman Ehehalt, il quale era in stretti rapporti con il terrorista Willy Peter Stoll. Il 18 maggio, nel corso di una perquisizione della tipografia di Ehehalt, la Polizia tedesca trov la targa segnalata dal ragazzo di Viterbo bruciacchiata e piegata; ma Ehehalt rifiut di rispondere alle domande degli inquirenti, e le indagini si fermarono. In seguito, il brigatista pentito Patrizio Peci dir che il terrorista tedesco Willy Peter Stoll era in contatto con Mario Moretti almeno fino al momento in cui venne scoperta la base di via Monte Nevoso a Milano, il 1 ottobre 1978, e quindi anche durante il sequestro di Moro.
Il giudice istruttore Ferdinando Imposimato interpreter il silenzio di Ehehalt come un atto tendente a coprire Stoll, nel caso questi fosse stato uno degli occupanti delle macchine di Viterbo, mentre il collegamento con Moretti induce alla ragionevole conclusione della probabile implicazione dello Stoll nell'impresa di via Fani(48). Willy Peter Stoll verr ucciso il 6 settembre 1978 in un ristorante di Dusseldorf, e addosso gli verranno trovati documenti comprovanti i suoi rapporti con le BR italiane(49). Della morte di Stoll, la stampa tedesca scriver: Nel ristorante erano entrati due della polizia antiterrorismo, e prima che Stoll potesse tirare fuori un'arma uno dei poliziotti l'aveva gi freddato(50); quanto ai documenti in suo possesso, non se ne avr pi notizia, e le indagini si fermeranno definitivamente.
Tra gli oggetti abbandonati dai terroristi in via Fani la mattina del 16 marzo, c'era una borsa made in Germany con la scritta Alitalia.
In carcere, Moretti e Gallinari si sono preoccupati di affermare che durante il sequestro Moro le BR non avevano alcun rapporto con la RAF, e che tali rapporti erano stati stabiliti solo successivamente.
Secondo Moretti, i rapporti BR-RAF erano ripresi dopo l'operazione Moro, nell'estate del 1978: solo un paio di contatti a Milano, mentre ripetuti incontri sarebbero avvenuti poi a Parigi, senza peraltro sortire
- a detta dell'ex capo brigatista - una fattiva collaborazione che andasse oltre lo scambio di qualche documento falso.
Lauro Azzolini, invece, ha confermato di avere curato, su incarico del Comitato esecutivo, i rapporti con i rappresentanti della RAF durante i 55 giorni del sequestro Moro, attraverso periodici incontri con i terroristi tedeschi. Venivano in Italia ogni quindici giorni, dir l'ex brigatista del Comitato esecutivo, e durante quegli incontri lui li ammoniva a non prendere iniziative arbitrarie sul tipo di quella che la RAF aveva assunto durante il caso Schleyer (il dirottamento dell'aereo della Lufthansa a Mogadiscio), pregandoli di estendere l'invito anche ai compagni palestinesi: le BR, evidentemente, non desideravano che durante l'operazione Moro emergessero legami o connessioni di carattere internazionale.
La RAF intratteneva rapporti con una fazione estremista dell'OLP e con l'ETA, e le BR potevano comunicare con queste organizzazioni tramite appunto la RAF (la quale era infiltrata ad alto livello dal MOSSAD, il servizio segreto israeliano). Inoltre, l'Esecutivo brigatista intendeva evitare qualunque dubbio relativo all'autonomia della propria organizzazione, ma l'insicurezza e le insidie, in proposito, dovevano essere notevoli, se nel Comunicato n 2, diffuso il 25 marzo
(cio 9 giorni dopo la strage di via Fani), venne dedicato tanto spazio alla rivendicazione e alla affermazione dell'autonomia delle BR, alla loro capacit di costruire e organizzare autonomamente i propri livelli politico-militari, e di condurre nella pi completa autonomia la battaglia per la cattura e il processo ad Aldo Moro.
La tipografia milanese del Fronte logistico brigatista (del quale Azzolini era il responsabile nazionale) aveva fornito carte d'identit, di circolazione stradale e passaporti falsi anche alla RAF, all'IRA, all'ETA, e perfino a organizzazioni dell'America latina. La stessa magistratura accerter i rapporti delle BR con i terroristi tedeschi.
I rapporti BR-RAF furono attivi anche durante il sequestro Moro, come dimostrano una serie di riscontri concreti. Per esempio, quando il 4 maggio 1979 verr uccisa a Norimberga la terrorista tedesca Elisabeth Von Dick, che aveva preso parte al sequestro Schleyer, verr trovata in possesso di una carta di identit italiana rubata alla anagrafe comunale di Sala Comacina (Como), e appartenente alla stessa serie di quelle trovate nel covo BR di via Gradoli; un altro documento di identit proveniente dalla stessa partita verr trovato nelle tasche del terrorista tedesco Rolf Heissler, anche lui tra gli esecutori del sequestro di Martin Schleyer e arrestato a Francoforte il 9 giugno 1979: il documento attestava un'identit falsa, quella di Katte Klitsche Theodoro, un avvocato romano che vari anni prima aveva smarrito l'originale autentico; lo stesso Morucci ammetter di avere compilato una carta di identit falsa intestandola al nome tedesco di un avvocato romano tratto dall'elenco telefonico. La Von Dick era in possesso anche di una falsa patente italiana confezionata con un modello della stessa serie di quelli trovati nella base brigatista di via Gradoli, e con lo stesso timbro della Prefettura di Roma sequestrato nel covo delle BR.
Eppure il capo brigatista Moretti si impegner - mentendo - a negare l'evidenza dei rapporti BR-RAF durante il sequestro Moro: questo, allo scopo di smentire gli indizi relativi alla presenza di un killer tedesco nel commando di via Fani. Secondo un testimone della strage, infatti, uno dei partecipanti alla sparatoria del 16 marzo parlava tedesco: forse il tiratore scelto che in via Fani mise a segno 49
colpi, probabilmente lo stesso killer che a Colonia aveva sparato 44
dei 101 colpi contro la scorta di Schleyer.
Anche Adriana Faranda e Valerio Morucci negheranno pi volte che durante l'operazione Moro vi fossero stati contatti delle BR con la RAF o con altre organizzazioni terroristiche straniere: i contatti con i gruppi europei - secondo loro - sarebbero stati successivi, e sarebbero stati stabiliti a Parigi, dove le BR avevano allestito una piccola struttura d'appoggio. Ma Faranda e Morucci o hanno mentito, oppure non
erano al corrente dei collegamenti delle BR con la RAF antecedenti gli incontri parigini, rapporti ritenuti affidabili dall'Esecutivo brigatista proprio perch di lunga data: dagli atti del processo che coinvolger anche Petra Krause, risulter infatti che i primi contatti erano stati stabiliti fin dal 1974; alcuni atti istruttori austriaci e tedeschi hanno inoltre accertato che alcuni esecutori del sequestro Schleyer avevano un appartamento a Milano, da un mese prima e fino a un mese dopo quel sequestro
(cos come l'Hyperion aveva proprie sedi a Roma e Milano da un mese prima a un mese dopo il sequestro Moro).
Del resto, la stessa esperienza della RAF era stata oggetto di una comune discussione con le BR. Gran parte della Risoluzione della direzione strategica numero 4 del novembre 1977, diffusa a Roma dalle BR un mese pi tardi, era dedicata proprio alla RAF, definita
avanguardia politico-militare del proletariato metropolitano europeo, uno dei punti di riferimento fondamentale della iniziativa rivoluzionaria in tutto il continente; e nella Risoluzione della direzione strategica del febbraio 1978, le BR avevano sottolineato come fosse
necessario sviluppare il massimo storicamente possibile di collaborazione operativa, sostegno reciproco, solidariet: si trattava appunto di approfondire ci che gi era in corso, quella collaborazione operativa che il gruppo terrorista italiano aveva gi messo in atto fornendo alla RAF carte di identit e altri documenti falsi nella cui produzione il Fronte logistico delle BR era specializzato a livello internazionale.
Ma c' dell'altro. Le terroriste tedesche Brigitte Mohnhaupt e Sieglinde Hofmann, arrestate a Zagabria l'11 maggio 1978, riferiranno alle autorit jugoslave di essere state pi volte a Milano, dove si erano incontrate con un esponente delle BR soprannominato A
Man. Le annotazioni A Man e Alt Man erano scritte nell'agenda della terrorista Gabriele Kroecher-Tiedemann, arrestata in Svizzera nel dicembre 1977. Un altro terrorista tedesco dichiarer al Bundeskriminalamt
(BKA, la centrale della Polizia criminale tedesca) di essersi recato da un avvocato milanese per essere messo in contatto con le BR, e a Milano di avere appreso che anche la Kroecher era stata nella citt lombarda allo stesso scopo.
La sentenza della Corte d'assise del primo processo Moro ha individuato in Lauro Azzolini il militante brigatista che, prima ancora di Moretti, aveva curato i contatti con i terroristi tedeschi, assistito da Ingeborg Kitzler che fungeva da interprete. Fra i documenti trovati nel covo BR milanese di via Monte Nevoso, nell'ottobre del 1978, c'era un permesso di colloquio con un detenuto tedesco firmato dal giudice Holzaiffel, insieme a 30 fogli dattiloscritti sulla strategia di guerriglia della RAF.
Non c' dubbio che l'agguato di via Fani richiamava il modello operativo e l'esperienza di tecnica militare impiegati dalla RAF per il rapimento Schleyer; e del resto Willy Peter Stoll, in contatto con Moretti, era stato uno dei sequestratori di Schleyer, come lo erano stati Rolf Heissler e Elisabeth Von Dick. Con l'operazione Schleyer, la RAF aveva fatto scuola alle BR per il rapimento di Moro.
La tecnica della strage di via Fani era molto diversa da quella cui avevano fatto ricorso i brigatisti che avevano rapito il giudice Sossi
(una tecnica operativa incruenta dall'inizio alla fine del sequestro).
In teoria, il modello Sossi avrebbe potuto essere applicato anche a Moro, poich le BR sapevano che il presidente della DC era solito passeggiare scortato dal solo maresciallo Leonardi in una zona poco frequentata della Farnesina, e che nei giorni di riposo Moro si recava a Terracina e camminava solitario e meditabondo lungo il litorale e la spiaggia. Il fatto che le BR conoscessero bene le abitudini del loro futuro ostaggio lo confermer Adriana Faranda al giudice Imposimato:
Secondo il piano iniziale, Moro doveva essere sequestrato senza che la scorta venisse soppressa. Sembrava tra l'altro che ogni mattina Moro andasse a fare una passeggiata nei giardini attorno alla Farnesina;
Valerio Morucci, interrogato dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul perch i brigatisti avessero ritenuto di sequestrare il presidente della DC mediante una strage, dir: Se  stato fatto cos non era possibile altrimenti, logica militare vuole. Era dunque una spietata e fredda logica militare che i terroristi tedeschi (tra i quali c'era, ad alto livello, un infiltrato del MOSSAD) avevano trasmesso ai brigatisti italiani.
Nell'agguato di via Fani non c'era stato niente di originale, rispetto al manuale della RAF (salvo le ovvie varianti obbligate dalla diversit dei luoghi e dei percorsi). Si era utilizzata la stessa tecnica per allestire la trappola sulla strada; si era interposto un improvviso ostacolo alla marcia dei due veicoli bersaglio dell'azione, creando cos le condizioni pi favorevoli al gruppo di fuoco che doveva annientare la scorta, protetto da chi doveva bloccare il traffico; decisiva la presenza del tiratore scelto in grado di sparare con precisione, quindi si era prelevato l'ostaggio, lo si era caricato su un'auto predisposta all'incrocio, e infine la fuga. La tecnica era quella dell'azione
a cancelletto: interruzione del traffico con auto disposte trasversalmente alla strada, bloccandolo in entrambe le direzioni, cos che il gruppo di fuoco potesse sparare senza intralci. Per creare ostacolo e fermare la corsa di Schleyer, i terroristi tedeschi avevano piazzato una Mercedes berlina nel mezzo della carreggiata (con accanto una carrozzina da neonato perch sembrasse un semplice incidente) sulla Vincenz Statz Strasse, subito dopo la curva che doveva compiere il
loro bersaglio provenendo dalla Friedrich Schmidt Strasse: l'inatteso ostacolo aveva provocato un tamponamento fra le auto di Schleyer e della sua scorta, e nello stesso istante, forse ancor prima che gli agenti potessero avvedersi della trappola, cinque o sei terroristi si erano avvicinati alle auto tamponate e avevano ucciso, mirando con cura, l'autista e i tre agenti di polizia, quindi avevano strappato il presidente della Confindustria tedesca dalla sua auto caricandolo su un furgoncino parcheggiato all'incrocio(51).
In via Fani, le BR avevano messo in scena l'ostacolo a sorpresa di un'auto targata Corpo diplomatico, poi avevano seguito la stessa tecnica, quella dell'annientamento: almeno sei erano state le armi della RAF che avevano sparato a Colonia, e almeno sette quelle delle BR in via Fani; i bossoli trovati nella Vincenz Statz Strasse erano 112, in via Fani 93 (la differenza era dovuta alla pi vigorosa reazione della scorta tedesca, che era riuscita a sparare 11 colpi, ma non  escluso che in via Fani alcuni bossoli siano scomparsi nella confusione sul posto seguita alla strage); 44 bossoli e 22 proiettili, o parti di proiettili, erano stati sparati e in gran parte messi a segno da una sola arma nella Vincenz Statz Strasse, 49 bossoli sono stati sparati da un solo killer in via Fani. Altre analogie: cinque erano stati gli automezzi impiegati nell'operazione Schleyer, sei o sette nell'operazione Moro (l'agguato di via Fani aveva comportato l'impiego di un maggior numero di uomini in quanto le strade erano a doppio senso, mentre l'agguato della RAF era avvenuto in una strada con il traffico a senso unico). Nell'un caso come nell'altro, infine, era seguita la richiesta di scarcerare detenuti politici, l'ostaggio era stato ucciso e il cadavere abbandonato nel bagagliaio di un'auto, previa telefonata anonima. L'unica sostanziale differenza era nell'efficienza delle armi: 4 pistole mitragliatrici inceppate in via Fani, una sola pistola inceppata nella Vincenz Statz Strasse.
L'esecutivo brigatista aveva approvato come esemplare l'impresa militare dell'attentato a Schleyer, ma aveva valutato negativamente la successiva gestione del sequestro: accettando la mediazione dei francesi, infatti, la RAF non era riuscita a controllare appieno la direzione politica dell'operazione. Era anche sulla base di quell'esperienza che le BR adottarono il principio di rifiutare qualsiasi rapporto esterno all'organizzazione, giudicando pericolose estemporanee mediazioni che potessero determinare dei condizionamenti negativi (l'avvocato
Denis Payot, che aveva fatto da mediatore durante il caso Schleyer, per le BR era soltanto un avvocato): le BR volevano rapporti ufficiali attraverso canali ufficiali come i giornali, e per questo chiederanno
- invano - una pubblica dichiarazione alla segreteria nazionale della Democrazia cristiana.

Note.
1. L'incendio dell'automobile di Ermanno Pellegrini (capo dei servizi di vigilanza della Pirelli Bicocca) avvenne il 27 novembre 1970; ma gi il precedente 17 settembre le BR avevano rivendicato l'incendio dell'automobile del dirigente della Sit-Siemens Giuseppe Leoni.
2. Stranamente, Curcio omette di citare anche Mario Moretti, il quale inizialmente aveva aderito al Superclan di Simioni.
3. Renato Curcio con Mario Scialoja, A viso aperto, Mondadori 1993, pagg. 65-66.
4. Cfr. Gianni Cipriani, Lo Stato invisibile, Sperling & Kupfer 2002, pagg. 4 e 9.
5. Antonio e Gianni Cipriani, Sovranit limitata, Edizioni Associate 1991, pag. 154.
6. Alberto Franceschini, Pier Vittorio Buffa e Franco Giustolisi, Mara, Renato e io, Mondadori 1988, pagg. 42-43.
7. Una lista di agenti della CIA attivi in Italia, e comprendente il nome Simioni Corrado, perverr in forma anonima alla redazione di Lotta continua.
8. Nel 1992 verranno resi pubblici i rapporti intercorsi fra Giovane Europa e l'estrema sinistra maoista, e emerger come tali rapporti avessero portato quadri dell'organizzazione nei ranghi delle BR, e al pi alto livello. Cos si sapr anche di Curcio: Il capo storico delle BR non ha iniziato la sua carriera politica a Trento nel 1967, come credono i suoi biografi, ma molto prima in Giovane nazione, poi in Giovane
Europa. Nel numero 4 della rivista Giovane Nazione troviamo
menzione della nomina del compagno Renato Curcio a capo della sezione di Albenga. Nel numero 5 dello stesso periodico si segnala il suo zelo di militante. Giovane nazione servir come trampolino di lancio per la creazione della rete italiana di Jeune Europe, dove militer Curcio. Non  molto tardi che raggiunger i ranghi del Movimento studentesco. E in Giovane Europa che imparer le virt dell'organizzazione e della centralizzazione leninista. E
l che studier le teorie della guerra partigiana e il concetto di Brigate politico-
militari (Jean Lue, Giovane Europa, Barbarossa 1992, pagg. 46-47).
9. Cfr. TG1 RAI delle ore 20 del 25 luglio 1996: brano di intervista a Renato Curcio sulla misteriosa uccisione dell'ex leader di Lotta continua Mauro Rostagno (assassinato in Sicilia il 27 settembre 1988), pubblicata dalla rivista Frigidaire.
10. Nel frattempo il gruppo extraparlamentare Lotta continua, con un volantino, aveva esaltato l'azione brigatista contro Macchiarini (definendola inserita coerentemente nella volont generalizzata delle masse di condurre la lotta di classe anche sul terreno della violenza e della illegalit), e undici dirigenti di Lotta continua erano stati denunciati per istigazione a delinquere. Anche Potere operaio aveva inneggiato all'azione delle BR, qualificandola come un salto di qualit nella lotta dei proletari.
11. CP2, volume 6, tomo 6, pag. 190.
12. CM, volume 1, pagg. 55-56. Pisetta successivamente afferm che il memoriale, in realt, era stato scritto dal SID per incastrare un centinaio di persone della sinistra italiana. Pisetta era stato utilizzato dal generale Giovanbattista Palumbo, comandante della Divisione carabinieri di Milano (poi affiliato alla P2), per costruire la falsa pista rossa durante le indagini della strage di Peteano (31 maggio 1972), un depistaggio cui avevano partecipato gli ufficiali del SID Michele Santoro e Angelo Pignatelli.
13. Il Sabato, 15 dicembre 1990.
14. Il Tempo, 15 giugno 1976. Rivalit e frizioni tra l'Ufficio affari riservati e il servizio segreto militare accompagneranno l'attivit dei due apparati lungo tutte le vicende dell'eversione e del terrorismo.
15. L'Espresso, 28 aprile 1974.
16. Cfr. S. Flamigni, Convergenze parallele, Kaos edizioni 1998, pagg. 99-102. Dopo la pubblicazione di queste notizie nel libro Convergenze parallele, Francesco Marra ha presentato querela per diffamazione a carico dell'Autore. Il processo, svoltosi presso la 6 Sezione penale del Tribunale di Milano, si  concluso con sentenza del 5 luglio
2001: riconosciuto che Flamigni ha proceduto con seriet e obiettivit all'accertamento dei fatti sottoponendo a un vaglio rigoroso le dichiarazioni di Franceschini, peraltro rilasciate anche davanti alla Commissione stragi, il Tribunale ha assolto l'Autore perch il fatto non costituisce reato.
17. Il brigadiere Atzori nel 1976 sparer a freddo contro il brigatista Giorgio Semeria
(ben conosciuto da Rocco) al momento dell'arresto, ferendolo gravemente. Cfr.
ibidem, pag. 112.
18. Settimanale Il Tempo, 15 giugno 1976.
19. Ibidem.
20. Ma il capo dell'Ufficio, Federico Umberto D'Amato, continu a svolgere importanti funzioni di intelligence presso il ministero dell'interno, e continu a mantenere collegamenti internazionali con gli altri Servizi occidentali.
21. Ricorder lo stesso Curcio: Da quell'incontro Moretti trasse l'impressione che Girotto fosse sincero e che, forse, avrebbe potuto esserci utile (R. Curcio con M.
Scialoja, OP. cit., pag. 100).
22. M. Moretti, OP. cit., pagg. 75-76.
23. R. Curcio con M. Scialoja, OP. cit., pagg. 100-04.
24. A. Franceschini, RV Buffa, F. Giustolisi, OP. cit., pag. 118. Secondo il presidente della Commissione stragi, senatore Giovanni Pellegrino, a Moretti sarebbe bastata una telefonata per dire che a Pinerolo c'era una bomba, e la zona si sarebbe riempita di forze dell'ordine. Curcio avrebbe fiutato la trappola e l'avrebbe schivata.
25. Dalla Chiesa: Fotografando anche allora, perch questo  un metodo che mi ha sempre guidato, fotografando il contatto che avveniva tra il nostro uomo e quello che veniva dal di fuori, sempre conoscendo i metodi per incontrarsi (se non mi faccio vedere a quell'ora, prova all'ora successiva, se non vengo l'ora successiva vieni il giorno dopo, il luogo dell'appuntamento lo scalo ferroviario, a parte il famoso giornale);
ci sono come delle parole d'ordine (CM, volume 4, pag. 291).
26. A. Franceschini, P.V Buffa, F. Giustolisi, OP. cit., pag. 120.
27. Requisitoria del Pm Luigi Moschella, Corte d'assise di Torino, 1 giugno 1978.
28. A. Franceschini, P.V. Buffa, F. Giustolisi, OP. cit., pagg. 118-19.
29. Il Sole delle Alpi, 29 giugno 1999. Cfr. anche S. Flamigni, Il covo di Stato, Kaos edizioni 1999, pagg. 112-13.
30. Vincenzo Morelli, Anni di piombo, Sei 1988, pag. 48.
31. Cfr. Silvio Bonfigli e Jacopo Sce, Il delitto infinito, Kaos edizioni 2002, pagine
50-51.
32. La cattura venne preceduta da un conflitto a fuoco, col ferimento di Ognibene, e quello mortale del maresciallo Felice Maritano colpito dal brigatista.
33. Dichiarazione di Franceschini all'Autore.
34. Perse la vita anche l'appuntato Giovanni D'Alfonso, e le gravi ferite riportate causeranno al tenente Umberto Rocca menomazioni permanenti.
35. L'inopinato provvedimento, dopo soli 13 mesi di efficace attivit, era conseguenza dell'ostracismo dei vertici dell'Arma nei riguardi del generale Dalla Chiesa e del suo Nucleo speciale.
36. S. Bonfigli e J. Sce, OP. cit., pagg. 77-78.
37. Cfr. intervista del gen. Maletti al settimanale Il Tempo, 15 giugno 1976.  da notare che, fino all'estate del
1975, le BR non avevano ancora attuato alcun ferimento alle gambe, ma di l a poco - puntuale - cominci la sanguinosa pratica brigatista delle gambizzazioni. 11 19 settembre 1977 Maletti dichiar al quotidiano Paese Sera: Gi nel luglio 1975 inviai un rapporto al ministro dell'Interno, che allora era Gui, per avvertirlo che d'ora in poi gli eversori avrebbero inaugurato la tecnica dell'attentato alla persona: in particolare quella della sparatoria alle gambe.
38. Solo dopo la morte di D'Amato, nel 1996, la magistratura disporr una perquisizione nella sua abitazione romana (con scarsi risultati); ma non provveder a farne perquisire l'abitazione parigina, dove  presumibile che D'Amato conservasse le tracce della sua attivit segreta.
39. Colloquio di Franceschini con l'Autore.
40. Il 22 novembre 1990, davanti alla Commissione parlamentare stragi riunita in seduta segreta.
41. A. e G. Cipriani, OP. cit., pag. 213.
42. Il generale Nicol Bozzo confermer che l'arresto di Semeria - cos come quelli precedenti di Renato Curcio e Nadia Mantovani, e quello successivo di Angelo Basone
- furono tutti propiziati da un infiltrato del SID nelle BR.
43. Brescia Oggi, 24 marzo 1976. Da notare che i carabinieri che catturarono e ferirono Semeria erano stati mobilitati dal capitano Francesco Delfino, in servizio a Brescia.
44. Mario Scialoja, L'Espresso, 25 aprile 1976.
45. Colloquio di Franceschini con l'Autore.
46. Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri con Giovanni Pellegrino, Segreto di Stato, Einaudi 2000, pag. 146.
47. Del resto, gli stessi Morucci e Faranda hanno poi rappresentato il loro dissenso in modo pi marcato di quanto in realt fosse stato. Secondo alcuni brigatisti dell'Esecutivo, in merito all'uccisione di Moro Valerio Morucci aveva espresso pi titubanze che una contrariet vera e propria.
48. Ordinanza di rinvio a giudizio del 12 gennaio 1982; cfr. CM, vol. 54, pag. 297.
49. CM, vol. 1, pagg. 125-26.
50. M. Scarano e M. De Luca, OP. cit., pag. 74.
51. Relazione sul rapimento Schleyer per il processo d'istruzione svolto dal procuratore generale della Repubblica di Bonn il 5 ottobre 1977.
 
CAPITOLO IV.
ESPERTI E PIDUISTI AL VIMINALE.


L'esperto americano.

Durante il sequestro Moro furono attivi, presso il ministero dell'Interno, tre gruppi di lavoro o comitati per la gestione della crisi: il Gruppo tecnico-operativo, il Gruppo Informazioni, il Gruppo esperti.
Risulter impossibile ricostruirne con precisione l'attivit durante i
55 giorni della crisi, in quanto dagli archivi del Viminale scompariranno verbali delle riunioni e vari documenti (mentre altra importante documentazione rester occultata negli archivi dell'Arma dei carabinieri e dei servizi di sicurezza). Di certo c' che durante l'emergenza del sequestro, al Viminale la faceva da padrone l'esperto americano Steve Pieczenik, consigliere speciale del ministro dell'Interno Cossiga.
L'americano Pieczenik, assistente del sottosegretario di Stato, era il capo dell'Ufficio per la gestione dei problemi del terrorismo internazionale del dipartimento di Stato USA; l'Ufficio era stato istituito da Henry Kissinger quando i terroristi avevano cominciato a colpire ambasciate statunitensi o dirottare aerei delle compagnie americane, e Pieczenik si era occupato del terrorismo in tutto il mondo diventando uno dei maggiori esperti di sequestri di persona.
Quando Cossiga subito dopo la strage di via Fani chiese agli americani di collaborare alle indagini, gli venne risposto che una recente disposizione del presidente USA proibiva la collaborazione dei servizi segreti e delle forze di polizia americani con Stati esteri per risolvere casi di terrorismo, salvo che non vi fossero coinvolti interessi americani, e a
detta di Cossiga il governo e l'Amministrazione americana ritenevano che il sequestro dell'onorevole Moro non avesse le caratteristiche per essere considerato lesivo di interessi americani(1). Strano, dal momento che il sequestrato - pi volte presidente del Consiglio e ministro degli Esteri - era certamente a conoscenza di molte informazioni riservate sulla NATO, come la struttura segreta paramilitare
Stay-behind (GLADIO). Secondo Cossiga, solo dopo sue ripetute insistenze l'Amministrazione americana avrebbe fatto un'eccezione, inviando a Roma uno dei maggiori esperti dell'Ufficio antiterrorismo, cio lo psichiatra Steve Pieczenik(2).
L'esperto americano arriv a Roma, con l'incarico ufficioso di consulente del ministro dell'interno, pochi giorni dopo la strage di via Fani. La sua presenza e il suo lavoro vennero tenuti segreti, nascosti perfino agli stessi funzionari della ambasciata americana a Roma (del suo arrivo erano al corrente solo i pi stretti collaboratori del ministro Cossiga). Al Viminale, Pieczenik lavorava a strettissimo contatto col ministro, partecipando all'attivit degli esperti che avevano il compito di studiare la situazione e intuire i piani dei brigatisti, prevenendo le loro probabili mosse successive: dava consigli su un certo numero di strategie e tattiche molto sofisticate, che tuttavia resteranno in gran parte segrete. Naturalmente svolgeva anche il ruolo di osservatore per conto dell'Amministrazione americana.
Rientrato a Washington il 16 aprile 1978, rifer al suo governo, e di l a poco pervenne al presidente del Consiglio Andreotti una lettera con i segni dell'apprezzamento del presidente Jimmy Carter in persona.
Tuttavia Pieczenik prosegu anche nelle settimane successive il suo lavoro di consulente del ministro Cossiga.
Il contributo ufficiale dell'esperto statunitense  riassunto, in parte, in un documento di 13 pagine (classificato Riservatissimo dal
ministro Cossiga), intitolato Ipotesi sulla strategia e tattica delle BR e ipotesi sulla gestione della crisi e Risposte a domande. Secondo l'analisi di Pieczenik, lo scopo delle BR  quello di rompere l'unit all'interno della DC in maniera che venga dichiarata una situazione ufficiale di emergenza che permetterebbe al PCI di entrare legittimamente in un governo formale, conseguentemente dovrebbe prevedersi una violenta reazione della destra all'ingresso del PCI nel governo, reazione che porterebbe alla guerra civile. Quindi, fra i consigli dati al ministro, c'erano quelli di: Mantenere l'unit della DC e dimostrare che Moro non  indispensabile all'attivit di governo; nominare un nuovo presidente (facente funzione) del partito; ristabilire l'unit nel suo interno... Sminuire l'importanza di Moro e dimostrare, attraverso la stampa, che egli non  direttamente responsabile di quanto ha scritto [nelle lettere dalla prigione BR; ndr] e che, in effetti, ha subito un lavaggio del cervello. Ricercare dichiarazioni di intimi amici e colleghi di Moro che dimostrino quanto egli avesse sostenuto l'attuale governo e la sua decisa presa di posizione(3).
Quest'ultimo suggerimento dell'esperto americano trov immediata attuazione: alcuni amici e colleghi di Moro rilasciarono prontamente le richieste dichiarazioni, suscitando lo sconforto di Moro, che profondamente rattristato scrisse: Perch questo avallo alla pretesa mia non autenticit?.
Fra i consigli dell'esperto americano c'era anche quello di ridurre l'interesse della stampa sul caso Moro e quindi dell'opinione pubblica, selezionando e controllando le notizie:  importante che la stampa riceva ogni giorno un pacchetto controllato di notizie.
Il governo deve esercitare un attento controllo su tutte le notizie fornite agli organi di diffusione(4).
Poich il contributo dell'esperto americano doveva mirare, a lume di logica, all'individuazione della prigione di Moro e alla liberazione dell'ostaggio, riesce difficile capire l'interesse di Pieczenik nel dimostrare che l'attivit di governo poteva svolgersi anche senza il presidente DC (non essendo Moro membro dell'esecutivo), n la necessit di sminuire la figura del prigioniero attraverso la stampa tratteggiandolo come un irresponsabile vittima di lavaggio del cervello.
Ciononostante alla Commissione parlamentare un ineffabile Cossiga arriver a dichiarare: Il governo degli USA ci ha garantito
una qualificata collaborazione a livello di gestione della crisi. Si sapr solo alla fine del 1993, attraverso un'intervista di Cossiga alla TV tedesca, quanto l'esperto americano avesse convinto il ministro dell'Interno che Moro aveva subito un lavaggio del cervello: Se Aldo Moro fosse stato liberato, sarebbe scattato il piano Victor e Moro sarebbe stato isolato in una clinica... Avevamo il consiglio di un esperto del dipartimento di Stato che aveva trattato 66 casi di sequestri di persona. L'esperto americano politologo-psichiatra ci disse che era molto pericoloso per l'equilibrio del sequestrato che lo si lasciasse parlare liberamente, in quanto probabilmente avrebbe detto delle cose verissime ma una volta apprese sarebbe stato pentito e questo sarebbe stato di grave nocumento per lui(5).
In realt la preoccupazione primaria dell'esperto americano non era tanto di contribuire a liberare Moro, quanto quella di stabilizzare
l'Italia impedendo al PCI di entrare nel governo. Che il suo ruolo fosse precisamente questo lo confermer lui stesso molti anni dopo in un'intervista, spiegando di essere venuto a Roma con una precisa missione:
Stabilizzare l'Italia, in modo che la Democrazia cristiana non cedesse...
e assicurare che il sequestro non avrebbe condotto alla presa del governo da parte dei comunisti... Il mantenimento delle posizioni della DC: quello era il cuore della mia missione. Nonostante tutte le crisi di governo, l'Italia era stato un Paese molto stabile, saldamente in mano alla DC. Ma in quei giorni il PCI di Berlinguer era molto vicino a ottenere la maggioranza, e questo non volevamo che accadesse... Io ritengo di avere portato a compimento questo incarico. Una spiacevole conseguenza di ci fu che Moro dovette morire... Nelle sue lettere Moro mostr segni di cedimento. A quel punto venne presa la decisione di non trattare. Politicamente non c'era altra scelta. Questo per significava che sarebbe stato giustiziato... Il fatto  che lui - Moro -
non era indispensabile ai fini della stabilit dell'Italia(6).
Le parole di Pieczenik richiamano il Field manual, un documento
top secret dell'intelligence americana del 1970, che definiva il terrorismo fattore interno stabilizzante (destabilizzare ai fini di stabilizzare), e che teorizzava esplicitamente la necessit di strumentalizzare le forze eversive anche contro il governo del Paese alleato, se ci corrispondeva agli interessi americani(7).
Stefano Silvestri, l'esperto italiano che durante il sequestro Moro si occup degli eventuali collegamenti internazionali delle BR, dir di avere incontrato Pieczenik 5 o 6 volte in, Italia (e una volta negli USA, a Washington, il giorno del falso comunicato BR del Lago della Duchessa, 18 aprile 1978), ricordando che l'esperto americano era arrivato a sostenere, quasi in chiave provocatoria, la possibilit del
Grande vecchio: in una situazione di questo genere, disse,  possibile che la vera mente di questo rapimento sia pi vicina al centro di quanto vi aspettiate; inoltre mi disse che riteneva ci fossero delle falle nel sistema italiano. Infatti il termine Grande vecchio (The big old man), indicato per la prima volta come l'occulto regista-
guida del terrorismo in Italia, era stato evocato al ministro Cossiga dall'esperto americano Pieczenik durante il sequestro Moro (e il segretario del PSI Craxi utilizzer l'espressione Grande vecchio
dopo averla sentita usare dal ministro Cossiga).
Cossiga riferir anche che Pieczenik ipotizzava la presenza di un basista delle BR nell'entourage di Moro: l'esperto americano, oltre a credere nel Grande vecchio, era un assertore della teoria della talpa. Infatti tra i quesiti cossighiani all'esperto americano c'era anche il seguente: Perch  cos convinto che si tratti di un lavoro preparato dall'interno?, e Pieczenik rispose: Sono sempre dell'opinione che il rapimento di Moro ha avuto appoggio interno come  dimostrato dal fatto che la borsa pi importante che Moro portava non si  ritrovata. Altre prove sono il fatto che il rapimento  avvenuto nell'unico giorno in cui Moro non si  recato in chiesa con il nipote, e che tutta l'operazione  stata eseguita in maniera estremamente
pulita, il che contrasta con il normale operato di gruppi terroristici che spesso incappano in un particolare errore, o nell'uccisione di un passante innocente(8).
Nel 1993 l'ex consulente Pieczenik racconter un episodio accaduto quindici anni prima, riguardante la P2 nel caso Moro: Al mio ritorno negli USA  avvenuta una cosa curiosa. Sono venuti a farmi visita esponenti del governo argentino. Mi hanno chiesto aiuto per combattere quello che loro definivano terrorismo. Rifiutai. Ho avuto la netta sensazione che sapessero molte cose riguardo al sequestro di Aldo Moro. Rimasi molto, molto sorpreso di questo. Solo in seguito ho saputo che gli italiani e gli argentini erano legati attraverso la P2.
Solo dopo sono venuto a conoscenza che alcune persone con le quali mi sono trovato a lavorare in Italia erano coinvolte nello scandalo della P2. Mentre ero in Italia non mi ero accorto di nulla, ma la percezione che qualcosa non funzionasse in maniera corretta era netta(9).
E allo scrittore americano Robert Katz, ricordando le settimane di collaborazione a Roma e l'atmosfera che si respirava al Viminale, Pieczenik dir: Ci fu una cosa che emerse in maniera chiarissima, e che mi sbalord. Io non conoscevo l'uomo Aldo Moro, dunque desideravo farmi un'idea di che persona fosse e di quanta resistenza avesse. Ci ritrovammo in questa sala piena di generali e di uomini politici, tutta gente che lo conosceva bene, e... ecco, alla fine ebbi la netta sensazione che a nessuno di loro Moro stesse simpatico o andasse a genio come persona, Cossiga compreso. Era lampante che non stavo parlando con i suoi alleati(10).


Il Comitato tecnico-operativo.

Due ore dopo la strage di via Fani, alle ore 11,30, il ministro dell'Interno Cossiga convoc al Viminale i titolari dei dicasteri della Difesa Attilio Ruffini, delle Finanze Franco Maria Malfatti, di Grazia e Giustizia Franco Bonifacio, il sottosegretario all'interno Nicola Lettieri, i vertici delle forze di polizia, dei servizi di sicurezza e delle forze armate: esord cos il Comitato politico-tecnico-operativo detto anche
Comitato gestione-crisi, un organismo preposto a decidere le linee strategiche e operative delle ricerche e a coordinare l'azione delle forze di polizia e di sicurezza. Il Comitato venne presieduto dal ministro soltanto nelle prime sedute (fino all'arrivo del primo comunicato delle BR); poi venne presieduto dal sottosegretario Nicola Lettieri, e per le sue funzioni fu ribattezzato Comitato tecnico-operativo.
Al momento dell'insediamento del Comitato, il ministro Cossiga sugger ai responsabili dei vari settori investigativi di concordare un piano operativo esaminando solo le notizie certe e i piani d'azione coordinati; come metodo di lavoro, stabil che il Comitato si riunisse tutti i giorni alla stessa ora per fare il punto della situazione.
Nella primavera del 1981, quando verr resa pubblica la lista degli affiliati alla Loggia massonica segreta di Licio Gelli, si apprender che parecchi dei membri del Comitato tecnico-operativo istituito dal ministro Cossiga erano affiliati alla P2. La mattina del 16 marzo, infatti, al Viminale erano riuniti, tra i convocati: il generale Giuseppe Santovito (capo del SISMI, Servizio informazioni sicurezza militare, tessera P2 1630), il generale Giulio Grassini (capo del SISDE, Servizio informazioni sicurezza democratica, tessera P2 1620), il generale Raffaele Giudice (comandante della Guardia di finanza, tessera P2
1634), il generale Donato Loprete (capo di stato maggiore della Guardia di finanza, tessera P2 1600), l'ammiraglio Giuseppe Torrisi
(capo di stato maggiore della Marina, tessera P2 1825), l'ammiraglio Marcello Celio (vice capo di stato maggiore della Marina, tessera P2
815) - tutti massoni arruolati dal venerabile maestro Licio Gelli nella Loggia segreta.
Di quel Comitato scompariranno quasi tutti i verbali delle riunioni, e negli archivi del ministero non verr trovata alcuna documentazione: n presso l'ufficio del gabinetto del ministro, n presso altri uffici del Viminale. Eppure, secondo le testimonianze dei sottosegretari Lettieri e Mazzola, quelle riunioni venivano regolarmente verbalizzate.
Solo nel 1999 verranno trovati e trasmessi alla Commissione parlamentare stragi due verbali di riunioni svoltesi il 10 e 14 aprile
(ci a riprova che le riunioni venivano regolarmente verbalizzate). La Commissione parlamentare Moro potr disporre solo degli appunti personali redatti dall'on. Lettieri nel corso delle riunioni, appunti riguardanti soltanto le riunioni svoltesi nei primi 18 giorni del sequestro: nessun appunto perverr alla Commissione parlamentare sulle riunioni svoltesi successivamente al 3 aprile, data che infatti segn una svolta nelle indagini.
Dall'esame degli appunti di Lettieri, e dalle testimonianze dei partecipanti, emerge che fin dalle prime riunioni la reazione dello Stato alla strage di via Fani e al sequestro Moro si espresse soprattutto mediante misure di tipo militare: posti di blocco, impiego dell'Esercito, rastrellamenti, perquisizioni a tappeto per blocchi di caseggiati, misure sostenute dal ministro Cossiga fin dalla riunione serale del 16 marzo, al dichiarato scopo di rendere visibile l'attivismo dello Stato suscitando il consenso e la fiducia dell'opinione pubblica;
misure plateali che si dimostreranno del tutto inefficaci (verranno opportunamente definite dal procuratore generale della Repubblica, Pietro Pascalino, operazioni da parata), rispetto alle prioritarie esigenze investigative e di polizia giudiziaria. Nel caso di individuazione della prigione, il ministro Cossiga propose di chiudere la zona e decidere poi sul da farsi, cio se trattare o intervenire con un blitz,
precisando che sarebbe stato deciso a chi affidare quel compito, e con quali mezzi, soltanto al momento. L'ipotesi di apporre una taglia pubblica venne scartata perch ritenuta controproducente.
L'impronta militarista decisa dal ministro Cossiga venne condivisa e rafforzata dal Comitato interministeriale per la sicurezza il 17 marzo.
La riunione, presieduta dal presidente del Consiglio Andreotti, effettu un'analisi della strage: rilev l'insufficienza della scorta del presidente DC contrapposta all'efficienza dei brigatisti, e evidenzi in modo particolare l'episodio - che non verr mai chiarito - del blocco delle comunicazioni telefoniche nella zona di via Fani subito dopo l'agguato. Il ministro Cossiga escluse che i servizi segreti dei Paesi alleati avessero segnalato in anticipo qualsiasi indizio collegabile ai fatti del giorno precedente(11), quindi analizz la possibilit di modificare le norme penali estendendo alle inchieste sul terrorismo la facolt del ministro dell'Interno di chiedere copia degli atti giudiziari
(facolt gi prevista dalla legge antidroga) e reintroducendo nell'ordinamento italiano una specie di fermo di polizia, con la possibilit di intercettazioni foniche e telefoniche da estendere anche alle carceri. Il ministro della Giustizia Bonifacio sugger di applicare l'articolo 90 dell'ordinamento penitenziario per censurare la posta dei detenuti. Il comandante dei carabinieri, generale Corsini, si limit a esprimere il suo favore per i rastrellamenti metodici con l'aiuto dell'Esercito. A introdurre nel dibattito del CIS il grave tema politico dello stato di guerra fu il generale piduista Giulio Grassini, direttore del SISDE (il servizio segreto del Viminale): Grassini propose di istituire il fermo e l'interrogatorio senza difensore degli indiziati e di dichiarare lo stato di pericolo pubblico; ma la sua proposta venne lasciata cadere(12).
Nella serata del 17 marzo si riun al Viminale il Comitato presieduto dal ministro Cossiga, il quale riepilog le precedenti decisioni del CIS: incarico al comandante dell'Arma dei carabinieri di provvedere a rastrellare le zone periferiche con la collaborazione delle forze armate; esclusa la dichiarazione di pericolo pubblico potendo i prefetti richiedere aiuti alle forze armate; necessit che ogni operazione venisse effettuata avendo cura di salvaguardare la vita dell'ostaggio.
Il comandante dell'Arma dei carabinieri, generale Corsini, propose
di allargare ulteriormente la zona operativa sulla citt ricorrendo all'aiuto dell'Esercito, il cui capo di stato maggiore aveva gi dato l'assenso; i Carabinieri e l'Esercito avrebbero dovuto istituire 22
posti di blocco, da integrare con i pattugliamenti della Guardia di finanza - il ministro dell'Interno propose di informare la stampa del concorso dell'Esercito. Il direttore del SISMI, generale Giuseppe Santovito, richiam l'attenzione del Comitato sul porto di Marina di Grosseto dove, in serata, a suo dire sarebbe attraccata una nave della quale si era in precedenza persa traccia a Cipro: questa e altre successive
informazioni fornite dal piduista Santovito non troveranno mai alcun riscontro, e avranno l'oggettivo effetto di impegnare inutilmente energie investigative. La notizia pi importante per le indagini era quella fornita in sede CIS dal questore di Roma: il berretto caduto a un brigatista in via Fani era stato riconosciuto dalla commessa del negozio che l'aveva venduto in via Firenze, la quale aveva riconosciuto nella foto di Adriana Faranda la donna che l'aveva comprato.
Quel riconoscimento, unito alle informazioni che avevano indotto la DIGOS a perquisire la casa della madre della Faranda poche ore dopo la strage, e in giornata la casa del brigatista Valerio Morucci, apriva una traccia precisa che il Comitato trascur del tutto: prevaleva la convinzione della decisiva efficacia dei rastrellamenti, dei posti di blocco, della mobilitazione dell'Esercito e delle Forze armate
- la Guardia di finanza aveva segnalato al ministro: Fonte confidenziale degna di fede informa che Moro sarebbe detenuto nella zona Balduina-Trionfale-Boccea-Cassia. Non si esclude che una volta allentata la morsa delle forze di polizia l'ostaggio venga trasferito in altra localit(13). Il Comitato non dedic alcuna attenzione al rafforzamento dei servizi investigativi.
Anche nella successiva riunione, che si svolse il 18 marzo dopo l'arrivo del primo comunicato delle BR e la fotografia di Moro nella
prigione del popolo, il ministro Cossiga si sofferm sulle misure adottate nella cintura interna e nella fascia esterna della citt, defin il contributo delle Forze armate di grande utilit, inform che stavano per essere messe a punto alcune norme particolari, da introdurre con un decreto-legge, riguardanti le intercettazioni, gli interrogatori e il fermo di polizia; il ministro annunci infine che il collegamento con l'ufficio investigativo anticrimine di Wiesbaden (Germania occidentale) era stato realizzato. Il capo della polizia
chiese un parere sull'eventuale impiego delle guardie
forestali, desiderose di collaborare - il comandante dei carabinieri si disse favorevole al loro impiego. Il colonnello Giuseppe Siracusano, comandante della Legione Lazio dei carabinieri, assicur che le disposizioni ricevute per i posti di blocco e i pattugliamenti erano state prontamente eseguite.
Il capo del SISMI, generale Santovito, inform che al fronte jugoslavo (Trieste-Gorizia) era in corso un'intensa attivit di pattugliamento.
Quella seduta del gabinetto operativo di crisi era pervasa da un clima di mobilitazione militare, mentre venivano ritenute secondarie le esigenze investigative e i rapporti con la magistratura;
pi che da una concreta gestione della crisi, la riunione era scandita da proposte finalizzate a una sostanziale messa in stato d'assedio del Paese - in questo contesto, risultava emblematica la tattica depistante del SISMI, con le grottesche informazioni relative al fronte jugoslavo. Oltre ai quattro generali gi citati (Santovito, Grassini, Giudice, e Loprete), anche il colonnello Giuseppe Siracusano (poi promosso generale) risulter tra gli affiliati alla Loggia P2.


Operazione Smeraldo.

La mobilitazione militare raggiunse l'apice il 21 marzo, a seguito di una segnalazione del direttore del SISMI, generale Santovito, secondo la quale la prigione di Moro avrebbe potuto trovarsi in una zona adiacente al km 47 dell'Aurelia. Dell'esito negativo dei rastrellamenti, effettuati con un forte dispiego di forze, si parl nella riunione serale del Comitato, dove il sottosegretario Lettieri che lo presiedeva chiese conferma al generale Santovito circa l'attendibilit dell'informazione fatta pervenire ai Carabinieri: il capo del SISMI conferm che la fonte, essendo stata sperimentata in altre occasioni, era da ritenersi attendibile, ma assicur che sarebbero stati presi nuovi contatti per avere maggiori chiarimenti soprattutto sulla zona(14). Il capo della polizia, che si era incontrato con i questori del Lazio, rifer di una segnalazione su una casa a nord di Roma. Il generale Corsini si disse soddisfatto per avere ottenuto gli elicotteri dell'Esercito, e precis
che all'operazione mattutina sull'Aurelia aveva partecipato anche il Battaglione paracadutisti in addestramento per i servizi speciali. Il generale Raffaele Giudice, comandante della guardia di finanza, ribad che la presenza di Moro era segnalata a Roma, nella zona Trionfale-Balduina, e che nei giorni successivi avrebbe potuto essere trasferito in un'altra localit per essere processato dal tribunale del popolo. Nel corso di questa riunione, trovarono dunque credito tre diverse informazioni inerenti la supposta ubicazione della prigione di Moro: quella del generale Giudice, quella del capo della polizia Parlato, e quella del generale Santovito; a parte l'evidente superficialit e inconcludenza di tutte e tre le notizie, esse nei fatti sembravano semplicemente giustificare le operazioni di rastrellamento con l'impiego dell'Esercito e del Battaglione paracadutisti.
Da quel 21 marzo, in assenza del ministro Cossiga, la presidenza del Comitato tecnico-operativo pass al sottosegretario Lettieri; in pratica il ministro dell'Interno non partecip pi ai vertici del Comitato.
Ma negli appunti di Lettieri non si trover traccia della operazione Smeraldo, la messa in stato di allarme dell'unit speciale CONSUBIN (incursori della Marina militare) ordinata dal ministro Cossiga e da lui dichiarata segretissima; infatti neppure negli archivi del Viminale ci sar traccia di quella operazione che molti anni dopo, da presidente della Repubblica, Cossiga evocher dicendo: Posso oggi raccontare di quella notte in cui eravamo convinti di avere individuato la prigione di Moro. E posso raccontare dei preparativi all'irruzione, di quell'ufficiale medico che si era proposto volontario per fare scudo al corpo di Moro(15); di quella progettata irruzione, che prevedeva l'impiego di una unit del CONSUBIN, Cossiga non aveva fatto alcun cenno neppure alla Commissione parlamentare d'inchiesta
(pur essendo tenuto a riferire qualsiasi iniziativa del governo), confermando cos quanto reticente e lacunosa fosse stata la sua collaborazione con la Commissione incaricata dal Parlamento di accertare la verit sul delitto Moro.
Della operazione Smeraldo verr trovata una memoria presso il ministero della Difesa, ma nessuna traccia presso il ministero dell'Interno che aveva promosso la mobilitazione. Alfa attuate interno Smeraldo: con questo messaggio in codice, spedito per telescrivente dal Viminale allo stato maggiore della Marina militare, alle ore 7 del 21 marzo 1978 il ministro Cossiga pose in stato d'allarme l'Unit speciale degli incursori della Marina (CONSUBIN) per un
pronto intervento con l'impiego di elicotteri. L'unit, che si avvaleva del contributo di due ufficiali dell'inglese SAS (Special air service), era preposta a operazioni ad alto rischio. Alle ore 8,15 il comandante dei GOS (Gruppi per le operazioni speciali) ammiraglio Oreste Tombolini invi su rete telefonica protetta un messaggio al comandante dell'Unit, Vittorio Biasin: Al 50% ostaggio  in un casolare abbandonato zona Forte Boccea e Aurelia vicina raccordo anulare.
Alle 09,00 i carabinieri della Legione di Roma circonderanno zona.
Condurranno loro operazione. Responsabile operazione maggiore Caleagile. Se BR sono in zona e spareranno i carabinieri risponderanno fuoco. Intendimento governo  di portare a trattativa. Per ora per noi solo allarme. Comandante GOS Tombolini. Alle ore 13 un nuovo messaggio dal ministero dell'Interno allo stato maggiore della Marina revoc all'improvviso lo stato di allarme (Topazio slent si abroga)(16). La operazione Smeraldo consistette nella messa in stato d'allarme di un reparto militare speciale per un blitz che avrebbe dovuto portare alla liberazione di Moro, ma misteriosamente il blitz non venne attuato. Il capo della polizia Vincenzo Parisi avanzer in proposito un'ipotesi inquietante: Un'operazione del genere in quel tempo era naturalmente decisa ad alto livello. Non credo si possa essere arrivati in prossimit di una svolta nelle ricerche senza che ne fossero informati i vertici. Non  pensabile, a meno che non vi fossero altri al di fuori dei vertici a disporre. Per,  tutto da provare(17).
Perch tanta segretezza per la messa in stato d'allarme di un reparto militare e per un blitz annullato? E perch negli archivi del Viminale dell'operazione non verr trovata alcuna traccia, neppure l'ordine impartito dal ministro? Forse una spiegazione  nel fatto che il blitz era programmato con i GOS, i Gruppi operazioni speciali della sezione K, legati all'attivit di GLADIO, cio a quella struttura paramilitare segreta della NATO che per il ministro Cossiga era un segreto di Stato da tenere nascosto anche al Parlamento. Nel 1990,
dopo la scoperta di GLADIO, informazioni pervenute alla Commissione stragi e alla magistratura sosterranno che i GOS fossero nati ufficialmente nel 1986: invece erano attivi gi nel 1978, e infatti avrebbero dovuto partecipare al blitz per liberare Moro.
Il ministro Cossiga decise di tenere segreta anche la relazione dell'esperto americano Pieczenik contenente una serie di indicazioni tra le quali quella di abbassare l'intero livello della direzione della crisi: tenere tutte le decisioni lontane da Andreotti e, possibilmente, da Cossiga.
Staccare il settore politico decisionale da quello strategico-operativo.
E infatti da un certo momento in poi il ministro dell'Interno si astenne dal partecipare alle riunioni del Comitato tecnico-operativo, che venne stabilmente presieduto dal sottosegretario Nicola Lettieri.
La zona di Furbara-Sasso dista una trentina di chilometri da quella di Forte Boccea-Aurelia-Raccordo anulare indicata come luogo del mancato blitz dei GOS: tuttavia, l'ufficiale di marina Decimo Garau, istruttore dei gladiatori a Campo Marrargiu e in forza al CONSUBIN, dichiarer al giudice Mastelloni di essere lui l'ufficiale medico dei reparti speciali menzionato da Cossiga, e di avere ispezionato alcuni casolari nella zona della Tolfa, nei pressi di Sasso, facendo base nella caserma del Rud nei pressi di Cerveteri. Le dichiarazioni di Garau al giudice Mastelloni evidenzieranno anche una singolare coincidenza: l'ufficiale racconter che contemporaneamente alle ricerche della prigione, con la sua squadra effettuava esercitazioni di esfiltrazione, nel corso delle quali ricorda di aver chiuso un ufficiale della sezione in una cassa di legno, e di avere simulato con un pulmino il trasporto del rapito: a un posto di blocco dei carabinieri sull'Aurelia noi eravamo a bordo del pulmino, ma la cassa non fu controllata(18). L'esercitazione narrata da Garau corrispondeva esattamente al metodo utilizzato dai brigatisti per portare Moro da via Fani alla prigione, metodo (l'ostaggio dentro una cassa su un pulmino) rivelato da Morucci molto tempo dopo: ma gli agenti speciali sembra ne fossero gi a conoscenza fin dai giorni del sequestro, al punto da simulare la stessa operazione.


La crisi del Comitato gestione crisi.

Durante la riunione del Comitato gestione crisi del 22 marzo - settimo giorno dal sequestro - cominciarono i dubbi sulla validit delle misure di mobilitazione militare. Il questore di Roma si domand se fosse opportuno proseguire con i posti di blocco all'interno della capitale, prospettando invece l'opportunit di un servizio di caccia
alle automobili sospette. Secondo il sottosegretario Lettieri, il bilancio delle indagini era negativo: in attesa di una svolta positiva, riteneva si dovesse discutere anche delle reazioni negative della pubblica opinione alla eventuale sospensione dei posti di blocco (dal che si evince che la mobilitazione militare aveva avuto ovviamente un impatto positivo sulla opinione pubblica, ma senza alcun risultato concreto). Il capo della polizia Parlato torn sull'argomento dei rastrellamenti, e si disse favorevole ai due sistemi, cio i blocchi stradali e la caccia alle auto sospette. Per la terza volta, il comandante generale della guardia di finanza rifer di una fonte riservata secondo la quale Moro era prigioniero nella zona di Monte Mario: a dire del generale Giudice, le ricerche non avrebbero ancora avuto successo perch le perquisizioni non erano state eseguite a tappeto.
 da notare che le tracce di Moro si erano perse proprio nella zona della Balduina-Monte Mario, e che gli stessi agenti del Commissariato di PS di Monte Mario avevano lamentato di non aver potuto effettuare perquisizioni in una serie di stabili di propriet dello IOR vaticano perch protetti dalla extraterritorialit.
Dal 23 marzo il Comitato tecnico-operativo si riun al Viminale senza pi la partecipazione dei direttori dei servizi segreti e degli addetti alle informazioni, i quali si riunivano a parte formando il Gruppo o Comitato I (Informazioni). Ci suscit perplessit che si manifestarono gi nella riunione del 24 marzo, quando il sottosegretario Mazzola rifer di una riunione del Comitato I con il generale Dalla Chiesa. Il capo della polizia defin utile che i due gruppi, informativo e operativo, si incontrino per uno scambio di idee. Il comandante generale dei carabinieri concord con il capo della polizia sulla artificiosit della suddivisione tra gruppo informativo e operativo; inoltre suggerisce di costituire un gruppo di lavoro per mettere insieme il materiale esistente sulle BR. Anche il comandante generale della guardia di finanza sottoline la elementare necessit di un lavoro comune tra i due gruppi per coordinare l'attivit informativa e quella operativa. (I due gruppi torneranno a riunirsi insieme solo il 3 aprile, il giorno della retata degli Autonomi, e l'ultimo giorno presente negli appunti dell'on. Lettieri.)
Intanto la riunione del Comitato tecnico-operativo sembrava assumere sempre pi il carattere di un confronto burocratico, una specie di scambio di idee tra i partecipanti, piuttosto che quello di un summit realmente operativo. A dieci giorni dal sequestro, del resto, il Comitato non aveva ancora adottato alcuna decisione efficace. Le
riunioni separate del Gruppo informativo, e i frequenti vertici ristretti convocati al Viminale, avevano vanificato il ruolo e le prerogative dello strumento appositamente istituito per affrontare l'emergenza della crisi; sintomatica dell'inutilit delle sedute era la costante defezione dei partecipanti.
Durante la riunione del Comitato del 28 marzo il sottosegretario Mazzola riport le conclusioni del Gruppo informativo e del ministro Cossiga, i quali suggerivano un'operazione nei confronti di brigatisti e loro fiancheggiatori nelle citt pi calde; l'operazione venne attuata a Roma il successivo 3 aprile, con la cosiddetta retata degli Autonomi.
La crisi del Comitato apparve evidente nella riunione del 30 marzo, quando Lettieri si addentr in alcune considerazioni sugli umori della pubblica opinione in merito all'inefficienza dello Stato, fino a quel momento completamente impotente di fronte al sequestro Moro;
Lettieri sottoline la necessit di un maggiore impegno degli apparati per ridare fiducia alla pubblica opinione. Il richiamo provoc il risentimento dei vertici delle varie polizie, che opposero al sottosegretario i disagi nei quali i loro Corpi erano costretti a operare: il giudizio unanime era che i servizi di sicurezza non funzionavano, e fornivano informazioni errate le quali sottraevano energia all'azione dei gi deboli apparati investigativi.
Il 3 aprile il Comitato tecnico-operativo esamin l'esito dell'operazione contro i fiancheggiatori delle BR: il questore di Roma, De Francesco, comunic la effettuazione di 273 perquisizioni con 41
arresti, e avvert che l'operazione era stata concordata con il procuratore capo. Il colonnello dei carabinieri Enrico Coppola aggiunse altri dati sull'operazione congiunta: 91 perquisizioni, 5 arresti, 2
fermi; quindi inform degli accordi presi con la Guardia di finanza per una battuta nella zona Coccia di Morto finalizzata a controllare un certo numero di ville. Il generale Grassini inform invece che una segnalazione suggeriva di controllare la zona di Fiumicino, e che il rilascio di Moro avrebbe potuto avere luogo in un convento vicino alle Frattocchie(19) - si sapr poi che questa segnalazione era di origine parapsicologica.
Con la seduta del 3 aprile tornarono a riunirsi congiuntamente i vertici operativi con quelli informativi: ma i verbali delle successive riunioni - secondo Mazzola regolarmente compilati - scompariranno dagli archivi del Viminale. La grave
circostanza, e le informazioni fornite dai partecipanti alle
riunioni, indurranno la Commissione parlamentare Moro a esprimere una severa censura: La lezione che si pu ricavare di come ha lavorato il Comitato  che cos non si pu e non si deve fare il coordinamento dell'attivit delle forze di polizia: in effetti il Comitato non ha coordinato niente(20). Solo nel 1999
Bruno Ferrante, il capo di gabinetto del ministro dell'Interno Giorgio Napolitano, invier alla Commissione parlamentare stragi due verbali delle sedute plenarie del Gruppo operativo e del Gruppo informativo svoltesi presso la Sala gestione crisi del Viminale il 10 e il 14
aprile.
La riunione del 10 aprile affront due punti all'ordine del giorno;
1 cosa fare per liberare Moro; 2 quale era la strategia delle BR. Stando al verbale della riunione, fu scarsissimo l'impegno e notevole la povert di idee sul primo punto, mentre abbondarono le ipotesi sui possibili scenari futuri della strategia brigatista. Il generale Santovito, direttore del SISMI e affiliato alla P2, illustr uno studio riguardante le previsioni circa le conclusioni del rapimento dell'on. Moro per le prevedibili azioni nel campo dell'eversione. Il generale Grassini, affiliato alla P2, present uno studio del SISDE circa la possibilit che le BR durante il sequestro dell'on. Moro possano compiere una seconda impresa altrettanto eclatante. Il capo della polizia Parlato ribad la necessit dell'attivit dei servizi segreti, che dovrebbero curare particolarmente il settore dell'infiltrazione. Il comandante generale dell'Arma dei carabinieri, generale Corsini, illustr i possibili futuri obiettivi delle Brigate rosse. Anche il comandante generale della guardia di finanza generale Giudice, anche lui della P2, present uno studio il quale riteneva possibile che le BR possano mettere in atto un altro clamoroso gesto terroristico.  da notare che i brigatisti avevano gi predisposto la prigione e quasi completato i preparativi per un'altra eclatante azione terroristica: il sequestro a Milano dell'industriale Leopoldo Pirelli con l'eliminazione della scorta - quindi i generali della P2 parlavano a ragion veduta. Il generale Dalla Chiesa afferm che non bisogna sopravvalutare le BR, che cercano dei
seguaci in un ristretto settore della politica italiana quale quello dell'ultrasinistra. Il capo dell'UCIGOS Fariello rifer sui collegamenti tra i brigatisti detenuti e quelli operanti e sostenne l'identit della strategia terroristica tra i brigatisti di Torino e quelli operanti il sequestro dell'on. Moro. Concludendo la riunione, il sottosegretario Lettieri si domand fino a che punto sia giusto parlare solo di Brigate rosse. Chi c' dietro?, e concluse invitando i Vertici presenti a riunirsi l'indomani sera per esaminare altri problemi tra cui in particolare il riepilogo dell'attivit svolta (il verbale della ulteriore riunione dell'11 aprile sar tra quelli scomparsi).
La sintesi degli argomenti trattati nella riunione congiunta del 14
aprile informava che il vicecapo del SISDE, Russomanno, rifer di un'analisi eseguita mediante il computer da un professore di glottologia secondo il quale le lettere di Moro risultavano scritte con consapevolezza. Il generale Dalla Chiesa prospett la possibilit di collegamenti tra estremisti e mafia, e aggiunse che secondo sue informazioni alla stesura dell'opuscolo Risoluzione della direzione strategica avrebbero dato un importante contributo anche dei professori universitari appartenenti alle BR. Nonostante l'analisi di un esperto suggerisse di considerare le lettere di Moro scritte con consapevolezza, il ministro dell'Interno accett gli indirizzi e le teorie dell'americano Pieczenik e del criminologo Ferracuti, secondo i quali Moro sarebbe stato stoccolmizzato, cio aveva subito un
lavaggio del cervello e era vittima della sindrome di Stoccolma.


Il Comitato informazione.

Al Viminale venne costituito anche il nevralgico Gruppo o Comitato I (Informazione) formato dai responsabili del CESIS, del SISDE, del SISMI, dei Servizi d'informazione forza armata (SIOS), del Servizio informazioni della guardia di finanza, e dell'UCIGOS: quasi tutti i suoi componenti risulteranno affiliati alla P2.
Il compito del Comitato I era di raccogliere e coordinare le informazioni utili per individuare i rapitori di Moro e scoprire la prigione dove lo statista era rinchiuso, ma dell'attivit di questo Gruppo negli archivi del Viminale non verr trovato alcun documento. Eppure l'on.
Mazzola, sottosegretario al ministero della Difesa che svolgeva la funzione di raccordo con il Gruppo operativo, ricorder verbali e documenti: riferir di informazioni raccolte e di riunioni particolari, come quella in cui il generale Dalla Chiesa illustr una informativa
sulla attivit passata delle BR e sono state riferite informazioni su segnalazioni ricevute.  evidente che il
tasso informativo e di esperienza del generale Dalla Chiesa sulle BR era pi alto di qualunque componente dei Gruppi informativo e operativo, e di qualsiasi esperto del ministro, e tuttavia il generale veniva chiamato a poche riunioni del Comitato I.
Il patrimonio di informazioni sulle BR, sparso tra i vari organi investigativi, nelle stesse carte processuali e nelle soffiate dei confidenti e infiltrati, era certamente assai pi ricco di quanto risultasse al Gruppo informativo. Valga a esempio la telefonata arrivata proprio in quei giorni al Viminale (il 28 marzo) con i nomi di cinque brigatisti, segnalazione che venne lungamente trascurata bench provenisse da una fonte confidenziale gi sperimentata la quale in precedenza aveva permesso di sgominare l'organizzazione terroristica dei NAP;
quando quella informazione verr utilizzata, permetter di scoprire la tipografia brigatista frequentata da Moretti e di arrestare un gruppo di brigatisti - ma questo accadr pochi giorni dopo l'uccisione di Moro. Il Gruppo informativo trascur o utilizz male molte informazioni, non affront nemmeno il compito essenziale della raccolta e utilizzazione di tutte le informazioni sulle BR gi in possesso degli apparati dello Stato (lo far poi il generale Dalla Chiesa, ma solo dopo la morte di Moro).
Le informazioni raccolte dal SISMI guidato dal generale Santovito
(con i suoi oltre 3 mila ufficiali e agenti segreti) e dal SISDE guidato dal generale Grassini (in via di organizzazione), e riversate agli organi operativi, si rivelarono inconcludenti: non si conosce una sola informazione da loro trasmessa in tempo utile, che fosse stata valida per la liberazione di Moro o per individuare un solo brigatista, mentre ce ne furono molte che dirottarono l'azione delle forze di polizia in direzioni sbagliate.
Il 25 marzo il SISMI inform che Moro sarebbe stato imbarcato nei pressi di Civitavecchia e trasferito nella villa di un ricco greco sita in una piccola isola: la informazione era pervenuta dall'ambasciata italiana ad Atene; successive note del Servizio precisarono che la vicenda non aveva avuto alcun seguito.
La legge di riforma dei servizi di sicurezza del novembre 1977
aveva istituito il CESIS quale organismo del presidente del Consiglio per il coordinamento dei servizi segreti, e ne aveva affidato la direzione al prefetto Gaetano Napoletano; ma i direttori del SISMI e del SISDE, generali Santovito e Grassini, non avevano accettato di buon grado tale decisione, e ostacolavano l'opera di coordinamento di Napoletano bench il prefetto agisse per conto del presidente del Consiglio quale responsabile dell'alta direzione e del coordinamento della politica informativa e della sicurezza. Cos la pronta attuazione del coordinamento tra SISMI e SISDE si rivel subito difficoltosa, e il
prefetto Napoletano non partecip alle riunioni del Gruppo informativo n di quello operativo. Napoletano era invece presente alle riunioni del Comitato interministeriale della sicurezza presieduto da Andreotti e del quale faceva parte da direttore del CESIS, come ne facevano parte i direttori del SISMI e del SISDE. Nel pieno del sequestro Moro il governo, all'improvviso, riconferm Napoletano prefetto di Roma, e a capo del CESIS venne nominato il prefetto Walter Pelosi, affiliato alla P2. Una decisione incomprensibile: il prefetto Napoletano era il solo funzionario al vertice dei Servizi non affiliato alla Loggia segreta, e fra i tanti prefetti a disposizione il presidente del Consiglio Andreotti e il ministro dell'Interno Cossiga scelsero proprio il piduista Pelosi.


Il Comitato degli esperti.

Lo stesso 16 marzo 1978 il ministro dell'interno decise di istituire al Viminale un Gruppo ristretto per la gestione della crisi formato da tecnici e esperti (infatti verr chiamato Comitato esperti).
Ma l'attivit degli esperti rester in gran parte ignota: alla Commissione parlamentare Moro verranno inviati solo appunti sparsi redatti da Franco Ferracuti (psichiatra), Stefano Silvestri (studioso di strategia militare), Giulia Conte Micheli (psicografologa), Steve Pieczenik (consigliere americano e psichiatra). Ancora nel 1992, quando la Commissione parlamentare stragi chieder di acquisire l'intera documentazione della gestione del caso Moro, il ministro dell'Interno Scotti preciser che agli atti di questo Gabinetto non risulta documentazione riguardante i cosiddetti Comitati di crisi
istituiti durante il sequestro dell'on. Moro, n documentazione dalla quale possano evincersi i nominativi concernenti gli effettivi partecipanti alle riunioni dei citati Comitati(21). Il prof. Silvestri riferir alla Commissione stragi di avere mandato, oltre al primo documento
(agli atti della Commissione Moro), altri due appunti - scomparsi -
di cui l'ultimo era dedicato agli insegnamenti da trarre dalla vicenda
e parlava della necessit di appurare con una sorta di inchiesta come si era proceduto all'interno della amministrazione.
La gestione cossighiana della crisi durante il sequestro Moro avvenne in maniera del tutto anomala, rispetto alle consuete
strutture e procedure della pubblica amministrazione dell'Interno: infatti, comitati di gestione misti, formati con persone esterne all'amministrazione, al Viminale non ce n'erano mai stati prima, n ve ne saranno dopo il caso Moro. Una critica a Cossiga in questo senso la rivolse lo stesso Moro dal carcere brigatista: Nella sua azione, Cossiga ha il limite di avere collaboratori esterni al ministero, amici personali, uomini d'ingegno. Ci lo lega poco, anzi pochissimo, con la burocrazia ministeriale. Questo legame  invece la tradizione italiana e la bandiera del ministero dell'Interno. Gli esperti chiamati da Cossiga a collaborare al Viminale erano stati selezionati in modo del tutto arbitrario, secondo l'esclusiva volont del ministro (e del suo entourage); essi lavoravano nella pi totale segretezza, e i loro nomi rimarranno nascosti per anni. Non ci furono decreti di nomina, solo chiamate e partecipazioni informali, cooptazioni fatte dal ministro senza render conto a nessuno. Il solo dato certo  che le riunioni dei vari Comitati di crisi istituiti dal ministro Cossiga pullulavano di
fratelli che avevano giurato fedelt alla P2 di Licio Gelli. Fra costoro c'era lo psichiatra Franco Ferracuti, collaboratore dei servizi segreti americani, definito dal ministro il pi eminente criminologo italiano allora esistente: forse, i molti altri accademici di altre scuole per Cossiga avevano l'handicap di non essere affiliati alla P2 n collaboratori della CIA e dell'FBI; n di essere in contatto col capo stazione CIA a Roma, Hugh Montgomery, amico personale del ministro(22).
Per me era un dovere documentarmi, dir Cossiga, cos mi rivolsi all'unica persona della quale mi fidavo, il professor Vincenzo Cappelletti il quale, essendo direttore generale dell'istituto Enciclopedia Italiana, aveva sottomano la mappa della scienza italiana e
salvo la scelta da me fatta del Silvestri... gli altri nomi... con il mio consenso mi furono dati dal professor Vincenzo Cappelletti.
Legato al ministro dell'interno da un rapporto stretto di amicizia e affetto, presidente italiano dell'associazione del reverendo Moon legato a doppio filo alla CIA(23), Cappelletti confermer alla Commissione parlamentare stragi di avere indicato lui al ministro Cossiga i nomi di altri accademici, primo fra tutti quello di Ferracuti, poi di Augusto Ermentini (psichiatra, esperto di antropologia criminale), di Ignazio Baldelli (linguista), di Mario D'Addio (presidente della
facolt di Scienze politiche dell'universit di Roma), dei quali non verr mai appurato il contributo n l'operato(24). Costoro formarono un gruppo pi ristretto, che si riuniva alla presenza del capo di gabinetto del ministro Cossiga, Arnaldo Squillante. Di riunioni ne avremo fatte certamente dieci-dodici, forse anche di pi, riferir Cappelletti, e alla domanda se c'era qualcuno che verbalizzava Cappelletti risponder: Non lo ricordo... Era sempre presente il capo di Gabinetto che fungeva da [segretario]. Poich  notoria la correttezza e la scrupolosit di Arnaldo Squillante,  da presumere che i verbali di quelle riunioni, regolarmente redatti, siano poi stati fatti sparire insieme a tanti altri documenti, come, per esempio, tutta la documentazione della Sala situazione, istituita dal ministro dell'Interno e posta sotto la direzione del prefetto Ferdinando Guccione
(affiliato alla P2). Dir Cossiga: Il prefetto Guccione era addetto alla sala operativa, alla pura raccolta per mio conto in una cartella delle informazioni che provenivano; ma anche quella cartella risulter scomparsa.
Dall'archivio del Viminale verranno fatti sparire gli appunti degli incontri fra Cossiga e gli esperti del Comitato di crisi, fra il ministro e i responsabili dei servizi segreti e delle forze di polizia. Franco Ferracuti, per esempio, riferir alla magistratura romana, il 20 giugno
1988, di avere partecipato al Viminale a 21 incontri, dei quali tre riunioni collegiali: di nessuno di essi  stata trovata traccia nell'archivio del ministero. Dai documenti presenti negli archivi  impossibile comprendere quale attivit svolse il ministro Cossiga durante la gestione della crisi e nell'esercizio delle sue funzioni di alta direzione e coordinamento delle forze di polizia. Le carte sul caso Moro presenti al Viminale presso il gabinetto del ministro sono assai poche: i documenti pi importanti sono stati nascosti o distrutti. La Commissione parlamentare stragi concluder infatti che sul mancato rinvenimento degli atti relativi al caso Moro negli archivi del Viminale possono formularsi alcune ipotesi: la soppressione dei documenti stessi, la loro sottrazione da parte di ignoti ovvero il loro trasferimento dalla sede propria(25).
Dell'attivit svolta da Cappelletti e dal suo gruppo di
esperti, la Commissione stragi riuscir a conoscere poco: il fatto di avere suggerito al ministro Cossiga di mettere sotto controllo i telefoni di una decina di facolt universitarie di Sociologia dopo l'analisi del Comunicato n 1 delle BR, e la convinzione che Moro fosse soggetto alla
sindrome di Stoccolma, cio che non fosse nel pieno possesso delle sue facolt mentali - un responso, quest'ultimo, che aveva influito non poco sulle decisioni operative. Cappelletti dichiarer di avere ricevuto una profonda delusione morale dalle lettere di Moro
perch Moro doveva accettare di morire, anche se ovviamente aveva tante ragioni dalla sua parte in quanto era stato rapito; tuttavia, a mio avviso, egli avrebbe dovuto accettare di morire. Se erano veri i valori in cui Moro credeva, egli avrebbe dovuto accettare di morire. Tanta gente lo ha fatto, non sarebbe stato certamente lui il primo.
Durante il sequestro Moro il ministro Cossiga intrattenne rapporti anche con un altro americano, un kissingeriano esperto di terrorismo, Michael Ledeen, il quale gli prospett l'idea di uno studio sul terrorismo.
Il ministro Cossiga si dichiar convinto della bont dell'idea, lasciando intendere che la ricerca sarebbe stata opportunamente compensata, a ristoro delle spese sostenute(26).
Perch tanta insistenza, da parte del ministro Cossiga, per avere al Viminale esperti dei servizi segreti americani, e perch, dopo, tanta tenacia nel mantenere occulto il ruolo e il contributo di quelle presenze? Una domanda inquietante, nel momento in cui la politica morotea di collaborazione con gli
eurocomunisti italiani affermava una forma di autonomia e indipendenza dagli USA invisa e contrastata dalla Casa Bianca (e anche dal Cremlino); e ancora pi inquietante se si considera che mai i servizi segreti americani avevano fattivamente contribuito alla lotta contro il terrorismo in Italia. Il ministro Cossiga sapeva bene che vi  sempre stata ingerenza americana nei Servizi(27), e che le ingerenze USA erano all'origine delle cosiddette deviazioni da parte dei Servizi paralleli che avevano come compito istituzionale quello di strumentalizzare il terrorismo al fine di combattere il PCI e le forze di sinistra, e di sostenere il
partito americano nemico della politica morotea.
Nello staff degli esperti nominati dal ministro Cossiga, il piduista Ferracuti si distingueva per il fatto che i suoi contributi erano sempre sintonizzati con gli orientamenti di Pieczenik. Quando ad esempio l'esperto americano sostenne l'opportunit di dimostrare che Moro non  indispensabile all'attivit del governo e che occorreva sminuire l'importanza di Moro, Ferracuti si impegn a dimostrare che Moro non era pi padrone di s ma era preda della sindrome di Stoccolma, mentre il ministro Cossiga affermava che le lettere di Moro
non sono moralmente a lui ascrivibili. Fin dalla prima lettera di Moro a Cossiga, i consiglieri del ministro considerarono Moro fuori di s e vittima della sindrome di Stoccolma; lo testimonier Corrado Guerzoni, presente a una riunione svoltasi al Viminale: Io ho assistito alla famosa riunione tenutasi al Viminale all'indomani del ricevimento della lettera inviata dal presidente Moro a Cossiga; ebbene, quella fu una riunione degli spiriti. L'on. Moro infatti era gi dato per drogato, con la sindrome di Stoccolma, incapace di intendere e di volere... Si sosteneva gi che, se lo si fosse trovato, lo si sarebbe dovuto ricoverare in una clinica per un certo periodo di tempo. E il
29 marzo Andreotti annot nel suo diario: Quale che sia il responso dei periti, la condizione di Moro  tale da togliere validit morale agli scritti(28).
Molti anni dopo, il 28 novembre 1993, Cossiga dir alla televisione tedesca: Gli esperti psichiatri mi avevano dichiarato che Moro si trovava in uno stato di depressione. Questo mi aveva incoraggiato nel preferire tutte le interpretazioni che erano favorevoli alla mia posizione di fermezza, e cos sotto l'influenza degli psicologi nacque la
valutazione che le lettere di Moro fossero moralmente non autentiche.
Oggi questo non lo scriverei pi(29).
Quando l'esperto americano Pieczenik afferm la necessit di sottoporre Moro a un lungo trattamento psicoterapeutico nel caso fosse stato liberato, Ferracuti e Cossiga si dissero convinti che, come tutti i sequestrati politici, l'onorevole Moro non avrebbe riacquistato il proprio equilibrio morale se non con un trattamento psicoterapeutico, e il Viminale cossighiano predispose negli ultimi giorni di aprile il piano Victor (V come vivo), piano che prevedeva, in caso di liberazione di Moro, un suo immediato internamento al policlinico Gemelli per essere sottoposto a un trattamento rieducativo.
Venne predisposto anche il piano Mike (M come morto), da applicarsi nel caso della morte di Moro(30).
I piani Victor e Mike vennero trasmessi alle autorit competenti il 5 maggio 1978, lo stesso giorno in cui le BR diffusero il loro Comunicato n 9 annunciando: Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro  stato condannato; una coincidenza assai singolare, dato che Moro era prigioniero da 51 giorni e mai prima di allora Cossiga e i suoi esperti
avevano predisposto piani per lo scenario conclusivo - Moro verr ucciso quattro giorni dopo.
Intervistato in merito ai verbali e ai documenti scomparsi dagli archivi del Viminale, Franco Ferracuti dichiarer:  una storia incredibile.
Io sono partito per l'estero due giorni prima che fosse ritrovato il corpo di Moro. Ho parlato con Cossiga e ho spiegato che le carte sul
caso erano un pezzo della storia d'Italia e che ci si doveva preoccupare di salvarle tutte. Lui mi aveva risposto di esserne consapevole e che se ne sarebbe occupato. Certo per quello che dico non ho prove, ma quando sono tornato ho chiesto ad alcuni amici del Viminale dove erano finiti tutti quei materiali. Mi hanno risposto che era sparito tutto.
Forse Cossiga... per motivi storici, qualcosa del genere(31).
Il 18 maggio 1978 - nove giorni dopo l'uccisione di Moro -
Ferracuti prese parte a un briefing segreto a Washington. Solo molti anni dopo, nel 1993, verr pubblicato un resoconto del discorso tenuto dall'esperto criminologo piduista ai rappresentanti dell'FBI, del servizio segreto e delle forze di polizia americane; Ferracuti in quell'occasione dichiar: Aldo Moro era politicamente morto fin dal giorno della sua prima lettera dalla prigionia [quella a Cossiga contenente la proposta di uno scambio di prigionieri, ndr], E dal punto di vista del governo  stato meglio che l'incidente di Moro sia finito come  finito. Aldo Moro, nel periodo del suo rapimento, si schier dalla parte dei suoi rapitori fino al punto che la sua sopravvivenza avrebbe costituito un grave problema per il governo(32).
L'idea che la sopravvivenza di Moro potesse essere nociva non fu del solo Ferracuti, ma si propag all'interno dei Comitati del Viminale nei giorni successivi allo scritto di Moro su Taviani, proprio quando si verificarono una serie di coincidenze: la disattivazione delle organizzazioni criminali attivate precedentemente per la liberazione di Moro; il rientro di Pieczenik a Washington, il 16 aprile, cio lo stesso giorno in cui le BR diffusero il loro comunicato di condanna a morte del prigioniero e contenente l'annuncio che i brigatisti non avrebbero reso pubblici gli interrogatori di Moro; la scoperta, due giorni dopo, del covo BR di via Gradoli e il falso comunicato del Lago della Duchessa, che a Moro apparve come la prova generale della sua morte.
Uno scenario con un groviglio di enigmi inestricabile per l'ambigua segretezza con cui operavano le parti in causa: terroristi e ministero dell'Interno.


La ragnatela piduista al Viminale.

L'elenco degli iscritti alla Loggia massonica P2 impiegati dal ministro dell'Interno Cossiga, in qualit di consiglieri o collaboratori, nei Comitati costituiti al Viminale per dirigere le operazioni seguite alla strage di via Fani,  impressionante: generale Giuseppe Santovito, direttore del servizio segreto militare (SISMI)(33); generale e prefetto
Giulio Grassini(34), direttore del servizio segreto civile (SISDE); prefetto Walter Pelosi(35), nominato direttore del Comitato di coordinamento dei servizi di sicurezza (CESIS) nell'ultima fase del sequestro;
generale Raffaele Giudice, comandante generale della guardia di finanza;
generale Donato Loprete, capo di stato maggiore della guardia di finanza; ammiraglio Giovanni Torrisi, capo di stato maggiore della marina militare; ammiraglio Marcello Celio, vicecapo di stato maggiore della marina; contrammiraglio Antonio Geraci, dello stato maggiore della marina, gi capo del SIOS (Servizio informazioni operazioni speciali) della Marina; prefetto Ferdinando Guccione, direttore della Sala situazione globale del Viminale, istituita dal ministro Cossiga; Franco Ferracuti, docente di medicina criminologica e psichiatria dell'universit di Roma, collaboratore della CIA, consigliere speciale del ministro; colonnello dei carabinieri Giuseppe Siracusano, responsabile dell'organizzazione dei posti di blocco a Roma; tenente colonnello Antonio Cornacchia, comandante del Reparto operativo dei carabinieri di Roma, responsabile delle indagini di polizia giudiziaria sul conto dei brigatisti.
A tutti costoro si aggiungeva l'ispettore generale di pubblica sicurezza Federico Umberto D'Amato, gi capo del disciolto Ufficio affari riservati, direttore delle polizie speciali (stradale, di frontiera, ferroviaria e postale). La carriera di D'Amato era cominciata durante la guerra come collaboratore del servizio segreto americano OSS, diretto da James Angleton; era stato dirigente della Squadra politica della Questura di Roma, collaboratore del Centro informazioni della Pro Deo, responsabile della segreteria speciale NATO presso il ministero dell'interno; dal 1968 al 1974 D'Amato aveva fatto parte del Comitato dei servizi segreti europei (il Club di Berna), istituito nell'ambito NATO su sua proposta, che prima
aveva infiltrato e contrastato la contestazione giovanile, poi aveva coordinato la lotta al terrorismo. Dopo lo scioglimento dell'Ufficio affari riservati, D'Amato aveva continuato a svolgere delicatissimi compiti informativi(36).
In una sua lettera al ministro dell'Interno Rognoni, datata 23 luglio
1981, tesa a spiegare i suoi rapporti con Gelli e la Loggia segreta
(lettera consegnata anche alla magistratura e alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla P2), D'Amato affermer che tra il 1974 e il 1981 non c' stato argomento di rilevanza di cui non sia stato chiamato a occuparmi: dalle origini, la natura, i collegamenti internazionali del terrorismo, al caso Moro; dalla strutturazione, competenze, funzionamento di nuovi servizi segreti, al mantenimento e sviluppo di rapporti con i servizi paralleli e alleati. Ho riferito ai miei superiori diretti, capo della polizia e ministro dell'Interno, verbalmente e per iscritto (e a questo proposito esiste cospicua documentazione)(37). Ma nelle copie della missiva al ministro Rognoni consegnate alla magistratura (il 28 ottobre 1981) e alla Commissione parlamentare d'inchiesta, D'Amato ha omesso la parte conclusiva nella quale, in particolare, riferiva di avere informato (fornendo indicazioni sulla Loggia e indirizzi di loro interesse) la stazione italiana della CIA americana fin dal 1977, lo Sdece francese e il Servizio belga - un perfetto esempio di doppia lealt.
Nel gennaio del 1978 il governo aveva proceduto alle nomine dei capi dei servizi segreti dopo il varo della riforma (SISMI e SISDE, coordinati dal CESIS): erano stati il presidente del Consiglio Andreotti e il ministro dell'Interno Cossiga ad avere l'ultima parola nella scelta tra i vari candidati. A capo del SISMI (Servizio per le informazioni e la sicurezza militare), Andreotti e Cossiga avevano posto il generale piduista Giuseppe Santovito, e a capo del SISDE (Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica) era stato insediato -
per volere del ministro Cossiga - il generale piduista Giulio Grassini.
Lo stesso generale Santovito dichiarer alla Commissione di inchiesta P2 di avere espresso esclusivamente al ministro Cossiga il proprio
gradimento per la nomina a direttore del SISMI. Se era naturale che il servizio segreto militare, dipendente dal ministro della Difesa, fosse diretto da un generale, era altrettanto naturale che alla direzione del SISDE, dipendente dal ministro dell'Interno, fosse posto un civile;
ma il ministro Cossiga aveva singolarmente ritenuto di affidare il delicato incarico al generale dei carabinieri Giulio Grassini, nominandolo prefetto e anteponendolo all'ispettore generale di pubblica sicurezza Emilio Santillo (il quale era, per unanime opinione, nonch per esperienza e prestigio, il naturale candidato al vertice del SISDE): il fatto  che Santillo aveva al suo attivo, oltre a buoni risultati nella lotta al terrorismo, ben tre diversi rapporti con i quali aveva informato l'autorit giudiziaria dell'attivit eversiva di Licio Gelli e della sua Loggia segreta.
Gli uomini della P2 posti al comando dei servizi segreti (Grassini, Santovito, Pelosi) si univano cos al generale piduista Raffaele Giudice, dal 1974 comandante generale della guardia di finanza, nominato dall'allora ministro della Difesa Andreotti su sollecitazione del capo della Loggia segreta.
Il funzionario di polizia assegnato al SISDE Elio Cioppa riferir alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla P2 (audizione del 18
novembre 1982) che Licio Gelli era una fonte confidenziale del SISDE, e che il generale Grassini consegn allo stesso Cioppa un appunto relativo al caso Moro, appunto proveniente da Gelli e relativo a una riunione alla quale il capo piduista aveva partecipato: nell'appunto, fra l'altro, si trattavano le ragioni per cui Moro era stato sequestrato.
Il magistrato Elisabetta Cesqui, titolare del procedimento giudiziario sulla Loggia P2, rilever che nell'attivit del SISDE vi  la prova che Grassini era in contatto frequente con lo stesso Gelli (vedi controllo sulle utenze telefoniche chiamate), che riceveva da questi veri e propri ordini, che poi girava ai suoi subalterni(38).
Con l'aumentare del potere della P2 sui servizi segreti, si era indebolita l'attivit antiterrorismo. Infatti la Commissione parlamentare Moro riterr implausibili le vaghe ragioni addotte per motivare l'inopinato scioglimento, nel pieno dell'azione eversiva delle BR, del Servizio di sicurezza antiterrorismo diretto da Emilio Santillo, sostituito dall'UCIGOS.
In un documento del settembre 1976 le BR avevano denunciato la ristrutturazione in corso nell'apparato militare in funzione
antiguerriglia di cui l'ultima mossa (e non certo l'unica!)  la costituzione della superpolizia, l'SDS, esplicitando la direttiva-proponimento di
battere e disarticolare i centri motori della repressione controrivoluzionaria;
ma per disarticolare l'SDS, le BR non avevano dovuto prodigare alcun impegno, poich un decreto del ministro Cossiga ne aveva dichiarata la fine il 31 gennaio 1978, cio un mese e mezzo prima della strage di via Fani.
Il commissario capo Ennio Di Francesco, che aveva fatto parte dell'ispettorato antiterrorismo, aveva denunciato con preoccupato sgomento la decisione del ministro Cossiga: La nuova strutturazione di tale ufficio, il modo in cui ci  avvenuto, ha determinato, mi risulta, un notevole affievolimento operativo, una dispersione di personale altamente qualificato, nonch un malessere diffuso tra coloro che per anni erano stati sulla breccia, a prezzo di gravi rischi e sacrifici, contro il terrorismo. La cosa appare tanto pi grave se pensiamo che questo personale, in gran parte non riassorbito n dal nuovo ufficio centrale n dai singoli uffici politici, era l'unico veramente specializzato nel settore ove, bench esiguo di numero, aveva ottenuto notevoli risultati infliggendo duri colpi alle cellule neofasciste, alle BR e ai NAP. Un patrimonio di esperienze difficilmente ricostruibile in tempi brevi. L'ispettore generale dottor Santillo, organizzatore guida dell'ispettorato antiterrorismo fin dalla sua costituzione, e tanti altri dirigenti, sono stati assegnati ad altri incarichi che nulla hanno a che fare con la specifica lotta alle organizzazioni eversive(39).
Mentre Santillo mandava alla magistratura informazioni relative all'attivit occulta di Gelli e della sua Loggia segreta, i piduisti del servizio segreto militare avevano operato alacremente per coprire le torbide attivit della Loggia e dei suoi affiliati. Essendo quella della P2 una attivit occulta, sar pressoch impossibile stabilire quanto essa potesse avere influito sulla decisione del ministro Cossiga di sciogliere il Servizio di sicurezza antiterrorismo, ma che vi avesse influito  assai probabile.
Tutti gli affiliati alla P2 che durante il sequestro Moro erano annidati al Viminale e ai vertici dei servizi segreti, all'interno della Loggia segreta erano inquadrati nel Gruppo centrale. Il Gruppo centrale era una specie di supergruppo, alle dirette dipendenze del venerabile Gelli, nel quale erano inquadrati i capi dei servizi segreti e delle forze armate, banchieri e trafficanti d'armi, ministri e parlamentari, alti funzionari statali e operatori dell'informazione, i capi dei 17
gruppi in cui era articolata la P2, e nel quale era collocato lo stato maggiore della Loggia segreta. Era a tale stato maggiore che la P2
affidava le operazioni pi ambiziose e scabrose.
I lavori delle Commissioni parlamentari d'inchiesta hanno potuto accertare che la Loggia massonica P2 era un centro di oltranzismo atlantico. Ne dar testimonianza diretta alla Commissione stragi il generale Gianadelio Maletti (anche lui iscritto alla P2), gi capo dell'ufficio D del SID. Nel 1993, Cossiga dir che la P2  stata la risposta in termini sbagliati e occulti ai timori dei circoli atlantici che l'alleanza DC-PCI [voluta da Moro, ndr] allontanasse l'Italia dalla NATO. La P2  d'importazione americana. Non c' dubbio che Gelli non fosse il vero capo della Loggia. Vi pare che generali arrivati ai massimi vertici potessero rispondere a uno come Gelli? Il capo era un referente che metteva nei posti-chiave i generali filo-americani(40).
Una tesi ribadita anche davanti alla Commissione parlamentare stragi, quando Cossiga preciser che a considerare pericoloso l'avvicinamento tra DC e PCI erano alcuni circoli americani. E nel 1997 lo stesso Cossiga dir alla Commissione stragi: Non v' dubbio che il nostro servizio militare era fortemente contiguo alla CIA - un servizio segreto il cui direttore e i capi degli uffici pi importanti erano tutti affiliati alla P2.
La consorteria piduista verr scoperta dalla magistratura milanese nella primavera del 1981. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini la definir una associazione a delinquere, e il Parlamento varer una apposita legge decretandone lo scioglimento: la P2 era una associazione segreta e in quanto tale vietata dalla Costituzione repubblicana. Quel che  certo  che la ragnatela piduista oper al Viminale prima, durante e dopo la strage di via Fani; ed  un fatto che i servizi di informazione e importanti uffici, prima, durante e dopo la strage di via Fani, erano diretti da personaggi che avevano segretamente giurato fedelt alla Loggia occulta di Gelli. La P2 aveva un programma politico anticomunista - il Piano di rinascita - antitetico alla politica perseguita da Aldo Moro, ed  un fatto che l'eliminazione del leader DC faciliter molto la concreta attuazione del Piano piduista.

Note.
1. CS, XI legislatura, resoconti stenografici delle sedute, pag. 336. Cossiga aggiunger:
In questo caso debbo essere molto sommario perch il ministero dell'Interno oggi mi ha comunicato che questa informativa  ancora coperta da segreto NATO... Essendoci rivolti alla NATO per sapere se il sequestro Moro costituiva un rischio per la sicurezza dell'Alleanza atlantica, ci fu risposto (non posso entrare nei particolari) che, non ricoprendo pi alcun ufficio che fosse parte nel processo decisionale politico-strategico e non essendo egli verosimilmente al corrente (salvo che per quanto riguardava la struttura Stay-behind ["GLADIO", ndr], da lui poi descritta in maniera perfetta nei memoriali, in modo per molto abile e dissimulato), il suo sequestro non poneva a repentaglio la sicurezza della NATO (ibidem, pagg. 336-37).
2. Negli archivi del Viminale non risulta vi siano atti comprovanti le richieste di Cossiga agli USA e le risposte americane, n documenti del genere sono mai pervenuti alle Commissioni parlamentari d'inchiesta Moro e stragi.
3. CM, vol. 122, pagg. 529-30.
4. Ibidem, pag. 521.
5. Le parole di Cossiga faranno scalpore: i dirigenti democristiani dichiareranno di esserne stati tenuti all'oscuro, e la famiglia Moro parler di disegno ripugnante.
6. Intervista di Pieczenik all'Italy Daily, 16 marzo 2001.
7. Cfr. S. Flamigni, Convergenze parallele, cit., pagg. 64-67.
8. CM, volume 122, pagg. 522-23. Queste chiaroveggenze dell'esperto americano ebbero il solo effetto di provocare assurdi sospetti e diffidenze verso gli stessi figli di Moro, contribuendo a determinare un rapporto conflittuale, anzich collaborativo, con i familiari del leader DC.
9. Marcello D'Angelo, E Steve si imbatt nella gente della P2, Il Giorno, 10 dicembre
1993.
10. Robert Katz, I giorni del complotto, Panorama, 13 agosto 1994. Nel 1998
Pieczenik si era detto disponibile a essere interrogato dalla Commissione parlamentare stragi, ma poco dopo ha disdetto l'impegno.
11. Il ministro dell'interno intendeva forse smentire quanto scritto nell'articolo di Andrea Santini pubblicato da Paese Sera e intitolato I tedeschi ci hanno avvertito.
12. Dal verbale della riunione del CIS (Comitato interministeriale per la sicurezza) inviato alla CM il 15 maggio 1981.
13. CM, vol. 135, pag. 737. Sintesi dell'attivit dalla Guardia di finanza in relazione al sequestro e all'uccisione dell'on. Moro.
14. Dagli atti del processo Moro risulter che, sempre il 21 marzo, notizie confidenziali attendibili avevano dato origine a un'immediata operazione di rastrellamento, da parte dei Carabinieri, nelle frazioni di Furbara e Sasso del comune di Cerveteri
(Roma); all'operazione presero parte i reparti speciali del Battaglione meccanizzato, del Battaglione paracadutisti, e reparti di Pubblica sicurezza (cfr. CM, vol. 37, pag.
810).
15. Avvenire, 11 giugno 1991.
16. CS, X legislatura, Archivio caso Moro, fascicolo 39 e documento XXIII, n 49, pagg. 29-31. La citata documentazione (presente solo negli archivi del ministero della Difesa, e inspiegabilmente mancante presso il ministero dell'Interno, promotore dell'operazione)
rimarr segreta fino al 18 novembre 1991, allorch verr declassificata e trasmessa dal ministro della Difesa Virginio Rognoni alla Commissione stragi.
17. CS, Resoconto stenografico della seduta del 28 gennaio 1992, incontro del Gruppo di lavoro sul caso Moro (composto dal senatore Macis, presidente, dal senatore Granelli, dal deputato Cicciomessere e dal consulente della Commissione stragi e magistrato Gherardo Colombo) con il ministro dell'Interno Scotti e il capo della polizia prefetto Parisi, pag. 31.
18. Interrogatorio di Decimo Garau del giudice Carlo Mastelloni, 28 giugno 1991.
19. CM, vol. 27, pagg. 334-35.
20. CM, vol. 1, pag. 43. Alla Commissione parlamentare non sono stati trasmessi nemmeno i verbali delle riunioni del Comitato interministeriale per la sicurezza che, per delega del Consiglio dei ministri, aveva avuto l'incarico della direzione dell'emergenza Moro. La Commissione ha potuto disporre soltanto del verbale della riunione del
17 marzo 1978, mentre per quanto riguarda le successive riunioni del 19 marzo, 29
marzo, 31 marzo, 24 aprile e 5 maggio 1978 la Commissione ha ricevuto soltanto delle brevi note delle agenzie di stampa. I verbali di quelle riunioni non verranno mai resi noti.
21. Lettera del ministro dell'interno Scotti alla Commissione parlamentare stragi datata
23 gennaio 1992.
22. Cfr. Claudio Gatti, Se non torna  meglio, L'Europeo, 25 ottobre 1993.
23. Cfr. S. Bonfigli e J. Sce, OP cit., pagg. 107-13.
24. A eccezione del professor Baldelli: secondo quanto registrato in archivio, dovrebbe aver effettuato l'esame linguistico dei comunicati delle BR; un lavoro comunque mai fatto pervenire alla Commissione parlamentare Moro, n mai reso pubblico.
25. CS, Relazione sulla inchiesta condotta sugli ultimi sviluppi del caso Moro, presentata al Parlamento il 22 aprile 1992, pag. 35.
26. Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Rosario Priore del 31 agosto 1999, pag.
4.872. Negli archivi della presidenza del Consiglio verr trovato un carteggio concernente Mike Ledeen e relativo alla richiesta di pagamento di onorario per 30 mila dollari da lui avanzata al governo italiano, richiesta su carta intestata The Center for Strategie and International Studies. Il ministro dell'Interno Rognoni non ritenne di dare seguito all'impegno di Cossiga, anche per la perplessit derivata dal fatto che Ledeen era persona vicina agli ambienti repubblicani di Kissinger, i quali si contrapponevano alla Amministrazione USA presieduta dal democratico Jimmy Carter.
Ecco alcuni brani di un'intervista a Ledeen. Domanda: Negli anni Settanta lei si  occupato molto dei fatti italiani. Pu spiegare i motivi del suo interesse?. Risposta:
In quegli anni l'Italia costituiva un problema per via della situazione, politica, per la forza del PCI e anche per l'emergenza del terrorismo. Seguivamo i fatti italiani.
Domanda: Per conto di chi ha svolto questa attivit?. Risposta: Dal 1977 all'81
quando andai al Dipartimento di Stato, lavoravo per il Centro di studi strategici.  un centro famoso a Washington, dove hanno lavorato e lavorano Kissinger, Brzezinski, Laquer, Luttwak, tutta gente che si  sempre occupata di problemi strategici del mondo occidentale. L'Italia  stata al centro delle preoccupazioni americane fino alla fine degli anni '70 (Alessandro Banfi e Rocco Tolfa, L'Italia vista da un suo secondino,
Il Sabato, marzo 1992).
27. Dichiarazione di Cossiga alla riunione del Comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti del febbraio 1993 (cfr. Giampaolo Tucci, Servizi segreti per combattere il PCI, l'Unit, 31 maggio 1993).
28. G. Andreotti, OP. cit., pag. 197.
29. CS, XI legislatura, Archivio caso Moro, fase. 8/1,
intervista trasmessa dalla Westdeutscher Rundfunk, traduzione curata dall'Ambasciata italiana in Germania.
30. Il 30 novembre 1993 Cossiga dichiarer al GRL RAI che i piani Victor e Mike
li elabor insieme a una commissione comprendente, oltre a magistrati della Procura di Roma, funzionari del ministero dell'Interno, lo psichiatra Franco Ferracuti, e il numero tre della Sezione antiterrorismo del dipartimento di Stato americano, presentato come professor Pieczenik.
31. Wladimiro Settimelli, Io, Cossiga e la CIA durante il caso Moro, l'Unit, 1
febbraio 1992. Intervista rilasciata da Ferracuti, malato, poco prima di morire.
32. Claudio Gatti, Se non torna  meglio, L'Europeo, 25 ottobre 1993.
33. Al SISMI, fra i principali collaboratori di Santovito c'erano altri affiliati alla P2: come il colonnello Pietro Musumeci (capo dell'Ufficio controllo e sicurezza, di cui faceva parte il colonnello Guglielmi presente nei pressi di via Fani al momento della
strage), il colonnello Domenico Scoppio (capo del SIOS, il Servizio informazioni dell'Esercito), il tenente colonnello Sergio Di Donato (addetto alla gestione dei fondi), il suo vice Mario Salacone, e altri ancora, una parte dei quali stipendiati dal Servizio come collaboratori esterni. Il colonnello Musumeci aveva come collaboratore il colonnello Giuseppe Belmonte, massone all'orecchio del gran maestro.
34. Al SISDE, il generale Grassini si era a sua volta circondato di altri affiliati alla P2: Elio Cioppa, il capitano dei carabinieri Corrado Terranova (dirigente del Centro SISDE di Firenze), Francesco Bernasconi (raccomandato dal generale Luigi De Santis, piduista e stretto collaboratore di Gelli).
35. Pelosi scelse come capo di gabinetto un altro piduista, il colonnello dei carabinieri Vincenzo Rizzuti.
36. Il giudice istruttore Carlo Mastelloni, che riuscir a sequestrare gli elenchi degli informatori dell'Ufficio affari riservati, osserver che un solido meccanismo di infiltrazioni era stato azionato per decenni da D'Amato e dai suoi funzionari, e che D'Amato ha creato due, se non tre, generazini di adepti che ha saputo condurre ai vertici sia delle strutture operative che di quelle informative del ministero dell'interno e dalle stesse, quasi automaticamente, veniva richiesto di fungere da consulente congniamente retribuito (sentenza del 10 dicembre 1998, pag. 2.040).
37. CP2, vol. 2, tomo 6, pag. 657. La cospicua documentazione non perverr mai alle Commissioni parlamentari Moro e stragi.
38. Procura della Repubblica di Roma, requisitoria del sostituto procuratore Elisabetta Cesqui, 31 gennaio 1991, pag. 334.
39. Lettera di Ennio Di Francesco all'on. Ugo La Malfa, presidente del PRI, aprile 1978.
40. "Il Giorno, 24 agosto 1993.
 
CAPITOLO V.
GLI INQUIRENTI E I VISIONARI.


Il Piano zero.

Confusione, strane presenze, impreparazione, depistaggi e omissioni furono le costanti delle ore successive alla strage del 16 marzo.
Dal Viminale il capo dell'UCIGOS Antonio Fariello diram un telex a tutti i prefetti e questori, alla polizia di frontiera, stradale, ferroviaria, di zona, ai comandi generali dei carabinieri e della guardia di finanza: Massima precedenza assoluta su tutte le precedenze. Questa mattina in Roma un commando di terroristi ha rapito l'onorevole Aldo Moro, presidente della DC; gli uomini della scorta sono stati uccisi. Disporre immediatamente il Piano zero. Posti di controllo su tutto il territorio nazionale, riserva ulteriori particolari.
Ricevuto il telex, le varie Questure cercarono il testo del Piano zero nelle casseforti di sicurezza; ma il piano non si trovava in nessun archivio, salvo in quello della Questura di Sassari. Antonio Fariello, infatti, era stato questore della citt sarda per circa un anno e mezzo (prima di essere chiamato dal ministro Cossiga, suo amico personale, a dirigere l'UCIGOS)(1), e a Sassari aveva appreso dell'esistenza del Piano zero; ritenendo che si trattasse di un programma nazionale, da capo dell'UCIGOS ne aveva disposto l'applicazione
nell'intero territorio nazionale; ma era un piano di mobilitazione relativo alle sole forze dell'ordine della provincia di Sassari in caso di rapina, omicidio, sequestro di persona.
Trascorse cos altro tempo prezioso, prima che il capo della polizia inviasse un secondo telegramma, alle 12,15 con precedenza assoluta:
Seguito precedenti segnalazioni relative al gravissimo attentato consumato stamane capitale, prego disporre effetto immediato ogni possibile accurata indagine, scopo individuare responsabili o complici. A chiarificazione quanto richiesto con indicazione Piano zero, le signorie loro vorranno disporre in particolare intesa altri organi di polizia, posti di blocco, vigilanza ogni obiettivo sensibile e controllo scrupoloso elementi sospetti appartenenti a organizzazioni terroristiche o eversive.
Il Viminale era privo di un qualunque piano di emergenza e di mobilitazione delle forze di polizia nel caso di un grave atto terroristico: la pianificazione per la tutela dell'ordine pubblico era rimasta quella degli anni Cinquanta, volta a fronteggiare disordini di piazza e scioperi. Il ministro dell'Interno non aveva provveduto ai necessari aggiornamenti, nonostante fossero anni che il terrorismo colpiva con stragi, sequestri, omicidi, attentati.
Intanto sul luogo della strage accorsero i capi dei servizi segreti, delle forze di polizia e i magistrati. Il generale Corsini dichiarer:
Devo dire che l [sul luogo della strage, ndr] ho trovato una grossa confusione, in parte creata da noi. Infatti eravamo tutti accorsi... c'era chi saliva e chi scendeva a sirene spiegate. Tutto questo accorrere non  stato in un certo senso positivo. Nel frattempo arrivavano le notizie le pi strane. Le segnalazioni pi varie.
Il grottesco esordio del Viminale con il Piano zero rappresentava un cattivo auspicio, e il risultato sar infatti zero per tutti i 55 giorni che seguiranno. Eppure lo Stato non era completamente impreparato, e lo dimostrava una serie di tracce che nonostante la confusione vennero subito individuate. Gi alle 17,15 del giorno della strage il tenente colonnello dei carabinieri Antonio Varisco chiese alla centrale operativa dei carabinieri di svolgere ricerche riservatissime su una Renault bordeaux, targata Roma T75812 (il 9 maggio il cadavere di Aldo Moro verr abbandonato nel bagagliaio di una Renault rossa rubata il 1 marzo a Filippo Bartoli, nei pressi del lungotevere
Mellini). Alle ore 19 il magistrato di turno al momento della strage, il sostituto procuratore Luciano Infelisi, autorizz due perquisizioni, la prima delle quali nell'abitazione di Maria Rosa Ioppolo vedova Faranda: la Polizia stava infatti cercando la nota brigatista Adriana Faranda nell'abitazione di sua madre. L'altra perquisizione avvenne a casa di Daniele Paldi, residente nei pressi di via Fani e intestatario
della R4 bordeaux targata T75812 segnalata dal colonnello
Varisco; secondo la Polizia, Paldi e la sua R4 erano in regola ( dunque presumibile che i brigatisti avessero costruito per la loro R4 rubata una falsa targa identica a quella dell'auto di Paldi)(2).
Nello stesso pomeriggio del 16 marzo il sostituto procuratore
Infelisi suscit la curiosit dei giornalisti dichiarando: Abbiamo una traccia importante, i terroristi hanno usato tra l'altro un'arma sovietica piuttosto rara; oltre a questa,  stata utilizzata una Nagant, l'arma cecoslovacca gi usata in altri attentati firmati dalle BR. Ma la Nagant non  un'arma cecoslovacca, e neppure una pistola automatica
(si tratta di un revolver che non espelle bossoli, se non con una manovra intenzionale per ricaricare l'arma - un'operazione che non pu certo essere eseguita nel bel mezzo di un attentato): la notizia data alla stampa dal magistrato era dunque del tutto priva di fondamento, tanto pi improvvida non essendo ancora cominciati gli esami di laboratorio n eseguita la perizia balistica. Ma il giudice Infelisi ribad la falsa notizia l'indomani, 17 marzo, quando si conosceva solo il numero dei proiettili estratti dai corpi delle cinque vittime e dei bossoli raccolti sul luogo della strage. Appena ricevuti i reperti, i periti smentirono infatti tutte le notizie finora diffuse, con particolare riferimento all'uso di pistole tipo Nagant o Tokarev
nate da ipotesi delle quali per ora non  possibile valutare l'attendibilit.
Non verr mai appurata la ragione per la quale il giudice Infelisi divulg false notizie, inventando di sana pianta tipologia e marca di armi attribuite agli attentatori.
Dagli archivi del Viminale vennero selezionate, e distribuite ai mass media, venti fotografie di brigatisti latitanti e ricercati: erano Giuseppe Aloisi, Corrado Alunni, Lauro Azzolini, Enrico Bianco, Antonio Bellavita, Franco Bonisoli, Pietro Del Giudice, Giustino De Vuono, Antonio Favale, Marco Pisetta, Antonio Savasta, Prospero Gallinari, Domenico Lombardo, Rocco Micaletto, Mario Moretti, Patrizio Peci, Brunhilde Pertramer, Susanna Ronconi, Innocente Salvoni
e Paolo Sicca. Il ministro Cossiga invit le agenzie di stampa, i giornali, la radio e la televisione a pubblicare tali fotografie, e il Viminale invit chiunque sia in grado di fornire notizie utili per la cattura dei ricercati [a] telefonare al numero 47,56,89 di Roma [era il numero della DIGOS, ufficio oberato da tanto e urgente lavoro investigativo,
ndr]. La Polizia assicura che tutte le informazioni fornite dalla popolazione saranno coperte dalla massima segretezza.
Cinque dei latitanti indicati dal Viminale - Azzolini, Bonisoli, Gallinari, Micaletto e Moretti - sono effettivamente tra i responsabili materiali della strage di via Fani e del sequestro Moro. Ma l'elenco includeva anche ricercati estranei alle BR, e delinquenti comuni, e perfino il nome di due detenuti: Giuseppe Aloisi (in carcere a Sciacca, Agrigento), e Antonio Favale (in carcere a Parma), entrambi detenuti per reati comuni; altre due foto ritraevano la stessa persona, indicata con due nomi diversi. Infine, tra le foto c'era anche quella di Pisetta, il quale era notoriamente un falso brigatista infiltrato dal SID nelle BR e bruciato fin dal 1972. Tutto questo determiner confusione, equivoci, malintesi perfino tra le stesse forze dell'ordine.
Le varie tracce che offrivano importanti spunti investigativi vennero in gran parte trascurate, perch la priorit fu quella della mobilitazione militare. Nella serata del 16 marzo il capo e il personale della DIGOS di Roma, oberatissimi di lavoro investigativo, vennero distolti e impegnati nell'effettuazione dei posti di blocco. Seguendo le direttive dei vertici, gli investigatori si affidarono a grandi operazioni sul territorio, e sabato 18 marzo entrarono in funzione 32 posti di blocco istituiti dall'Esercito, dai Carabinieri, dalla Guardia di finanza e dalla Polizia, che si protrarranno fino al drammatico epilogo del sequestro. Per fronteggiare l'impegno verranno impiegati mediamente ogni giorno 30-40 ufficiali, 70-80 sottufficiali, e 620-
640 militari dei Carabinieri; 40 ufficiali, 80 sottufficiali e 1.080
uomini dell'Esercito; un numero imprecisato di uomini della Guardia di finanza, e 157 agenti di Polizia. Nonostante l'imponenza quantitativa e l'impegno dei singoli, i risultati di quella mobilitazione furono alquanto modesti: l'intenso traffico in entrata e in uscita dalla capitale non consentiva infatti l'effettuazione di controlli rigorosi; diversi testimoni affermeranno di essere usciti giornalmente da Roma senza essere mai fermati, mentre ci sar perfino chi sosterr di non avere mai incontrato alcun posto di blocco.


Lo stato di pericolo pubblico.

La proposta di instaurare lo stato di pericolo pubblico, avanzata dal procuratore della Repubblica di Roma Giovanni De Matteo, trov ampio risalto sul Corriere della Sera: si trattava, secondo il pi autorevole e diffuso quotidiano italiano, di applicare una norma che ampliava i poteri dei prefetti autorizzandoli a ordinare l'arresto o la detenzione di qualsiasi persona; questa linea non era suggerita o
adombrata, ma invocata da un titolo che apriva la quinta pagina: Il governo pu dichiarare lo stato di pericolo pubblico; l'allora direttore del Corriere della Sera Franco Di Bella era tra gli affiliati alla P2, e la stessa casa editrice Rizzoli (proprietaria del quotidiano) era controllata dalla Loggia segreta.
Con l'inopinata proposta di proclamare lo stato di pericolo pubblico, il rappresentante del potere giudiziario De Matteo si allineava a coloro i quali intendevano dare una risposta militarista all'azione dei terroristi (come era nelle aspettative e nelle speranze delle stesse BR);
inoltre, invadeva il campo del potere esecutivo, ed era il primo esempio di una confusione di ruoli che proseguir per tutti i 55 giorni del sequestro.
Le misure eccezionali, previste dall'articolo 214 e seguenti del testo unico delle leggi di Pubblica sicurezza del 1931, erano gi state invocate subito dopo la strage di piazza Fontana a Milano (dicembre
1969); allora, la stampa non vi aveva dato particolare rilievo, ma la proposta di adottarle era stata oggetto di discussioni e riunioni di vertice, ed era stata evocata dall'allora presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, e dal presidente del Consiglio Mariano Rumor, i quali - secondo un quotidiano della capitale - avrebbero potuto persino giustificare l'invocazione di leggi di emergenza perch l'emergenza si fronteggia solo con l'emergenza(3); ma in quel dicembre
1969 l'adozione di misure eccezionali - per le quali non erano mancate pressioni atlantiche - era stata vanificata dall'imponente mobilitazione unitaria della societ civile e dei lavoratori. La strage di via Fani e il sequestro del presidente della DC, alcuni anni dopo, offrivano il pretesto per riproporre involuzioni autoritarie: si invocava la applicazione di norme eccezionali che contrastavano apertamente con la Costituzione repubblicana, norme che di fatto comportavano la sospensione dei diritti inviolabili del cittadino da parte del potere esecutivo.
La proposta di proclamare lo stato di pericolo pubblico aveva il sostegno di molti piduisti, come il senatore missino Mario Tedeschi. Il deputato liberale Aldo Bozzi era invece fermamente contrario (Personalmente, sotto il profilo giuridico, ho seri dubbi sulla costituzionalit dell'articolo 214 del testo unico di Pubblica sicurezza del 1931), cos come il PCI, secondo il quale non occorrevano leggi speciali ma misure per dare efficienza alle strutture dello Stato, a cominciare dai servizi segreti e dal coordinamento delle forze di polizia.

 Informazioni paranormali.

Il 22 marzo arriv agli inquirenti una lettera anonima (composta da un collage di caratteri di giornale) con scritto che le BR avevano un covo sulla via Cassia (quattro giorni prima le forze dell'ordine avevano perquisito il n 96 di via Gradoli, situata appunto sulla Cassia, dove c'era il covo abitato dal capo brigatista Mario Moretti); il TG2 delle ore 13 del 23 marzo, e lo stesso TG2 anche l'indomani, inform dell'arrivo della lettera anonima definendola una segnalazione del tutto infondata. Bench due testimoni della strage di via Fani avessero riconosciuto nella foto di Prospero Gallinari uno dei terroristi del commando, il TG2 delle ore 13 del 24 marzo e il TG1 delle ore 20
dello stesso giorno diffusero la falsa notizia che la presenza
di Gallinari non aveva trovato conferma, e che il riconoscimento del terrorista da parte di testimoni era inattendibile e poco serio. In pratica, si facevano filtrare al telegiornale notizie autentiche per definirle inattendibili;
una tecnica enigmatica, che si accompagnava all'inopinato credito attribuito alle informazioni di tipo paranormale.
La mattina del 24 marzo il dirigente della DIGOS Domenico
Spinella, ottemperando a una disposizione del capo della polizia, si rec nei pressi di Viterbo per perlustrare un casolare dove avrebbe potuto esserci nascosta la prigione di Moro; ovviamente, del rapito nessuna traccia. A segnalare la cascina alla Polizia era stata una monaca, la superiora di un convento, la quale sosteneva di possedere facolt paranormali da veggente.
Era il primo caso di una sequela di segnalazioni di origine paranormale alle quali il Viminale dava credito: lo stesso ministro dell'interno Cossiga chiese al capo della DIGOS di controllare personalmente alcune segnalazioni di origine extrasensoriale. Una delle figlie di Moro dichiarer: Le indagini andavano avanti in modo a dir poco discutibile; il Viminale ci mandava dei veggenti che ci chiedevano dei vestiti indossati da pap. Cos, dicevano, avrebbero scoperto la prigione(4). Venne preso in seria considerazione perfino il messaggio fatto pervenire da un veggente di Amsterdam attraverso l'ambasciata israeliana, secondo il quale Moro era tenuto prigioniero in un garage con la scritta Docar.
Alla Commissione parlamentare, Cossiga confermer: Per dare un esempio di come utilizzavamo le fonti, vi dir che una notte si present, buss, venne, non ricordo bene, un sacerdote - se mi
chiedete il nome non lo so, mi sembra fosse un cappellano di un convento di suore - il quale mi disse che lui forse sapeva dove fosse l'onorevole Moro. Mi pare fossero le 11 di notte. Debbo dire che l per l non apprezzai la cosa, per disponemmo immediatamente che fosse fatta insieme a lui una sorpresa nel luogo che egli indicava come possibile prigione di Moro. Utilizzammo molte informazioni di questo genere, di origine medianica e parapsicologica.
Il commissario dell'UCIGOS Augusto Belisario venne inviato due volte in missione in Olanda per interpellare il noto sensitivo Grard Croiset, che in alcuni casi aveva aiutato la Polizia olandese a ritrovare persone scomparse. In entrambe le occasioni, Croiset precis che non si poteva forzare il destino, dunque non garantiva di riuscire a trovare Moro vivo o morto, e tuttavia consegn all'UCIGOS, in pi riprese, i risultati delle sue percezioni.
La prima volta, Croiset vide Moro custodito in un edificio sul quale transitavano aerei. Cos, il 30 marzo venne organizzata una vasta battuta che ispezion tutti i casolari, le baracche, le case agricole e gli stabilimenti balneari nella zona dell'aeroporto di Fiumicino e lungo il litorale. La seconda volta, la battuta venne effettuata in un piccolo paese del Lazio, Civitella Paganico, con la contemporanea perquisizione di tutti gli edifici di piazza Civitella Paganico, nel quartiere romano Salario nuovo, poich l'indicazione del sensitivo olandese era appunto Civitella Paganica. Tempo dopo, Belisario avr modo di constatare come il nome Paganica fosse davvero pertinente allo scenario della morte di Moro, in quanto piazza
Paganica e via Paganica distano un centinaio di metri da via Caetani (cio il luogo dove verr abbandonato il cadavere del presidente della DC), separate solo da un edificio.
Vennero effettuate perquisizioni anche in via Civitella d'Agliano, mal interpretando una nuova visione di Croiset: Civitella (piccola citt) poteva significare, nel linguaggio del veggente ebreo, cittadella, e tale era un tempo il quartiere ebraico dove si trovano appunto via Paganica e piazza Paganica. L'ipotesi che la prigione di Moro potesse trovarsi nel ghetto ebraico non era peregrina: lo stesso Pino De Gori, avvocato di parte civile della DC nel processo per il delitto Moro, lo sosterr sul quotidiano del partito, Il Popolo, il 19 luglio 1984.
Vari elementi inducono a ipotizzare che la prigione, o una delle prigioni, di Moro fosse effettivamente nei pressi del ghetto ebraico.
Nel covo BR di via Gradoli, il 18 aprile, la Polizia trov due manoscritti con il recapito telefonico n 659127 intestato all'immobiliare Savellia in via Montesavello, distante 300-400 metri da via Caetani
(l'immobiliare non effettuava operazioni di compravendita, e possedeva solo il palazzo Orsini di via Montesavello,
saltuariamente abitato dalla contessa Rossi di Montelera,
residente a Ginevra), con la annotazione, manoscritta dal capo brigatista Moretti, Marchesi Liva mercoled 22 ore 21 e un quarto - atropina: la data corrispondeva a mercoled 22 marzo 1978, e l'atropina era un medicinale. Gli accertamenti della Polizia cominciarono solo il 31 maggio 1978 (cio 22
giorni dopo l'uccisione di Moro), e soltanto il 1 giugno la magistratura romana disporr l'intercettazione della linea telefonica della Savellia (per cinque giorni, con esito negativo).
Uno schizzo planimetrico dell'edificio di via Montesavello e delle vicinanze, forse tratteggiato da Morucci, verr trovato durante una perquisizione nell'abitazione di una ex fidanzata del capo brigatista.
La contessa Rossi di Montelera, che saltuariamente alloggiava nel palazzo Orsini, era sorella del deputato della destra DC Luigi Rossi di Montelera il quale, prima di essere eletto parlamentare democristiano, era rimasto vittima di un sequestro di mafia durato dal 14
novembre 1973 al 14 marzo 1974 e per il quale verranno condannati, fra gli altri, Luciano Liggio e don Agostino Coppola. Palazzo Orsini aveva tre piani, era dotato di garage, ed era separato dalla strada da un passo carraio. Su OP, Pecorelli scriver che la prigione di Moro era dalle parti del ghetto... (ebraico), e di nuovo OP menzioner un passo carraio in relazione al sequestro Moro(5). Un'altra sensitiva
- come risulta dagli atti processuali - aveva segnalato alla Polizia che Moro era rinchiuso in un retrobottega situato in un edificio con due leoni di fronte.
Certo  che le informazioni di origine paranormale, vere o presunte, non portarono alcun vantaggio agli inquirenti impegnati nella ricerca della prigione. Neppure il nome Gradoli, che si disse emerso da una seduta spiritica, indusse gli inquirenti a tornare in via Gradoli, il luogo della mancata perquisizione del 18 marzo.


Servizi investigativi allo sbando.

Alla DIGOS, intanto, arriv anche qualche segnalazione proveniente dai meno suggestivi ambienti della lotta armata, come quella che indicava Adriana Faranda e Valerio Morucci tra gli organizzatori della strage di via Fani. Il 31 marzo il capo della DIGOS, Domenico Spinella, inform l'autorit giudiziaria che la colonna romana delle BR era capeggiata appunto da Morucci e Faranda: la notizia gli era
pervenuta da un informatore che aveva chiesto di non rivelare la propria identit per motivi di sicurezza.
La prudenza di Andreotti (espressa cos nel suo diario: Grande attenzione nel muoverci... potrebbero aversi ritorsioni tragiche su Moro), lo stesso giorno in cui i nomi dei due postini delle BR Morucci e Faranda vennero segnalati alla Procura di Roma, suscitava dubbi e interrogativi. Il dubbio derivava dal fatto che a quella cautela non si accompagnava un'azione decisa e intelligente volta a scoprire il luogo dove era tenuto prigioniero l'ostaggio: i fatti delle ormai due settimane trascorse dal rapimento dimostravano che il massiccio dispiegamento di forza militare aveva solo un valore psicologico e propagandistico, e che i rastrellamenti e le battute a tappeto e a casaccio non sortivano effetto alcuno. Neppure dopo la segnalazione del capo della DIGOS dei nomi dei due brigatisti postini, vennero assunte efficaci iniziative investigative per il proseguimento delle indagini fino alla loro cattura.
Del resto, anche dopo l'agguato di via Fani la DIGOS veniva lasciata a ranghi ridotti di fronte a un'enorme mole di lavoro; neppure allora il capo della polizia sent il dovere di assegnare quella trentina di sottufficiali mancanti che aveva promesso sul finire del 1977, n vennero richiamati dalle varie citt italiane gli specialisti di polizia giudiziaria che avevano gi operato all'Ufficio politico, alla squadra mobile, ai distretti e ai commissariati di Roma(6). Al Viminale, intanto, il Comitato tecnico-operativo non si preoccupava affatto dei problemi concreti, delle strutture specializzate di Polizia giudiziaria, il cui lavoro era decisivo per arrivare a
scoprire la base dove le BR tenevano Moro prigioniero. Anche la Procura di Roma mostrava scarso impegno nella direzione delle indagini, alle quali si dedicavano pochissimi magistrati: il lavoro era affidato quasi esclusivamente al giudice Infelisi.
La confusione dei ruoli tra potere esecutivo e giudiziario era dimostrata da un foglio classificato Riservatissimo nel quale il ministro dell'Interno Cossiga scriveva al procuratore capo della Repubblica di Roma: Trasmetto fotocopia di una lettera dell'on. Aldo Moro, pervenutami il 29 marzo 1978; con riserva di inviare l'originale sul quale sono in corso accertamenti tecnico-scientifici di polizia giudiziaria
- dunque era il ministro a disporre gli accertamenti anzich il magistrato, il quale si doveva accontentare di ricevere, con tre giorni di ritardo, una semplice fotocopia. Il ministro dell'Interno prevaricava le prerogative del giudice, il quale magistrato a sua volta si adeguava ai soprusi del potere politico: un'illecita simbiosi che si ripeter altre volte nel corso dell'inchiesta.
Ai servizi investigativi e a quelli di polizia giudiziaria erano stati destinati pochi uomini e scarsi mezzi, e venivano scarsamente utilizzati gli uomini che avevano le migliori esperienze nella lotta al terrorismo avendo fatto parte dei disciolti Nuclei investigativi antiterrorismo del generale Dalla Chiesa o dell'ispettore Santillo. Il generale Bozzo
(uno dei principali collaboratori del generale Dalla Chiesa) racconter di essere stato inviato a Roma con una squadra di carabinieri senza essere inseriti in alcuna struttura investigativa n ricevere alcun incarico, se non quello di effettuare una sola perquisizione in dieci giorni:
Non avevamo nulla da fare, non avevamo un riferimento, non avevamo una persona che ci guidasse, per cui venne richiamato a Milano.
Il Nucleo operativo di polizia giudiziaria dei carabinieri a Roma, che doveva occuparsi di scoprire la prigione di Moro e catturare i terroristi, era diretto dal colonnello Antonio Cornacchia, affiliato alla P2.
Che all'interno degli apparati dello Stato vi fossero le forze investigative capaci di combattere le BR con successo, sar ampiamente dimostrato appena si organizzer l'antiterrorismo di Dalla Chiesa
(ma questo avverr solo dopo l'uccisione di Moro): il generale costituir i suoi Nuclei antiterrorismo, e venti giorni dopo individuer e smanteller tre covi e una tipografia delle BR arrestando una decina di brigatisti, e catturer in via Monte
Nevoso due (Azzolini e Bonisoli) dei quattro componenti del
Comitato esecutivo BR che aveva diretto il sequestro, la prigionia e l'uccisione di Moro. C' da domandarsi perch l'incarico a Dalla Chiesa non venne conferito subito dopo la
strage di via Fani, e in base a quale logica il ministro Cossiga il 16 marzo chiam al Viminale il professor Vincenzo Cappelletti anzich il generale Dalla Chiesa.

 Il rullino smarrito.

Gherardo Nucci, di professione carrozziere, la mattina del 16 marzo, verso le ore 9, stava tornando verso casa a bordo della sua auto per recuperare la macchina fotografica con la quale di solito fotografava le auto prima di ripararle. All'incrocio di via Stresa, mentre imboccava via Fani, un giovane gli ingiunse bruscamente di accelerare l'andatura; il giovane indossava un giaccone blu, maneggiava una paletta rossa della Polizia, e al primo cenno di obiezione da parte di Nucci gli url: Vada via! Vada via!. Nucci prosegu in fretta per via Stresa, parcheggi l'auto a pochi metri dall'incrocio, torn indietro a piedi, e resosi conto che pochi istanti prima era stata compiuta una strage, sal di corsa nella sua abitazione al terzo piano, e dal balcone scatt sette-otto fotogrammi della scena dell'agguato; nel mentre, vide arrivare sul posto un'auto della Polizia a sirene spiegate.
Nucci preciser di avere scattato una dozzina di fotografie, tre o quattro delle quali nei primi minuti successivi alla sparatoria, e quando la Polizia non era ancora arrivata; poi continu a scattare altri fotogrammi all'arrivo delle volanti, e infine, sceso in strada, complet l'ultima parte del rullino quando sul posto c'era ormai la folla. Nel pomeriggio, Nucci affid il rullino a sua moglie, la giornalista Maria Cristina Rossi, la quale lo port a sviluppare e prese accordi telefonici col magistrato per la consegna. Poich nella pellicola c'erano anche alcune fotografie di auto danneggiate che Nucci doveva riparare, il magistrato trattenne solo la parte con le foto relative al luogo della strage. Ma la preziosa pellicola affidata alla magistratura risult ben presto smarrita, e non verr mai pi ritrovata.
Per le indagini, le foto scattate dal Nucci costituivano un documento di eccezionale importanza. Anzitutto, potevano permettere di identificare probabili altri testimoni; inoltre, le foto potevano rivelare se tra la folla radunata sul luogo della strage ci fosse qualche anonimo brigatista, presente a scopi di depistaggio o di verifica delle prime dichiarazioni dei testimoni. Infine, il rullino avrebbe forse potuto chiarire l'enigma dell'autopattuglia della Polizia presente in prossimit di via Fani durante la fuga del commando brigatista ma che non avrebbe inseguito i fuggiaschi. L'importanza delle foto scattate da Nucci emerger anche da alcuni fatti successivi, fatti inerenti il luogo della strage e la fuga dei terroristi da via Fani.
La sera del 1 maggio 1978 venne registrata dalla Polizia una conversazione telefonica tra il deputato DC Benito Cazora e
Sereno Freato (collaboratore di Moro): in quei giorni Cazora intratteneva rapporti con esponenti della malavita calabrese per raccogliere elementi utili alla liberazione di Moro, cos si era rivolto a Freato per avere le
foto del 16 marzo perch dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertirmi che in una foto presa sul posto quella mattina l, si individua un personaggio noto a loro. Nel 1992 un ex appartenente alla
'ndrangheta, Saverio Morabito (divenuto collaboratore di giustizia), riferir al magistrato di avere appreso che il boss Antonio Nirta era presente in via Fani la mattina della strage, e che Nirta era un confidente dei Carabinieri e dei servizi segreti in contatto con l'allora capitano dei carabinieri Francesco Delfino, originario di Plat come Nirta. In quel periodo Nirta era il terminale della 'ndrangheta per il traffico di armi nella capitale, attivit che lo avrebbe portato ad avere rapporti sia con i Servizi, sia con le BR(7). Dei rapporti fra il capitano Delfino, il boss Nirta e il brigatista Alessio Casimirri (che partecip al sequestro Moro, ma non  stato mai arrestato) parler il magistrato Antonio Marini, il 9 marzo 1995, alla Commissione stragi.
La sparizione del rullino scattato da Nucci sar oggetto di ripetute interrogazioni parlamentari e anche di una inchiesta amministrativa ordinata dal ministro della Giustizia Mino Martinazzoli, conclusasi nel luglio 1986.  emerso che quanto
affermato dal magistrato Infelisi (Le foto in questione non
furono acquisite dal processo perch ritenute di nessun valore probatorio)  inesatto: il rullino era stato consegnato al sostituto procuratore, che ne aveva trattenuto una parte, dunque le foto erano state acquisite al processo a pieno titolo;
d'altronde il magistrato inquirente ne aveva fatto oggetto di indagine, sottoponendole al vaglio di un dirigente della DIGOS che non le aveva ritenute utili (non avendo al momento elementi di conoscenza, acquisiti solo successivamente) e quindi aveva restituito la pellicola a Infelisi (il quale, nel suo ruolo di sostituto procuratore, era responsabile della conservazione di tutti i documenti dell'inchiesta). Per l'ispettore ministeriale, la scomparsa delle foto era addebitabile a mera negligenza da parte del magistrato(8).

 La traccia trascurata.

Il 28 marzo 1978 (12 giorni dopo la strage di via Fani) pervenne all'UCIGOS, presso il Viminale, una importante soffiata: Controllate le seguenti persone che sono certamente collegate con le BR: Teodoro Spadaccini, anni 30-35, pregiudicato. Certo Gianni, che lavora al Poligrafico e ha un'automobile 126 Fiat targata Roma S-04929. Certo Vittorio, di anni 25-30, che ha un'automobile Ami 8 targata Roma F-74048. Proietti Rino, attacchino del Comune di Roma. Pinsone Guglielmo, che circola con una Fiat 125 di colore celestino. Tutti e cinque abitano nella zona Prenestina e frequentano la Casa della studentessa(9).
La circostanziata informazione proveniva da una fonte molto qualificata, chiamata in codice Il Cardinale(10); ma il capo dell'UCIGOS Antonio Fariello la trasmise alla Questura solo il successivo 29
aprile, cio 32 giorni dopo. Per motivare un simile ritardo, si dir che prima l'UCIGOS aveva dovuto assumere informazioni sui nominativi segnalati, informazioni che arrivarono solo il 19 aprile (cio all'indomani della scoperta del covo BR di via Gradoli). Ma a parte l'assurdit di un Viminale che impiegava pi di 20 giorni per
identificare 5 individui romani segnalati con notizie cos particolareggiate, rimane oscura la ragione per cui, a identificazione avvenuta con appunto del 19 aprile, si impiegarono altri 10 giorni per informarne la Questura, che venne infatti allertata solo il 29 aprile(11). Il 1 maggio la DIGOS chiese alla magistratura di poter controllare, per dieci giorni, i telefoni delle cinque persone segnalate il
28 marzo.
Dopo alcuni accertamenti riservati sul conto di Enrico Triaca e della sua tipografia, il 7 maggio il capo della DIGOS chiese il mandato per 11 perquisizioni domiciliari, compresa la tipografia di via Fo.
L'azione ritardatrice ebbe pieno successo: proprio mentre il magistrato stava per firmare gli ordini di perquisizione, arriv la notizia del ritrovamento del cadavere di Moro in via Caetani. L'evento provoc il rinvio delle perquisizioni, che avvennero il 17 maggio: e quel giorno si scopr che la tipografia di via Fo era delle BR, e si arrestarono i brigatisti Triaca, Spadaccini, Lugnini, Marini e Gabriella Mariani
(Mario Moretti, come al solito, riusc invece a sottrarsi alla cattura);
un altro mandato di cattura verr emesso il 29 giugno a carico di Rino Proietti.
Il tipografo Triaca ammise di far parte delle BR, forn elementi a carico degli altri arrestati, e dichiar che i finanziamenti per la tipografia di via Fo gli erano stati forniti da Maurizio, alias Mario Moretti. Emersero vari collegamenti fra la tipografia e il covo BR di via Gradoli. Un'inquilina di via Gradoli 96, Armida Sanciu, riconobbe tre dei cinque arrestati - Spadaccini, Marini e Lugnini - avendoli notati pi volte, tra la fine di marzo e met aprile, stazionare o nella strada o nei pressi della palazzina Imico nel classico atteggiamento di chi stesse controllando il movimento delle persone che accedevano o uscivano dallo stabile. Un altro residente in via Gradoli 96, Elias Chamoun, dichiar di riconoscere Spadaccini e Lugnini: Il Lugnini  per me una figura familiare perch pi volte notata nel cortile d'ingresso allo stabile da circa un anno a questa parte(12). Il giudice istruttore Carlo Mastelloni rilever: Nei confronti del Lugnini, dipendente del Poligrafico dello Stato, fu emessa sentenza di non
doversi procedere all'esito dell'istruttoria. Che Il Cardinale sia da individuarsi tra gli elementi arrestati?(13).
Il 24 giugno 1978 il Corriere della Sera titol Potevano arrestare Triaca prima della morte di Moro: nell'articolo, Sandro Acciari informava della sconcertante conclusione [alla quale] i magistrati dell'Ufficio istruzione sono arrivati al termine dell'esame dei documenti sequestrati nella base di via Gradoli... Se i documenti fossero stati esaminati subito, la magistratura avrebbe subito avuto in mano il brigatista che ha confessato. Il quotidiano milanese precisava che il grave ritardo veniva attribuito oggi alle polemiche tra il ministero dell'Interno e la Procura della Repubblica durante il sequestro.
Nella tipografia di via Fo vennero trovate bozze di stampa dei documenti delle BR diffusi a partire dall'aprile 1977, copie di volantini che rivendicavano attentati, comunicati, denaro contante (parte del quale proveniente dal riscatto pagato per il sequestro dell'armatore Pietro Costa), documenti rubati, timbri e attrezzi per la falsificazione di documenti.
Ma nella tipografia brigatista furono trovate anche due macchine da stampa molto particolari per la loro provenienza: una stampatrice Ab-Dik 260T, gi di propriet del RUS
(Raggruppamento unit speciali dell'esercito italiano, vale a dire un reparto speciale del servizio segreto militare); e una fotocopiatrice Ab-Dik 675, gi di propriet del ministero dei Trasporti. In pratica, la tipografia romana delle BR aveva utilizzato per mesi due macchine da stampa provenienti da strutture dello Stato.


Lo spirito ispirato.

Il 2 aprile 1978 in un casolare di campagna a Zappolino, nel comune di Bologna, un gruppo di amici (Romano e Flavia Prodi, Fabio Gobbo, Adriana, Alberto, Carlo e Licia Ci, Gabriella e Mario Baldassarri, Francesco Bernardi, Emilia Fanciulli) fecero per gioco una seduta spiritica.
Il gioco-seduta consisteva nello scrivere le lettere dell'alfabeto in ordine sparso su un foglio di 80 centimetri per 80, sul quale veniva posto un piattino da caff; ciascun partecipante avvicinava poi un dito al piattino, quasi a toccarlo. Il piattino non  che si tocchi, bisognerebbe sfiorarlo, questa  la tecnica, dir Alberto Ci, il padrone di casa, che preciser inoltre: Sfiorandolo, poich il piattino  piccolo, non ci si stava tutti... ci riuscivano in quattro, cinque o sei; quindi il piattino, interrogato, si metteva a ruotare verso le lettere dell'alfabeto, e si fermava accanto a quelle che formavano la risposta all'interrogativo. Quella sera, al piattino venne chiesto dove fosse tenuto prigioniero Moro, e il piattino, muovendosi sul foglio di carta, avrebbe formato le parole Bolsena, Viterbo, Gradoli.
Ascoltati dalla Commissione parlamentare d'inchiesta, tutti i partecipanti alla seduta saranno concordi ndl'affermare che, a differenza dei primi due nomi, il terzo - Gradoli - suscit la loro curiosit, tanto da indurli a verificarne l'esistenza sulla mappa. Trovata Gradoli sulla cartina, Romano Prodi pens di
riferire l'episodio a qualcuno del vertice politico nella capitale; l'indomani parl di Gradoli, provincia di Viterbo con il criminologo Balloni, il quale rifer il fatto al vicequestore di Bologna Umberto Jovine. Il 4 aprile, Prodi era a Roma per un convegno, e ne parl a Umberto Cavina, collaboratore del segretario DC Zaccagnini; in giornata, ne parl anche al senatore DC Beniamino Andreatta. Cavina pass l'informazione
all'addetto alla segreteria del ministro dell'Interno, Luigi Zanda Loi.
Nell'appunto del gabinetto del ministro Cossiga, firmato da Zanda Loi e inviato al capo della polizia Parlato, c'era scritto: Lungo la statale 74, nel piccolo tratto in provincia
di Viterbo, in localit Gradoli, casa isolata con cantina
(successivamente verr aggiunta l'annotazione:
Ore 10 del 6-4-78 interessato il questore di Viterbo, che
alle ore 13 ha comunicato che il sopralluogo ha dato esito negativo).
Con discreta sollecitudine, il 5 aprile il capo della polizia ordin di perquisire la zona, e l'operazione fu eseguita il 6 aprile: vennero perlustrate le case coloniche, le grotte e i ripari naturali, ma senza che si trovasse nulla di sospetto; all'operazione presero parte 22 tra poliziotti e carabinieri.
Informata delle curiose modalit con le quali era emerso il nome Gradoli, Eleonora Moro domand se piuttosto del paese non potrebbe trattarsi di una strada di Roma; le venne risposto che
via Gradoli a Roma non esisteva, neppure sulle Pagine gialle. Il precedente
18 marzo, in realt, la Polizia si era gi recata in via Gradoli, dove aveva ispezionato il palazzo situato al n 96, ma aveva mancato di perquisire l'interno 11, dove era celata una base delle BR; quindi, via Gradoli era gi nota (e forse proprio per questo era emersa dall'inconscio di qualcuno dei partecipanti alla seduta medianica).
Strano che la direzione della Polizia, dove venivano registrate e classificate tutte le operazioni, non si fosse avveduta del rinnovarsi del nome Gradoli e non fosse stata fatta alcuna connessione tra la prima e la seconda segnalazione. Ascoltato dalla Commissione parlamentare, il capo della polizia Parlato attribuir l'omissione all'enorme mole di segnalazioni che affluivano al ministero: una spiegazione singolare, poich al capo della polizia venivano segnalate solo le informazioni del tutto particolari per contenuto e fonte, e infatti Zanda Loi gli aveva direttamente trasmesso la segnalazione di Prodi; e quasi certamente proprio all'ufficio del capo della polizia era giunta anche la soffiata che aveva determinato l'invio della Polizia in via Gradoli 96 la prima volta, il 18 marzo.
Interrogati dalla Commissione parlamentare d'inchiesta, i vari partecipanti alla seduta spiritica di Zappolino sosterranno che si fosse trattato di un gioco: un gioco assai poco giocoso, dato che aveva poi indotto a mobilitare per ore le forze dell'ordine. Rimane fermo un preciso interrogativo, e con esso i dubbi legati a questa singolare vicenda: chi avesse ispirato lo spirito che aveva evocato il nome
Gradoli, e perch quel cruciale nome riemerse per la seconda volta a distanza di pochi giorni, e per la seconda volta vanamente.
A proposito della seduta spiritica dalla quale sort il nome
Gradoli, molti anni dopo Andreotti dichiarer: Non ho mai creduto alla storia dello spiritismo. Per me a dare quella notizia di Gradoli  stato qualcuno della Autonomia operaia bolognese. Si sarebbe potuto rivelare la fonte, ma non lo si fece probabilmente per non inguaiare qualcuno...
Chiedetelo a Cossiga. In effetti Cossiga conosceva bene il lavoro di infiltrazione nell'Autonomia operaia bolognese e romana,
con funzionari, con giovani della Polizia che avevano fatto gli
studi universitari sul serio e si sono anche laureati, come ammetter l'ex ministro dell'Interno evocando anche lui una soffiata.


La retata degli autonomi.

Il 3 aprile 1978 il capo della DIGOS, Domenico Spinella, invi alla Procura di Roma un rapporto sul terrorismo; si trattava di un'analisi del fenomeno brigatista nella capitale, comprensiva delle dinamiche aggregative e delle caratteristiche dell'area di reclutamento e fiancheggiamento: vi si evidenziava un mutamento sociologico, rispetto al nord Italia, che caratterizzava il sodalizio eversivo a Roma, una citt dove il ceto prevalente era quello impiegatizio, medio e piccolo borghese. In realt, le tensioni politiche degli ultimi anni avevano trovato la loro massima espressione nel mondo studentesco.
Anche in base ad alcuni indizi emersi nel corso delle indagini, prendeva corpo il sospetto che le BR godessero nella capitale di una solida rete di informatori e fiancheggiatori, soprattutto in alcune facolt universitarie, nelle frange pi estremistiche dell'Autonomia collegate al Movimento di lotta degli studenti, nonch in alcuni enti dei servizi pubblici. Il profilo degli estremisti pi noti mostrava la loro originaria appartenenza al disciolto movimento Potere operaio, dal quale si riteneva fossero poi confluiti nelle file dell'Autonomia, per passare infine alla clandestinit e alla lotta armata. I dati di cui si disponeva non erano aggiornati, ma si riferivano a procedimenti penali del recente passato. Nel rapporto, pur con diverse sfumature, comparivano fra gli altri anche i nomi di
Valerio Morucci, Adriana Faranda, Lanfranco Pace, Franco Piperno, Stefano Ceriani Sebregondi, Daniele Pifano, Mario Arlata e Renata Bruschi. Inoltre, nel rapporto della DIGOS non si escludeva che altre strutture clandestine di medio livello fossero confluite nelle BR, l'organizzazione che dirigeva la realizzazione del partito comunista combattente. Le considerazioni finali contenute nel rapporto traevano spunto dal fatto che le azioni terroristiche dei brigatisti negli ultimi anni erano rimaste impunite.
A Roma, all'alba del 3 aprile, la Polizia effettu centinaia di perquisizioni domiciliari, nel tentativo di individuare i fiancheggiatori delle BR. L'operazione venne attuata sulla base dell'articolo 41 del Testo unico delle leggi di Pubblica sicurezza, secondo il quale gli ufficiali di Polizia giudiziaria che avessero notizia, anche solo per indizi, della presenza in qualsiasi locale pubblico e privato, o in qualsiasi abitazione, di armi, munizioni, materiali esplosivi non denunciati e non consegnati o comunque abusivamente detenuti, dovevano immediatamente procedere a perquisizione e sequestro. L'azione
era stata preparata nei dettagli dal questore di Roma, De Francesco, nel corso di molti incontri al ministero dell'Interno; secondo lo stesso De Francesco, la fase esecutiva era per condotta e portata a termine dalla sola Questura.
La retata degli autonomi - come verr poi chiamata - si articol in 237 perquisizioni nelle abitazioni di presunti appartenenti alla sinistra eversiva, e si concluse con 12 arresti in flagranza di reato, prevalentemente per detenzione di armi e esplosivi. Nulla venne trovato a carico di altre 98 persone. Inoltre, dei 129 fermati e condotti negli uffici della DIGOS per accertamenti, 29 furono arrestati con l'accusa di partecipazione ad associazione sovversiva.
L'iniziativa del Viminale si dispieg anche sulla base di vecchi elenchi e di informazioni non aggiornate, per cui vennero compiuti marchiani errori con il fermo per varie ore di numerose persone del tutto estranee all'area dei fiancheggiatori. Fra i 41 arrestati spiccavano i nomi di Lanfranco Pace e Mario (detto Gianmarco) Arlata.
Durante la retata, agli indiziati assenti dalle proprie abitazioni era stato lasciato l'avviso di presentarsi in Questura per essere identificati.
Era il caso di Bruno Seghetti, brigatista componente della direzione della colonna romana, autista della Fiat 132 sulla quale i terroristi si erano allontanati da via Fani con l'ostaggio; poich era un brigatista non clandestino che conduceva una vita all'apparenza legale e il suo domicilio era noto, Seghetti si present al commissariato, dove, una volta controllati i suoi dati anagrafici, venne subito rilasciato(14): la perquisizione nella sua abitazione non aveva infatti dato esiti, n c'erano a suo carico elementi sufficienti per trattenerlo. Fra l'altro, il nome di Seghetti non compariva nel rapporto sul terrorismo che il capo della DIGOS Spinella aveva inviato alla Procura; l'unico indizio a suo carico era in un rapporto sull'attivit di Autonomia operaia, redatto il 7 novembre 1977 (probabilmente, era proprio sulla base di quel precedente che era stato deciso di perquisirne l'abitazione).
Nell'elenco dei fermati durante la retata c'erano i nomi di alcuni brigatisti e di altri appartenenti a gruppi eversivi collegati, e la Commissione parlamentare d'inchiesta osserver: Il mancato seguito d'indagine sorprende per diversi motivi. Innanzitutto era noto alla Questura di Roma, almeno dalla data del 30 marzo 1978, che Morucci e Faranda erano esponenti della colonna romana delle BR, perch il dirigente della DIGOS aveva inviato un apposito rapporto all'autorit giudiziaria, su segnalazione di persone che non ritiene di potere manifestare
per ragioni di sicurezza. Era altres noto, fin dal 17 marzo, alla Questura di Roma che Adriana Faranda era stata riconosciuta come persona che aveva provveduto all'acquisto del berretto da aviere indossato da uno degli attentatori in via Fani. Risulta, dal rapporto della stessa Questura di Roma inviato all'autorit giudiziaria il 3 aprile
1978, che nel corso di una perquisizione effettuata il 17 marzo 1978
nella casa di Lanfranco Pace, era stato trovato e sequestrato un opuscolo delle BR edito nel 1972, riservato esclusivamente alla circolazione dentro l'organizzazione terroristica. Erano infine noti i legami esistenti tra ex esponenti di Autonomia operaia, e in specie quelli tra Pace e Piperno, con Morucci e Faranda. Un'accurata e accorta indagine avrebbe dato con ogni probabilit risultati importanti. La Commissione non ha ricevuto al riguardo risposte convincenti.
Ugualmente enigmatico l'operato della magistratura. Il rapporto inviato dal capo della DIGOS alla Procura della Repubblica di Roma avrebbe dovuto interessare il titolare dell'inchiesta sulla strage di via Fani, ma il procuratore capo De Matteo decise di affidarlo al sostituto De Nardo. La stessa Procura romana arriver a ritenere verosimile la giustificazione di Pace in merito al documento BR trovato nella sua abitazione: afferm di averlo ricevuto da ignoto mittente, e l'autorit giudiziaria si limit a prenderne atto.


Bobine scomparse, o manipolate.

Nella torbida vicenda Moro, oltre al materiale occultato dalle
BR (scritti e documenti del prigioniero), e alla documentazione sottratta dagli archivi del Viminale, importante materiale venne fatto sparire perfino dagli uffici della Procura della Repubblica. Non solo la negligenza del magistrato inquirente provoc lo smarrimento del rullino fotografico scattato pochi momenti dopo la strage: dagli archivi della Procura spariranno alcune bobine contenenti le intercettazioni telefoniche effettuate nel corso dei 55 giorni del sequestro. E
alcuni altri nastri risulteranno parzialmente manipolati, con la cancellazione di frammenti o parti consistenti dei colloqui:  il caso, per esempio, di una telefonata tra il ministro Cossiga e il collaboratore di Moro, Nicola Rana, la mattina del 13 maggio(15).
Talvolta le manipolazioni soppressero interi colloqui, come quello del 4 maggio al telefono di Sereno Freato (altro collaboratore di Moro) - nel registro di servizio della Polizia c' scritto: Domandano se hanno fatto recapitare un qualche cosa a Guerzoni in via Savoia. Gli rispondono: S, oggi; ma la bobina contenente la registrazione della conversazione  stata fatta sparire. Ci sono anche nastri interamente cancellati, come la bobina n 4, dove erano state registrate le telefonate in partenza e in arrivo sulla linea privata di Rana il 15 e il 16 aprile. Il capitolo della sparizione di intere bobine riguarda invece le intercettazioni effettuate dal 27 aprile al 4 maggio sulla linea telefonica della parrocchia Santa Lucia di don Antonello Mennini(16). Infine, agli atti dell'inchiesta giudiziaria, invece degli originali di alcune bobine, ci sono riproduzioni in copia il cui ascolto risulta problematico o pressoch incomprensibile.
Questo gravissimo bailamme di sparizioni, manomissioni, cancellazioni, sar oggetto di reiterate interrogazioni parlamentari rivolte ai ministri della Giustizia e dell'Interno. Il 22 aprile 1985, il guardasigilli Mino Martinazzoli risponder citando quanto riferitogli dalla Procura romana: Le bobine non hanno subito manomissioni di sorta e non sono in parte mancanti. Sono stati acquisiti gli originali delle bobine medesime. Pertanto non sono state disposte indagini. Ma quelle riferite dalla magistratura erano informazioni inesatte e parziali: la Procura aveva ignorato l'ordinanza della Corte d'assise dellostesso Tribunale di Roma, che il 17 novembre 1982 aveva constatato come la bobina contenente le telefonate del 15-16 aprile 1978
sull'apparecchio di Rana risultasse completamente cancellata, n aveva disposto la necessaria perizia per stabilire se i nastri fossero in copia o in originale. Tanto  vero che il guardasigilli il 14 maggio
1986 ordiner una ispezione ministeriale, conclusasi il successivo
30 luglio; pochi giorni dopo, nel corso della crisi del primo governo Craxi, Martinazzoli sar il solo ministro sostituito e allontanato dal governo. Soltanto due anni pi tardi, nel maggio 1987, il nuovo guardasigilli Virginio Rognoni informer il Parlamento sui risultati della ispezione ministeriale, a Camere sciolte: Le indagini ispettive svolte hanno consentito di accertare che, all'epoca dei fatti, presso la Procura della Repubblica di Roma non veniva compilato un apposito registro delle intercettazioni effettuate e delle relative bobine. Di conseguenza gli ispettori non hanno avuto a disposizione il parametro di raffronto certo tra le bobine a suo tempo incise, e
quelle oggi esistenti; una risposta assai diversa da quella
fornita dalla stessa Procura romana oltre due anni prima, e implicitamente critica rispetto al suo operato(17).
Nel citato intervento parlamentare del maggio 1987, il ministro Rognoni dir: Gli ispettori si sono trovati nell'impossibilit di compilare un elenco completo di tutte le bobine trasmesse dagli organi di Polizia giudiziaria alla magistratura perch non  da escludere che un certo numero di bobine abbia seguito processi connessi di terrorismo trasmessi ad altra autorit giudiziaria. Ma  noto che per ogni stralcio e separazione di atti e reperti occorre una apposita ordinanza, e dunque, se  stato impossibile appurare la consistenza delle bobine, ci significa che ancora una volta erano state violate le norme del Codice.
Il guardasigilli dichiarer inoltre: Nella documentazione processuale conservata nei diversi uffici giudiziari romani, oltre alle bobine trasmesse alla Corte d'assise di appello, sono state rinvenute 6 bobine originali (tra cui 2 concernenti l'utenza 3585400, della parrocchia di Santa Lucia, ma non quelle chieste nell'interrogazione). Gli ispettori hanno altres accertato la presenza, presso l'ufficio Corpi di reato, di involucri contenenti bobine, e presso la cancelleria dell'ufficio istruzione del predetto tribunale, altro plico contenente bobine e cassette utilizzate da magistrati per il rilascio delle riproduzioni. Ci significa che la dolosa negligenza nella conservazione delle bobine, e l'occultamento di una parte di esse, sono fatti ancora pi gravi: una parte delle bobine scomparse o manipolate  rimasta infatti presso gli uffici giudiziari e mai sono state utilizzate per il dibattimento.
Il ministro della Giustizia concluder: Il consigliere istruttore di Roma, interpellato in proposito dagli ispettori ministeriali, ha precisato che nel corso dell'istruttoria del procedimento cosiddetto Moro
IV, di cui  titolare, si proceder a un censimento di tutte le bobine di intercettazione pervenute nel corso del procedimento Moro I, nonch al controllo delle medesime per appurare eventuali manipolazioni(18). Ma il censimento effettuato dai periti giudiziari del Moro IV
non ha fornito lumi: Non  stato rinvenuto n il contenitore relativo all'utenza n 3585400 [della parrocchia di Santa Lucia
di don Mennini, ndr], n un nastro che avesse contenuti
corrispondenti ai verbali di registrazioni dell'utenza medesima, scrivono i magistrati(19); e i periti: E stato invece rinvenuto il contenitore relativo all'utenza
5891307 [di Nicola Rana, ndr]. Su questo infatti  scritto Telefono
5891307 bobina 4 Parte 1 inizio ore 17,15 del 14-4-78 terminata ore
19 del 14-4-78. Nel contenitore si trova un nastro con flangia in plastica che non contiene informazione alcuna sui due lati. Sottoposto il nastro a un esame tecnico sul valore del rapporto
segnale/disturbo e sulla distribuzione spettrale del rumore, si deduce trattarsi di nastro vergine oppure di nastro cancellato con apparecchiature professionali. L'impossibilit di optare, da parte dei periti, per una delle due ipotesi deriva essenzialmente dal tempo trascorso tra la eventuale cancellazione e la perizia(20). Dal censimento manca comunque anche la registrazione delle telefonate di Nicola Rana tra il 14 e il 17 aprile. La Commissione parlamentare stragi, con relazione approvata il 14 aprile 1992, a proposito della perizia del Moro IV
osserver: E una vera antologia di possibili manipolazioni, possibili cancellature, possibili smarrimenti o eliminazioni di bobine relative a utenze e in momenti particolarmente significativi ai fini delle indagini(21).
L'ordinanza-sentenza del processo, nel merito, pur confermando le possibili manomissioni e i sicuri smarrimenti del materiale, afferma che le conclusioni della perizia non consentono di individuare responsabilit penali. E tuttavia, perch non  stata ricostruita la vicenda delle bobine interrogando gli ufficiali di polizia giudiziaria
addetti alle intercettazioni e in grado di testimoniare lo stato iniziale dei nastri e il loro iter? L'ipotesi di una volontaria manomissione dei nastri viene ritenuta dal giudice istruttore una pura illazione per la deduttiva ragione che le Brigate rosse, consapevoli che i telefoni potevano essere sotto controllo... non affidarono a tale mezzo di comunicazione alcun messaggio segreto. Si tratta di un'analisi perlomeno superficiale: infatti, stando ai sintetici appunti del sottufficiale addetto alle intercettazioni, telefon a don Mennini non soltanto l'accorto brigatista Morucci, ma anche il loquace Renzo Rossellini
(il quale dalla sua Radio Citt Futura aveva annunciato il sequestro Moro mezz'ora prima della strage di via Fani); e telefon al parroco di Moro don. Benito Cazora, che fece il nome del malavitoso calabrese Rocco Scriva; e gli telefon un generale del quale Mennini non ricorda il nome, e alti prelati, e politici... Anche all'utenza di Rana, segretario di Moro, oltre alle laconiche telefonate delle BR, pervennero numerose altre chiamate di indubbio rilievo, come quelle del ministro Cossiga, o del deputato socialista Giuliano Vassalli. Tutti elementi che avrebbero potuto contribuire a fare luce su vari retroscena della vicenda.


Operazioni di parata.

La strage di via Fani, e il rapimento del presidente DC, necessitavano di una serie di complesse indagini che avrebbero dovuto impegnare le migliori energie della magistratura inquirente romana, in uno sforzo di lavoro collegiale. Invece, le indagini relative a quei delitti di eccezionale gravit e di evidente portata politico-istituzionale vennero affrontate come fossero ordinaria amministrazione, affidate a un solo magistrato, quello casualmente di turno la mattina dell'agguato, il sostituto procuratore Luciano Infelisi.
Nella serata del 16 marzo il procuratore capo Giovanni De Matteo annunci che la direzione e la responsabilit dell'inchiesta venivano assunte personalmente da lui in collaborazione con un gruppo di sostituti, delegando di volta in volta, a ognuno di essi, le indagini e le incombenze necessarie. Ma il gruppo dei sostituti procuratori-collaboratori venne sciolto 24 ore dopo la solenne promessa, e De Matteo lasci ogni incombenza al solo Infelisi. Il contraddittorio comportamento del capo della Procura non verr mai chiarito, neppure dalla Commissione parlamentare d'inchiesta: De Matteo dichiarer che
un'quipe non sarebbe stata opportuna e di questa valutazione assumo le mie responsabilit (ma in altre occasioni, la Procura aveva ritenuto di affidare il lavoro di indagine a un'quipe di magistrati).
Durante una improvvisa assenza da Roma del sostituto Infelisi durante il primo periodo del sequestro Moro, il procuratore capo tranquillizz la stampa confermando che le indagini si svolgevano sotto la sua personale direzione, in stretta collaborazione con gli organi investigativi; De Matteo assicur che l'inchiesta procedeva a cura di molti magistrati, fra i quali Giancarlo Armati, Alberto Dell'Orco, Carlo Destro e Orazio Savia - Infelisi era solo uno dei tanti. Questi magistrati, precis il procuratore, sono tutti intercambiabili tra loro, e ci per assicurare una costante presenza in caso di malattia, viaggi o nuove improvvise incombenze di uno del pool.
Si sapr poi che in quei cruciali giorni il magistrato Infelisi era in Calabria per motivi personali, probabilmente in ferie. E la Commissione parlamentare accerter la mancanza pressoch assoluta di lavoro collegiale tra i magistrati.
Il giudice Infelisi riferir alla Commissione parlamentare come, nel periodo in cui conduceva l'indagine sul sequestro Moro, il suo ufficio non potesse contare su alcun ufficiale di polizia giudiziaria:
Io conducevo le indagini con una dattilografa, per cui le telefonate pi riservate le ho fatte dal telefono a gettoni del corridoio. Nel periodo in cui diresse l'indagine, Infelisi non venne mai esentato dalle udienze dibattimentali degli altri processi, n dal turno degli arrestati per piccoli furti: Ora, in questa maniera si possono fare anche molti errori; in effetti, molti errori vennero compiuti, ma nessuno dei responsabili di quegli errori ha mai pagato.
 ormai assodato che, pur trovandosi di fronte al pi destabilizzante delitto della storia repubblicana, la Procura romana rinunci perfino a garantire la minima funzionalit del proprio ufficio. In sostanza, la magistratura inquirente romana abdic ai propri poteri, e lasci la direzione effettiva di indagini e ricerche nelle mani del ministero dell'Interno.
Il procuratore generale della Corte d'appello, Pietro Pascalino, tra l'altro responsabile della Polizia giudiziaria dell'intero distretto, non si cur di garantire l'efficace coordinamento tra azione giudiziaria e azione di polizia. Quando il deputato radicale Leonardo Sciascia gli domander perch tanti poliziotti fossero stati vanamente impegnati nei pattugliamenti, anzich nel lavoro di intelligenza, Pascalino risponder: Tante volte si fanno azioni dimostrative per rassicurare la popolazione. Non posso spiegarlo, non spetta a me spiegare perch si prefer fare operazioni di parata anzich ricerche. E in quei giorni si fecero operazioni di parata.
Il rapporto fra magistratura e potere politico fu caratterizzato da una grave anomalia durante tutti i 55 giorni del sequestro: La magistratura inquirente romana  sembrata quasi come estraniata dalle
indagini e comunque portata a rimorchio. La Commissione parlamentare cercher le ragioni di questa macroscopica anomalia interrogando il sostituto procuratore della Repubblica Luciano Infelisi
(titolare dell'inchiesta fino al 29 aprile 1978), il procuratore capo della Repubblica di Roma Giovanni De Matteo, e il procuratore generale presso la Corte d'appello Pietro Pascalino.
Infelisi lamenter: Il ministero degli Interni non ci forniva nessuna di quelle indicazioni che noi chiedevamo: i rapporti con la polizia criminale tedesca erano chiesti continuamente per sapere che cosa si svolgeva al di sopra delle nostre teste, per non dire delle nostre competenze...
il Viminale sapeva cose prima di noi e sapeva cose che noi non sapevamo, le sapeva direttamente dalla Questura. Quando capitano grossi casi politici la dipendenza dalla autorit giudiziaria viene saltata continuamente se non vi  un uomo di particolari capacit. 
successo che noi abbiamo appreso dai giornali il novanta per cento di certe trattative e di certe attivit. Le stesse lettere di Moro dal carcere brigatista talvolta pervennero alla Procura addirittura dopo la pubblicazione sui giornali.
La Commissione parlamentare rilever: I magistrati interrogati hanno lamentato poi che n il ministro dell'Interno n uomini politici che hanno avuto parte nella vicenda hanno dato loro notizia di contatti avuti e altre informazioni e riferimenti utili ai fini delle indagini. Una indagine come quella del sequestro dell'on. Moro avrebbe potuto avere - hanno affermato gli stessi magistrati - concreti sviluppi solo con seri contributi informativi. Al contrario alcuni uomini politici non li avrebbero affatto informati delle loro attivit, n preventivamente, n successivamente.
Ma non ci fu solo negligenza, da parte di alcuni politici, nei rapporti con la magistratura durante il sequestro Moro. Il proposito del ministro dell'Interno di ledere autonomia e poteri della magistratura, per esempio, emerge da una domanda che il ministro Cossiga rivolse all'esperto americano Pieczenik: Come possiamo creare strumenti idonei al controllo dei magistrati?(22); l'imbarazzata risposta di Pieczenik fu il richiamo a un elementare principio di legalit democratica: Ovviamente non sono in grado di rispondere a tale domanda non avendo familiarit con il vostro sistema legislativo, n posso estrapolare dal nostro sistema per il quale qualsiasi interferenza in un procedimento giudiziario  illegale. La maniera migliore mi
sembrerebbe la creazione di un rapporto collegiale e lavorare su di esso. E come il ministro Cossiga abbia tentato di attuare l'indicazione di Pieczenik lo dimostra un appunto scritto per il consigliere Arnaldo Squillante: Nell'appunto si dice che l'on. Cossiga aveva dato affidamenti generici al proc. De Matteo circa il fatto che l'avrebbe invitato alle riunioni che quotidianamente si tenevano al ministero(23).
Nella sua relazione conclusiva, la Commissione parlamentare
evidenzier che si verific una sorta di inversione delle parti, con la magistratura in posizione di attesa rispetto ai risultati dell'azione degli apparati di polizia e quindi con la rinuncia di fatto al ruolo di propulsione, direzione e guida delle indagini che alla magistratura compete. Ma non si tratt solo di inversione delle parti: l'ottima
soffiata che avrebbe portato alla scoperta della tipografia BR di via Fo, arrivata al Viminale il 28 marzo, venne comunicata alla magistratura solo il 7 maggio, cio 48 ore prima del ritrovamento del cadavere di Moro.

Note.
1. L'UCIGOS (Ufficio centrale informazioni generali operazioni speciali) era stato costituito con decreto del ministro dell'Interno il 21 gennaio 1978, in seguito allo scioglimento del Servizio di sicurezza antiterrorismo diretto dal questore Emilio Santillo.
2. Non si sapr mai quali elementi attivarono l'interesse del colonnello Varisco per la Renault bordeaux. Certo  che il 13 luglio 1979 Varisco verr ucciso dalle BR: aveva dato le dimissioni dall'Arma, e da pochi giorni era senza scorta.
3. Editoriale de Il Tempo, 13 dicembre 1969.
4. Dichiarazione di Agnese Moro a la Repubblica, 21 luglio 1982.
5. OP, 17 ottobre 1978 e 16 gennaio 1979.
6. L'organico della DIGOS nella capitale contava 190 uomini, una notevole parte dei quali era adibita a servizi di scorta. Il solo ascolto delle intercettazioni telefoniche impegnava una quarantina di sottufficiali; subito dopo il sequestro, era stata decisa una serie di controlli telefonici curati da sottufficiali della polizia e dei carabinieri; ma 24
ore dopo, il colonnello Cornacchia (affiliato alla P2), col consenso del sostituto procuratore Luciano Infelisi, aveva distolto i Carabinieri, lasciando gravare l'attivit intercettativa sulla sola Polizia.
La Polizia giudiziaria era incaricata anche di verificare le testimonianze raccolte: si doveva perquisire, controllare, pedinare, e per questo rimanevano disponibili una ventina di uomini su ogni turno. C'era insomma da lavorare giorno e notte, e il personale della DIGOS si sottoponeva a sacrifici, sopportava il prolungamento dell'orario di lavoro, il mancato rispetto dei turni di riposo, ma non poteva supplire alle forze che mancavano, e non era in grado di fronteggiare tutti i compiti. Come se questo non bastasse, il 16 marzo il Viminale aveva commesso il marchiano errore di comunicare alla TV il numero telefonico della DIGOS sollecitando i cittadini a fornire eventuali informazioni, anzich invitarli a rivolgersi al 113; e quello stesso giorno la DIGOS fu perfino incaricata di dirigere i posti di blocco.
7. Cfr. Nicola Biondo, Una primavera rosso sangue, Edizioni Memoria 1998, pag. 78.
Tra la fine del 1975 e l'inizio del 1976, all'insaputa della dirigenza brigatista, Mario Moretti - affittato l'appartamento-covo di via Gradoli 96 - si era recato pi volte in Calabria e in Sicilia.
Nel 1982, durante la fase dibattimentale del processo Moro,  emerso che il consigliere istruttore Achille Gallucci aveva avocato la registrazione telefonica Freato-
Cazora senza dare alcun seguito all'inchiesta.
8. Senato della Repubblica, interrogazione a risposta scritta n 4-01354 del 13 febbraio
1984, n 4-02454 del 12 dicembre 1985, n 4-03199 del 30 luglio 1986, e relative risposte.
9. CM, volume 113, pag. 845.
10. La fonte confidenziale Il Cardinale era gi ben collaudata: grazie alle sue soffiate, l'Antiterrorismo aveva sgominato l'organizzazione dei NAP. Dichiarer l'ex dirigente dell'Antiterrorismo (Lazio e Abruzzo) Alfonso Noce: Il Cardinale dopo il sequestro Moro ci diede l'indicazione che alla tale ora di tale giorno avrebbe dovuto presentarsi al commissariato Sant'Ippolito, in zona piazza Bologna, un diffidato per la apposizione della firma e che sarebbe stato accompagnato da altra persona con una autovettura... Organizzammo un servizio con un pulmino truccato presso il commissariato e rilevammo, attraverso la targa, che l'autovettura era intestata al Triaca. Per noi quest'ultimo era uno sconosciuto ma comunque effettuammo in seguito dei pedinamenti del medesimo che ci condussero alla tipografia [delle BR] di via Fo. Il Cardinale
ci aveva consentito, in passato, di individuare e arrestare ben sette nappisti indicandoci il luogo ove avrebbero tenuto una riunione, un residence sulla via Aurelia;
e in seguito ci fece rinvenire armamento dei NAP in Roma in uno
scantinato a Torpignattara (cfr. ordinanza-sentenza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, cit., pag.
2.449; interrogatorio del 20 ottobre 1997).
Alla Questura di Roma il litografo Enrico Triaca era gi noto: aveva inoltrato domanda ed era in attesa di licenza per una tipografia situata in via Pio Fo. Lo stesso Teodoro Spadaccini era ben noto alla DIGOS di Roma per il suo estremismo politico e la sua pericolosit, e doveva presentarsi al commissariato di Sant'Ippolito ogni luned, dopo che il Tribunale di Roma lo aveva condannato per rapina impropria e per l'esplosione di alcune bombe incendiarie contro la sede del Movimento sociale.
11. CM, volume 113, pagg. 844, 846-47. La Commissione parlamentare sul caso Moro definir incomprensibile il ritardo provocato dai funzionari dell'UCIGOS, cfr. CM, volume 1, pagg. 47-48.
12. CM, volume 31, pagg. 1.007-13. Facile collegare il Lugnini, addetto all'Ufficio cartevalori del Poligrafico dello Stato, ai tanti documenti in bianco provenienti dal Poligrafico e trovati nel covo di via Gradoli.
13. Ordinanza-sentenza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, cit., pag. 2.461. La quantit di arrestati nell'operazione Triaca dimostra che Il Cardinale aveva precisi contatti con ambienti brigatisti. Il giudice istruttore ha avanzato l'ipotesi che Il Cardinale avesse una propria valenza quantomeno parificata a un livello di fiancheggiatore e forse quindi intraneo all'organizzazione. La narrazione dei testi sentiti sull'attivit informativa del fiduciario orientano infatti verso un pregresso diretto rapporto tra Il Cardinale e Teodoro Spadaccini. Questo contatto potrebbe spiegare la fonte qualificata che avrebbe originato l'appunto (poi scomparso) di
Emilio Santillo al capo della polizia con la notizia che le BR avevano in animo di sequestrare un importante uomo politico, dato che Spadaccini, con Antonio Savasta e Emilia Libera della brigata universitaria, nel febbraio del 1977 (fase preparatoria del sequestro)
avevano svolto un'inchiesta sui movimenti di Moro e della sua scorta. Nella telefonata al Viminale del 28 marzo il primo nome indicato era proprio quello di Teodoro Spadaccini, e l'operazione Triaca aveva preso il via con le indagini nei suoi riguardi.
Ma vi  di pi. Proprio Spadaccini, con Savasta, fu incaricato di gestire la Renault rossa [nella quale verr abbandonato il cadavere di Moro, ndr] facendola circolare e controllandone l'efficienza, sicuramente nella primavera avanzata del 1978, e quindi prima dell'assassinio del parlamentare avvenuto il 9 maggio. Questo fatto pu essere posto in relazione ad alcuni punti emersi nel corso della deposizione del maresciallo Scarlino (13 novembre 1997): Il giorno in cui mi diede l'incarico il dott. Noce era appena stato dal capo della polizia Parlato all'uopo convocato: al ritorno aveva in mano un pezzo di carta con l'indirizzo di via Montalcini e mi disse con fare scettico di andare a fare un sopralluogo perch sembra che nei paraggi tempo prima era stata vista circolare una Renault rossa. Non mi parl di lettere del ministro dell'interno o altro (ibidem, pag. 2.462).
14. Particolare riferito da Antonio Savasta durante un colloquio con l'Autore.
15. Cossiga: Scusa se ti disturbo, io ieri notte verso tardi ho dovuto smentire... perch la Nazione, un certo Paglia, che io non conosco... aveva detto che in sua presenza Moro mi aveva chiesto una macchina corazzata e che io gliel'avevo rifiutata. Rana:
Eh!... - a questo punto un sibilo cancella il seguito della conversazione.
16. Cfr. G. Zupo e V. Marini Recchia. OP. cit., pagg. 353, 356.
17. Anche all'epoca, infatti, erano in vigore le disposizioni dell'art. 226 ter del Codice di procedura penale: Delle intercettazioni eseguite viene fatta annotazione in apposito pubblico registro, e dell'art. 226 quater: Le operazioni devono essere documentate in apposito processo verbale contenenti le indicazioni di estremi del provvedimento di autorizzazione, la descrizione della modalit di registrazione, l'annotazione del giorno e dell'ora, nonch i nominativi delle persone che hanno preso parte alle operazioni.
Le registrazioni sono racchiuse in apposita custodia sigillata, e se necessario raccolta in un involucro su cui  indicato il numero della custodia, nonch il numero dell'apparecchio controllato. I verbali e le registrazioni devono essere immediatamente trasmesse al procuratore della Repubblica o al giudice istruttore che ha autorizzato le operazioni. Agli atti del processo ci sono verbali privi delle corrispondenti bobine: da chi e perch sono state violate le norme del Codice di procedura penale? Perch questa flagranza di reato non  mai stata perseguita?
18. Senato della Repubblica, 5 maggio 1987. Risposta scritta alle interrogazioni n
4-031991 e 4-03411, fase. n 134.
19. Ordinanza-sentenza del giudice istruttore Rosario Priore, Moro IV, pag. 133. Proprio la sparizione del materiale consentir a don Mennini, finalmente interrogato il 1
giugno 1993, di rispondere con una sequela di Non ricordo.
20. Ibidem, pagg. 133-34.
21. CS, XI legislatura, Relazione sull'inchiesta condotta sugli ultimi sviluppi del caso Moro, pag. 33.
22. Tra i documenti che Cossiga avrebbe voluto mantenere segreti, c'erano dieci sue domande rivolte all'esperto americano Steve Pieczenik, e questa era una delle domande.
23. Ministero dell'Interno, Gabinetto del ministro, Repertorio degli atti afferenti il caso Moro, faldone 1, atto n 190, datato 25 marzo 1978.
  CAPITOLO VI.
I SERVIZI TROPPO SEGRETI.


Giustizia gabbata.

L'attivit ufficiale dei servizi segreti in relazione al caso Moro  enigmatica: la documentazione pervenuta alle Commissioni parlamentari sar scarsa e lacunosa. A quanto  dato sapere circa l'attivit svolta dai Servizi prima e durante i 55 giorni del sequestro, non ci fu una sola segnalazione precedente la strage di via Fani che permettesse di individuare e arrestare un solo brigatista, e tantomeno che contribuisse a scoprire la prigione di Moro durante i quasi due mesi del sequestro: un black-out totale. Del resto, l'attivit dei capi dei Servizi era doppiamente occulta: sia per i segreti di servizio (poi dolosamente taciuti alle Commissioni parlamentari), sia per la loro appartenenza alla Loggia massonica coperta P2. Alla Commissione parlamentare stragi l'ex ministro Cossiga confermer il rapporto di contiguit, fino alla subordinazione, dei servizi segreti italiani a quelli americani, e rilever la matrice atlantica della P2(1).
Tutte le informazioni che il direttore del SISMI, generale Santovito
(comandante di un esercito di oltre 3 mila agenti segreti e
specialisti di spionaggio e controspionaggio), trasmise al Viminale e agli organi di polizia, ebbero l'oggettivo effetto di impegnare inutilmente energie investigative. Eppure il SISMI aveva dimostrato di essere in grado di raccogliere notizie precise, come quando aveva informato di due messaggi telefonici delle BR a un parroco della Val di Susa, uno dei quali, Il mandarino  marcio, doveva essere comunicato a Eleonora Moro; il settore competente del Servizio aveva decifrato la frase anagrammandola in Il cane morir domani: era l'8 maggio 1978, e il giorno dopo Moro venne trovato morto.
Nonostante la doppia segretezza (di servizio e di Loggia), sono emerse tracce di una attivit ufficiosa svolta dai servizi segreti durante il sequestro: Pinspiegabile presenza in via Fani, la mattina del 16 marzo, del colonnello Guglielmi del SISMI, nei pressi del luogo e all'ora della strage; il controllo esercitato da fiduciari del SISDE sulle societ immobiliari proprietarie di numerosi appartamenti di via Gradoli 96, nell'edificio dove c'era anche il covo BR abitato da Mario Moretti; la residenza in via Gradoli 89 (cio nel palazzo di fronte al covo brigatista)
del sottufficiale dei carabinieri Arcangelo Montani, agente del SISMI e originario di Porto San Giorgio (quindi compaesano di Moretti);
l'attivazione di Antonio Chichiarelli, falsario legato alla banda della Magliana e in rapporti con uomini del SISDE, per confezionare il falso comunicato BR del Lago della Duchessa; il ritrovamento nella tipografia brigatista di via Fo a Roma della stampatrice Ab-Dik portatavi da Moretti e proveniente dal RUS, reparto del SISMI.
Nei suoi scritti dal carcere brigatista, Moro si sofferm sui servizi segreti, a cominciare dal loro ruolo nella strategia della tensione. Mi rendo conto delle accuse rivoltemi. Per quanto riguarda la strategia della tensione, che per anni ha insanguinato l'Italia, pur senza conseguire i suoi obiettivi politici, non possono non rilevarsi, accanto a responsabilit che si collocano fuori dell'Italia, indulgenze e connivenze di organi dello Stato e della Democrazia cristiana in alcuni suoi settori. Sulla strage di piazza Fontana il prigioniero scriveva:
Non  stato compiutamente definito al processo per la strage di piazza Fontana, il ruolo preminente del SID e quello pure esistente delle forze di polizia, ma che queste implicazioni ci siano, non c' dubbio. Moro si inoltrava poi, con molta prudenza, sul terreno delle responsabilit, definendo fondato fare riferimento ad alcuni settori del servizio di sicurezza (ovviamente collegato all'estero). E pi avanti aggiungeva: Certo  un intrigo difficile da districare e le cui chiavi presumibilmente si trovano in qualche organizzazione specializzata probabilmente al di l del confine. E a proposito del servizio segreto militare, rilevava la progressiva accresciuta immissione di informatori fascisti.
I capi dei Servizi erano vincolati all'applicazione dei dettami della
guerra non ortodossa, vale a dire i princpi della dottrina
politico-militare atlantica destinata ai servizi segreti, alle strutture militari e alle forze di polizia speciali della NATO preposte alla lotta al comunismo(2).
...
.
...
FINE Parte 1.
